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Romolo Gobbi, Tre piccoli popoli eletti. Irlanda del Nord, Sudafrica, Israele, www.lulu.com

Recensendo su "Eurasia" di gennaio-marzo 2008 un libro di Romolo Gobbi (Un grand peuple élu. Messianisme et antieuropéanisme aux Etats-Unis des origines à nos jours), notavamo come l'autore avesse opportunamente segnalato, in alcuni concetti pubblicamente espressi da George Bush, gli echi di quella dottrina del "popolo eletto" che i Pilgrim Fathers avevano ricavata dalle scritture veterotestamentarie e dalle Apocalissi ebraiche, fornendo così ai colonizzatori dell'America settentrionale un'ideologia religiosa con cui questi ultimi poterono legittimare lo sterminio della popolazione autoctona "pagana", condannata dal "Dio d'Israele" - né più né meno dei Filistei e degli Amaleciti in Palestina - alla distruzione e alla dannazione eterna. "I popoli eletti, grandi o piccoli, sono convinti di essere benedetti da Dio, che non solo li protegge, ma condanna alla dannazione tutti i loro nemici". Così scrive Gobbi in quest'altro libro, nel quale si occupa di tre "popoli eletti" che, a paragone di quello statunitense, egli definisce "piccoli": i Presbiteriani dell'Irlanda del Nord, i Boeri del Sudafrica e gli Ebrei andati ad invadere e occupare la Palestina.
Indubbiamente l'occupazione dei territori nordamericani da parte dei coloni puritani presenta evidenti analogie con l'insediamento dei coloni anglicani e presbiteriani nell'Irlanda del Nord, insediamento che ebbe luogo nei primi decenni del XVII secolo. I presbiteriani, membri di un gruppo coeso e solidale che viveva particolarmente isolato sia dagli anglicani sia dai cattolici irlandesi, professavano quella dottrina calvinista che li rendeva certi di essere predestinati alla grazia e li induceva a ritenere inevitabilmente dannati gli autoctoni cattolici. Dopo avere ripercorso le vicende storiche dell'Ulster fino ai giorni nostri, l'autore conclude osservando: "La violenza è talmente radicata nell'animo umano, che non ha bisogno di particolari motivazioni per scatenarsi: se poi a motivarla è l'odio accumulato nei secoli ead alimentarla è la convinzione di essere degli 'eletti', e che quindi i propri nemici sono di per sé degli abbietti, nessun limite può fermarla".
Anche nella colonizzazione del Sudafrica, intrapresa nel XVII secolo da un migliaio di contadini (boer) olandesi cui si erano aggregati 156 ugonotti francesi, agirono la convinzione calvinista del "patto con Dio" e quegli stessi "modelli ideali che (...) avevano ispirato i 'padri pellegrini' nella loro fuga dall'Inghilterra, il loro viaggio nella 'wilderness' americana, per costruirvi la 'casa sulla collina', il primo esempio del regno di Dio in terra". Ancora nella seconda metà del XIX secolo i Boeri erigevano un altare di pietra "come segno del patto tra loro e con Jehova" (D.H. Akenson, cit. da Gobbi) ed invocavano per i loro nemici la sorte di Amalec, il nipote di Esaù al quale il biblico Dio degli Eserciti aveva dichiarato guerra "d'età in età" (Esodo 17, 16). E gli Amaleciti, che Saul aveva sterminati senza pietà, venivano identificati a mano a mano con chiunque ostacolasse la colonizzazione del Sudafrica. Non solo gli abitanti d'origine africana ed i meticci, ma anche quelli d'origine asiatica furono definiti "creature", anziché "uomini", mentre gli stessi Europei d'origine non olandese venivano trattati con sospetto.
Ma il "popolo eletto" per eccellenza è ovviamente quello ebraico, al quale, secondo la mitologia sionista, l'Eterno avrebbe assegnato il possesso della Palestina. Gobbi fa notare che la tesi sionista è seriamente compromessa da un fatto storicamente indiscutibile: la mancanza di continuità tra l'antico popolo d'Israele e le comunità della diaspora ebraica formatesi nel corso dell'età antica e del Medio Evo. "Nell'Africa romana, come nelle altre province dell'Impero romano - scrive P. Sebag, uno storico citato da Gobbi - ci furono ben presto altri Ebrei oltre a quelli del ceppo originario (...) Uomini e donne di ogni razza e di ogni condizione si sono convertiti al giudaismo (...) così il giudaismo poté guadagnare elementi di tutte le origini, ma soprattutto indigeni punici e berberi". Ancora più consistente è la massa degli ebrei d'origine non semitica che si è diffusa nell'Europa orientale e centrale: "anche un ragionamento semplice di tipo storico-geografico stenta a spiegare la presenza in Russia alla fine del 1800 di cinque milioni di ebrei e di altri due milioni negli altri paesi del Nordeuropa". Diventa perciò attendibile la spiegazione di chi, come Arthur Koestler in The Thirteenth Tribe, sostiene che gli attuali Ebrei aschenaziti traggono origine dai Cazari convertiti al giudaismo intorno all'VIII secolo. La tesi puerile che spaccia gli Ebrei attuali per discendenti delle dodici tribù d'Israele, quindi per attuali rappresentanti del "popolo eletto", si è combinata con un'altra tesi non meno puerile ed assurda: quella di una Palestina vuota, selvaggia, deserta, in attesa di un "popolo eletto" che venisse a trasformarla in un giardino. Ha preso così forma quel "mito" sionista che potremmo definire, sulla scorta di Karoly Kerényi, un "mito tecnicizzato", elaborato cioè in maniera interessata per servire a un ben preciso fine di natura politica: in questo caso, l'usurpazione della Palestina e l'eliminazione dei nuovi Filistei ed Amaleciti.

Inserita il 02/08/2008 alle 11:07:33      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico