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Franz Altheim, Deus invictus, Edizioni Mediterranee, Roma 2007

Dall'inizio degli anni Sessanta, quando videro la luce Il dio invitto (Feltrinelli 1960) e Dall'Antichità al Medioevo. Il volto della sera e del mattino(Sansoni 1961), dovettero passare trentacinque anni prima che una piccola casa editrice romana pubblicasse due altri libri di Franz Altheim: Romanzo e decadenza (Settimo Sigillo 1995) e Storia della religione romana (Settimo Sigillo 1996). Oltre a ciò, in Italia di Altheim non si è letto molto: due voci sull'Iran sono apparse nei "Propilei", due interventi nell'"Archivio di Filosofia", due articoli in "Studi e Materiali di Storia delle Religioni", qualcos'altro nella terza pagina di "Regime Fascista". L'estensore di queste righe ha dato anch'egli un modesto contributo, pubblicando uno scritto su Cesare in un "Quaderno del Veltro" (J. Evola - F. Altheim, La religione di Cesare, Edizioni di Ar 1977), nonché due brani estratti da Attila und die Hunnen e da Alexander und Asien, rispettivamente sul n. 1/2006 (La funzione eurasiatica degli Unni) e sul n. 2/2006 (Un Greco in Asia) di "Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici".
A distanza di quasi mezzo secolo dalla prima edizione italiana di Der unbesiegte Gott, una nuova traduzione, preceduta da un interessante saggio biobibliografico di Giovanni Casadio (Franz Altheim: dalla storia di Roma alla storia universale) e seguita da una lunga postfazione di Luciano Albanese sulla storia del culto del Sole (I culti solari dall'Impero Romano al Rinascimento), è stata pubblicata col titolo Deus invictus dalle Edizioni Mediterranee nella collana "Orizzonti dello Spirito". Tale contesto editoriale appare più che idoneo, poiché il fondatore della collana, Julius Evola, conobbe Franz Altheim già all'epoca in cui questi collaborava con la Ahnenerbe e lo menzionò costantemente come uno dei più insigni studiosi viventi del mondo antico, indicando "il periodo aureo di Altheim" (A. Romualdi, Gli Indoeuropei. Origini e migrazioni, Edizioni di Ar 2004, p. 157) in quella fase di ricerche che è rappresentata dai libri sui Latini degli anni Trenta e Quaranta.
All'attività svolta da Altheim negli anni Cinquanta risale invece Der unbesiegte Gott (l'edizione tedesca è del 1957), uno studio sul mondo politico-religioso del Basso Impero condotto secondo una prospettiva che potrebbe esser definita di respiro eurasiatico. Altheim infatti, come scrive Casadio nella suo saggio introduttivo a Deus invictus, "si è mosso attraverso le grandi culture dell'Eurasia e i rispettivi mondi religiosi, privilegiando certi temi che erano più consoni al suo temperamento di uomo e di studioso, ma sempre indagando gli aspetti religiosi sullo sfondo di un più vasto quadro d'insieme, con particolare insistenza sugli aspetti economici ed ecologici" (p. 40).
Deus invictus sviluppa un argomento già affrontato da Altheim nella Storia della religione romana: la fortuna conosciuta nell'Impero Romano da una religione solare originaria dell'ambiente arabo e irradiatasi dalla città siriana di Emesa. Se Settimio Severo (193-211) aveva promosso il culto dell'"unico dio Zeus Serapis Helios" e Caracalla (211-217) ne aveva conservato il primato, fu con Elagabalo (218-222) che il dio del Sole attinse il rango di signore assoluto di Roma, diventando destinatario di un culto pressoché esclusivo: l'imperatore, sommo sacerdote del "dio della montagna" (tale infatti è il significato di El ha-gabal), fece addirittura trasferire nel tempio di quest'ultimo il fuoco di Vesta e gli scudi dei Salii. La morte di Elagabalo, avvenuta in seguito ad una congiura di palazzo, non arrestò tuttavia la diffusione dell'idea solare, la quale si manifestò nelle forme letterarie e filosofiche individuate da Altheim nel romanzo ellenistico di Eliodoro ("un fenicio di Emesa, della stirpe di Helios", come si firma lui stesso) e nel neoplatonismo di Porfirio (dove Helios è presentato come l'ipostasi suprema dell'unico Dio), finché, sotto il principato di Aureliano (270-275), la figura divina del Sole si identificò con quella di Giove Capitolino e si romanizzò, mentre il suo culto poté diventare un culto imperiale. Toccò infine a Costantino (306-337) il compito di riprendere i simboli della religione solare, integrandoli nel nuovo quadro cristiano e sovrapponendo l'immagine del Sol Invictus quella del Cristo vittorioso.
Il risultato più originale del lavoro di Altheim lo si può forse cogliere quando, seguendo la trafila delle forme assunte dalla religione solare, egli arriva a intravedere una continuità storica tra la dottrina neoplatonica dell'Uno, il monofisismo di Eutiche e la dottrina islamica dell'Unità divina. "Il messaggio di Maometto - scrive Altheim ribadendo quanto già affermato in altri suoi libri - era infatti incentrato sull'idea di unità ed escludeva che la divinità potesse avere un 'compagno', ricalcando così le orme degli antecedenti e conterranei Neoplatonici e Monofisiti" (pp. 115-116). Giovanni Casadio, che nel suo notevole saggio introduttivo dà atto all'estensore della presente recensione di aver "richiamato l'attenzione su queste intuizioni di Altheim" (p. 42), ritiene tuttavia, ma senza spiegare il perché, che egli le abbia accentuate "in una direzione storicamente assai discutibile" (ibidem). Si potrebbe facilmente obiettare che, se mai, più che discutibile è invece la fantasiosa congettura formulata da Casadio (quella di una fatwa che nella Germania odierna potrebbe essere "comminata" - sic- contro Altheim da un imam indignato per l'accostamento tra la predicazione di Mani e quella del Profeta). In realtà, se si vuol proprio parlare della Germania attuale, ben altri sono i tabù che vi impediscono la manifestazione del pensiero e l'attività di ricerca; ma sicuramente è più comodo denunciare l'inesistente fatwa di un imam di fantasia, anziché le effettive sentenze di condanna pronunciate da laici e democratici inquisitori in carne ed ossa.
Tornando al testo di Altheim, occorre ricordare che Evola, recensendone tempestivamente l'edizione tedesca, ne aveva indicato un limite: "l'Altheim - scriveva - non ha forse dato adeguato risalto ad un fatto importante, alla relazione che tutto quest'ordine di idee ebbe anche coi Misteri di Mithra. Infatti la designazione di invictus si applicò egualmente alla figura simbolica di Mithra, il cui culto era diffusissimo soprattutto fra le legioni romane" (Nuove esplorazioni della Romanità: Il Dio invitto, "Roma", 24 giugno 1957). Lo stesso appunto viene mosso ad Altheim da Luciano Albanese, che al problema della relazione tra Helios e Mithra dedica un paragrafo della sua postfazione sulla storia dei culti solari.

Inserita il 19/12/2008 alle 16:56:36      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico