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Elefanti effervescenti

Lodovico Ellena, Si può ancora criticare l'Islam?, Tabula Fati, Chieti 2009



Come informa una lunga nota biobibliografica alle pp. 61-62, l'Autore dello scritto che dà il titolo a questo libriccino "è nato a Torino nel 1957, ha viaggiato molto e si è laureato in filosofia a Torino. Ha avuto discreta notorietà con il gruppo neopsichedelico Effervescent Elephants, con l'edizione di vari dischi. È stato vice-preside, poi direttore, in un liceo torinese. Svolge numerose attività politiche e collabora a vari giornali".
Metà delle sessanta pagine del volumetto sono però firmate da altre personalità: Mario Borghezio, Emanuele Pozzolo, San Tommaso d'Aquino, Sant'Alfonso Maria de' Liguori. Un eterogeneo quartetto, questo, che non deve essere ovviamente identificato con il gruppo neopsichedelico Effervescent Elephants, anche se una certa nota psichedelica nel libretto in esame non manca.
Infatti l’effervescente Mario Borghezio, prefatore dell'opera, richiamandosi agli scritti allucinogeni di quell'Alexandre Del Valle di cui ci siamo già occupati altrove (http://www.claudiomutti.com/index.php?url=6&imag=4&id_news=62), lancia un accorato grido d'allarme per avvertirci del pericolo incombente rappresentato dall'instaurazione, già in atto, di una vera e propria dittatura islamica: "Siamo, volenti o nolenti, di fronte a un potere mondiale ed universale di censura pronto a sanzionare con mezzi violenti ogni e qualsiasi infrazione ai dettami della sharia".
A quanto pare, parecchia acqua è passata sotto i ponti del divino Eridano da quando l'on. Borghezio, in veste di sottosegretario del primo governo Berlusconi, accoglieva con tutti gli onori al Ministero della Giustizia i dirigenti dell'UCOII; o da quando il tribuno leghista faceva parlare dalla tribuna di San Pellegrino Terme gli oratori dei Murabitun, mentre un paio di giovanotti caucasici (un inguscio e un ceceno), da lui presentati come "veri eroi", gridavano "Allahu akbar" davanti a una platea di attoniti militanti padanisti.
Meno effervescente di Borghezio, il candidato della Lega Nord al consiglio comunale di Vercelli, Emanuele Pozzolo, riesce nondimeno anche lui ad evocare, nella sua Presentazione (pp. 9-14), le atmosfere oniriche ed allucinanti di un'esperienza psichedelica. Qui l'evasione dalla realtà è ottenuta mediante la riscrittura dei versetti coranici: dopo averne citati quattro in una traduzione alquanto approssimativa e in una forma mutila ed avulsa dal contesto, Pozzolo conclude la sua breve scelta antologica riferendo un versetto addirittura inesistente (p. 9). Una così particolare acribia filologica consente al candidato leghista di enunciare la sua "evidentissima verità" (p. 10): "ovunque l'Islam venga a contatto con tradizioni altre da sé non risulta in grado di sapervisi rapportare in termini pacifici" (p. 10).
Un po' più interessante è invece il giudizio di San Tommaso d'Aquino sull'Islam, riportato alle pp. 49-50; giudizio che, come è stato detto, "ha un'importanza capitale, non solo perché ci indica quali fossero le conoscenze e le opinioni che aveva intorno ad esso [=all'Islam] un così grande uomo, ma anche perché servì lungamente di norma alla massima parte dei controversisti" (A. Malvezzi, L'islamismo e la cultura europea, Sansoni 1956, p. 107). Nel libretto ovviamente non si fa cenno del fatto che lo stesso San Tommaso affermava di esser debitore di alcuni concetti attinenti la beatitudine celeste ad Alfarabi, Avicenna, Avempace ed Averroè, i quali a loro volta li avevano desunti dal Corano (G. Gabrieli, Intorno alle fonti orientali della Divina Commedia, Tip. Vaticana 1919, p. 41).
Altrettanto interessante il quadro dell'Islam abbozzato da Sant'Alfonso Maria de' Liguori e riportato alle pp. 51-60: esso mostra come questo settecentesco difensore del cattolicesimo ignorasse, al pari degl'intellettuali razionalisti contemporanei, le nuove fonti d'informazioni che l'orientalismo aveva pur tuttavia messe a disposizione. I secoli erano evidentemente trascorsi invano, se, per sostenere una caratteristica tesi cattolica (Non può esser vera la religione maomettana), il doctor Ecclesiae era costretto a riproporre il vieto ritornello della "libidine" e delle "sozzure della carne" quali caratteristiche della cultura islamica, anche se per amor di equità bisogna dargli atto di essersi astenuto dal ripetere il topos trito e ritrito secondo cui i musulmani adorerebbero... la dea Venere.
Veniamo infine allo scritto di Lodovico Ellena che dà il titolo al libriccino. Tale scritto, ci avverte l'Autore stesso, "nacque come taccuino di appunti" (p. 17). Ma appunti sono rimasti, privi di qualunque organicità, sicché il lettore non può non restare colpito dal carattere frammentario e raccogliticcio del testo. Esso è costituito di due capitoli slegati tra loro, il primo dei quali ripropone qualche banale argomento di polemica antislamica desunto dagli scritti di vari agit prop (Guido Olimpio, Ayaan Hirsi Ali, Christopher Hitchens, Tim Leedom, Maria Murdy ecc.), mentre il secondo è un puro e semplice elenco di citazioni tratte dall'Apologia dell'islamismo di Laura Veccia Vaglieri (fantasiosamente qualificata come "musulmana italiana"), da L'Islam di Alessandro Bausani e... da un articolo apparso sul quotidiano degli Elkann.
Tra le personali affermazioni dell'intellettuale torinese, deve esserne però citata una che è veramente degna di nota: quella che attribuisce ai musulmani non il culto di Venere, né quello di Bafometto (http://www.claudiomutti.com/index.php?url=6&imag=2&id_news=60), bensì "la venerazione di una pietra già adorata dai persiani nel culto dedicato a Crono, dio del tempo" (p. 20).

Inserita il 28/05/2009 alle 10:42:42      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico