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Alberto Rosselli, La resistenza antisovietica e anticomunista in Europa orientale 1944-1956, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2004

L’obiettivo di questo studio è “la riscoperta di quei movimenti di resistenza post-bellici che per un decennio e più tentarono, con le armi e attraverso l’azione politica, di liberarsi dalla tirannide comunista” (p. 8), restituendo “un barlume di speranza a milioni di individui privati delle più elementari libertà individuali” (p. 25). Il linguaggio con cui l’autore formula la sua dichiarazione d’intenti è tale da mettere in guardia il lettore circa l’ispirazione ideologico-politica del libro, che è quella del fondamentalismo atlantico e dell’anticomunismo stile Free Europe Radio. D'altronde fra le testate di cui Alberto Rosselli è collaboratore spiccano "Jerusalem Post" e "Maariv".
Questo libro ha indubbiamente una sua utilità, perché ci mette a disposizione una serie di dati che mostrano in quale misura la strategia angloamericana abbia operato per destabilizzare l’area europea controllata da Mosca, in particolare appoggiando quei nuclei armati che l’autore definisce “movimenti patriottici” (p. 11) o “gruppi resistenziali e nazionalisti” (p. 25) e che le autorità dei paesi rispettivi chiamavano invece “bande armate controrivoluzionarie”.
Il capitolo iniziale, concernente Estonia, Lettonia e Lituania, riferisce come fin dal 1948 i servizi segreti atlantici avessero cominciato a reclutare tra gli emigrati provenienti dai paesi baltici. Mentre in Estonia venivano annientate le organizzazioni clandestine, la CIA e il SIS addestrarono un certo numero di volontari e li paracadutarono in Lettonia e Lituania: tra il 1949 e il 1952 gli aerei inglesi lanciarono spie e partigiani in territorio lettone, mentre la CIA faceva arrivare i propri agenti sul territorio lituano.
Nel medesimo periodo, gli angloamericani fecero una serie di tentativi analoghi in Ucraina. Tra il 1948 e il 1952, “tre speciali reparti aerei alleati, il 580°, il 581° e il 582° nucleo dell’Air Resupply and Communication Squadron e del Psycological Storm Wing, dotati di speciali quadrimotori a grande autonomia Boeing B29 (…) effettuarono (…) diverse missioni di supporto ai partigiani dell’UPA” (p. 98), cioè quell’Ukrainska Povstanska Armiia che, sorta nel 1942 con lo scopo di ricostituire un esercito ucraino indipendente, durante l’occupazione tedesca aveva fornito “assistenza e rifugio a (…) ebrei e non pochi piloti anglo-americani abbattuti” (p. 102), tant’è vero che parecchi uomini dell’UPA furono successivamente “premiati” (ibidem) dall’entità politico-militare sionista. Molte operazioni occidentali in Ucraina fallirono però miseramente. Nel novembre 1951 un velivolo, “con a bordo apparecchi radio, materiale militare e valuta russa destinati ai partigiani ucraini, venne intercettato e catturato dai sovietici. E l’incidente si trasformò in un caso molto imbarazzante, almeno per Washington. In sede Onu, infatti, il rappresentante di Mosca Andrei Vysinskiy accusò apertamente gli Stati Uniti di intromissione illegale e di atti palesemente ostili nei confronti dell’Unione Sovietica, costringendo il governo americano a pagare la somma di 120.000 dollari per il riscatto dell’equipaggio che si scoprì essere statunitense” (p. 99).
In Romania, la collaborazione tra i “gruppi resistenziali” e lo spionaggio angloamericano si profilò fin dal momento in cui un sovrano che venne soprannominato Maiestatea Sa Tradarea (“Sua Maestà il Tradimento”) fece arrestare e fucilare il Maresciallo Ion Antonescu. Un funzionario dell’OSS fu incaricato di varare il piano Hammerhead, per raccogliere tutte le notizie inerenti la possibilità di instaurare una fattiva cooperazione tra gli Alleati e i gruppi romeni filoccidentali. Le informazioni raccolte consentirono a Washington, un paio d’anni dopo, di pianificare quattordici operazioni in varie zone della Romania. Nel 1946 i servizi occidentali si misero in contatto coi gruppi armati che agivano in Transilvania e in Bucovina; successivamente inviarono a Bucarest un agente speciale, Gordon Mason, che incontrò i capi di varie formazioni clandestine e sollecitò l’invio di armi e munizioni da parte statunitense. Fu così che, nel giro di poche settimane, venne istituita una base operativa nei pressi di Atene. “Da questo sito, tra il 1950 e il 1953, alcuni bimotori Douglas C47 effettuarono una serie di missioni nei cieli della Romania, paracadutando commando dotati di armamento leggero, impianti radio, denaro e documenti falsi” (p. 116). Tutto ciò, bisogna dire, con scarso successo, perché gli incursori venivano per lo più rapidamente individuati ed eliminati.
Anche la Croazia e la Slovenia, prima che la Jugoslavia si staccasse dal campo socialista, furono teatro di attività partigiane anticomuniste appoggiate da servizi segreti occidentali, che, nella fattispecie, furono quelli inglesi (gli stessi che avevano aiutato la guerriglia titoista) e, “almeno così sembra” (p. 125), quelli del Vaticano e dell’Italia “liberata”. Nei primi mesi del 1946, a Trieste, gli agenti del CIC (Coordination Information Center) addestrarono alcune decine di partigiani krizari (“crociati”), li rivestirono dell’uniforme statunitense e li stipendiarono con una paga giornaliera di 700 lire al giorno; quindi li trasferirono in Austria, da dove sarebbero penetrati in territorio jugoslavo. ”A sovrintendere l’attività del gruppo krizaro pare fosse un prelato destinato a diventare famoso, almeno negli ambienti dell’intelligence internazionale, padre Krunoslav Draganovic” (p. 126). Tra il 1946 e il 1947, alcuni reparti di krizari riuscirono ad arrivare in Croazia e a compiere atti di sabotaggio. Allorché la Jugoslavia ruppe con Mosca, ai partigiani anticomunisti venne ovviamente a mancare l’appoggio occidentale.
Il libro si conclude con un capitolo relativo all’Albania, nel quale vengono rievocati i diversi (e spesso inutili) tentativi compiuti dagli angloamericani fino al 1952 per introdurre nel “paese delle aquile” gruppi di partigiani anticomunisti. Da notare che, per tali operazioni, i servizi statunitensi e britannici usarono, oltre al territorio greco, anche quello italiano.

Inserita il 19/04/2010 alle 15:09:58      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico