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Leonid Mlecin, Perché Stalin creò Israele, Sandro Teti, Roma 2008

Il 26 novembre 1947 il delegato sovietico all'ONU votava a favore della Risoluzione 181 dell'Assemblea Generale, che stabiliva la creazione di un'entità politica ebraica sul territorio palestinese, realizzando così il contenuto della Dichiarazione Balfour. Assieme all'URSS espressero voto favorevole i delegati di Ucraina, Bielorussia, Polonia e Cecoslovacchia. Se i delegati di questi cinque paesi avessero votato contro o si fossero astenuti, il risultato sarebbe stato di ventotto contro ventotto e la Risoluzione 181 sarebbe stata respinta.
Il debito dell'entità sionista nei confronti del "campo socialista" fu ufficialmente riconosciuto da Ben Gurion, che dichiarò all'ambasciatore sovietico: "Il popolo di Israele è riconoscente all'Unione Sovietica per il sostegno morale che gli ha prestato all'ONU. (...) L'esercito ha ricevuto dalla Cecoslovacchia e dalla Jugoslavia una grande quantità di armi, inclusa l'artiglieria di cui eravamo del tutto privi all'inizio della guerra" (pp. 137-138). Anche Golda Meyerson, alias Golda Meir, rievocando la guerra del 1948, riconoscerà il peso determinante del sostegno sovietico: "Non sappiamo se avremmo potuto resistere senza le armi e le munizioni comprate in Cecoslovacchia e trasportate attraverso la Jugoslavia e i Balcani, in quel terribile inizio della guerra, prima che la situazione mutasse nel giugno del '48. Durante le prime sei settimane potemmo contare sulle mitragliatrici e le munizioni che l'Haganah era riuscita a comprare nell'Europa dell'Est, mentre perfino l'America aveva messo l'embargo sull'invio di armi in Medio Oriente. Nonostante in seguito l'URSS ci abbia duramente avversato, il riconoscimento di Israele da parte sovietica fu allora importantissimo per noi. Per la prima volta, dopo la Seconda guerra mondiale, le due maggiori potenze sostennero lo Stato ebraico di comune accordo" (p. 123). Ancora nel dicembre 1948, l'appoggio fornito dall'URSS era totale: "I russi - riferì a Tel Aviv il ministro degli Esteri sionista Shertok - al Consiglio di Sicurezza si comportano non solo come nostri alleati, ma addirittura come nostri emissari. Si assumono qualsiasi compito" (p. 145).
Perché Stalin volle la nascita di un'entità politico-militare ebraica sul suolo della Palestina? Perché la diplomazia sovietica operò a sostegno dei sionisti? Perché fu proprio un paese soggetto a Mosca, la Cecoslovacchia, a rifornire di armi i sionisti, ad incaricarsi dell'addestramento dei loro piloti e ad agevolare i terroristi coinvolti nell'assassinio del mediatore dell'ONU?
Secondo Leonid Mlecin, ex vicedirettore del quotidiano "Izvestija", l'intenzione dei dirigenti sovietici era di "usare lo Stato ebraico in funzione antioccidentale" (p. 101), impedendo che l'Inghilterra consegnasse la Palestina alla Transgiordania e vi installasse poi le proprie basi militari. Lo spiegò subito a Truman il teorico statunitense della dottrina del containment, George Kennan, non appena fu chiaro che Stalin cercava di sfruttare le esitazioni statunitensi al fine di creare un contrasto fra il movimento sionista e il suo naturale alleato americano. "Se il piano di spartizione dovrà essere applicato con la forza - scriveva Kennan nel gennaio 1948 - l'URSS avrà tutto da guadagnare, perché troverà, in tale situazione, il pretesto per poter partecipare al 'mantenimento dell'ordine' in Palestina. E se le truppe sovietiche entreranno in Palestina per consentire l'attuazione della spartizione, gli agenti comunisti troveranno una base eccellente per estendere le loro attività sovversive, svolgere la loro propaganda, tentare di abbattere gli attuali governi arabi e installare anche lì delle 'democrazie popolari'. Forze sovietiche in Palestina sarebbero una minaccia diretta per le nostre posizioni in Grecia, Turchia, Iran, una minaccia a lungo termine per tutto il Mediterraneo" (p. 11).
Il cambiamento di rotta ebbe luogo nel novembre del 1948, quando Stalin firmò una risoluzione segreta della Presidenza del Consiglio dei Ministri che ordinava lo scioglimento immediato del Comitato Antifascista Ebraico costituito nel 1941, il sequestro dei suoi documenti e la chiusura dei suoi organi di stampa. Già nel mese di marzo un rapporto del generale Viktor Abakumov, ministro della Sicurezza Statale, aveva denunciato la posizione filoamericana del Comitato: "Tra i nazionalisti ebrei arrestati di recente, il Ministero della Sicurezza Statale ha individuato molte spie americane e inglesi, ostili al regime sovietico e dedite ad attività sovversive" (p. 146). Il processo contro il Comitato Antifascista Ebraico si concluderà nel 1952 con la fucilazione degl'imputati.
Il 7 febbraio del 1949 l'entità sionista ricevette la prima comunicazione formale del mutato orientamento del governo sovietico. Il viceministro Valerian Zorin ammonì ufficialmente Golda Meir protestando per le attività illegali della missione israeliana a Mosca, "del tutto incompatibili con un atteggiamento leale nei confronti dell'Unione Sovietica" (p. 149). I rapporti continuarono a peggiorare, finché nel 1953, in seguito all'affare dei medici avvelenatori ebrei e all'attentato terroristico ai danni della rappresentanza sovietica a Tel Aviv, l'URSS ruppe finalmente le relazioni diplomatiche con l'entità sionista.
In che cosa quest'ultima aveva deluso le aspettative dell'URSS? Secondo Mlecin, "Stalin permise l'esodo degli ebrei dai paesi dell'Europa orientale verso Israele e li rifornì di armi, perché sperava che quegli esuli, provenienti da paesi diversi e che parlavano lingue diverse, si sarebbero uniti in nuove brigate internazionali e avrebbero ascoltato la voce di Mosca" (pp. 191-192). Ma la Palestina non era la Spagna, e non tanto per la risibile ragione dei "principi democratici sui quali lo Stato ebraico era stato edificato" (p. 192), quanto per il fatto che i sionisti la consideravano come un paese da espropriare e da colonizzare "in proprio".
In ogni caso, Mlecin può dire che Stalin "in un certo senso avesse ottenuto ciò che voleva: l'Inghilterra, abbandonando la Palestina, aveva compromesso la propria posizione in Medio Oriente" (p. 191). Non solo, ma gli Stati Uniti non le erano subentrati nel controllo della regione, sicché all'URSS si presentavano nuove opportunità nel vuoto di potere che si era venuto a creare. Fu così che cominciò la manovra di avvicinamento dell'URSS ai paesi arabi.
Oggi, dopo sessant'anni di occupazione del territorio palestinese, con tutto quello che ciò ha comportato in termini di ingiustizia, di oppressione, di terrorismo, di crimini, di ricatti, di minaccia perenne alla pace del Vicino Oriente e del mondo, il sostegno dato da Stalin alla nascita dell'entità sionista si rivela come la mossa peggiore di tutta la sua carriera. Anzi, se proprio si vuol continuare a parlare dei "crimini di Stalin", bisogna necessariamente concludere che questo è stato di gran lunga il peggiore di tutti.






Inserita il 13/08/2009 alle 10:53:53      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico