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F. Prati – H. Wulf – S. Lorenzoni, Etnonazionalismo ultima trincea d’Europa, Effepi, Genova 2006

Sfogliando questo nuovo prodotto del “pensiero etnonazionalista völkisch” (sic), la nostra attenzione è stata subito attratta da una “mappa delle comunità etniche d’Europa” (p. 13). La cartina in questione ci rivela in primo luogo che l’Europa degli etnonazionalisti è ridotta entro termini alquanto miseri: a nord non si va oltre Berlino, mentre sul versante orientale rimangono escluse non solo Bucarest e Sofia, ma anche Atene e Costantinopoli. Inoltre, questo scampolo d’Europa è sminuzzato al suo interno in parecchie decine di frammenti territoriali che corrisponderebbero, secondo gli autori, alle “comunità etniche d’Europa”. Vediamo in tal modo che, mentre l’Emilia e le Marche costituiscono un’unica entità e la Bosnia è associata al Montenegro, il Portogallo del Nord è nettamente separato dal Portogallo del Sud, la Macedonia del Nord da quella del Sud, il Piemonte dalla Lombardia, la Posnania dalla Slesia e così via pilloleggiando, per la gioia dei cultori dell’Europa dalle mille bandiere.
Dagli Spunti per un Manifesto dell’Etnonazionalismo Völkisch pubblicati in fondo al volume apprendiamo che i membri di ogni comunità etnica (per esempio gli abitanti del Mezzogiorno d’Italia o del Banato) “sono tali solo per diritto di Sangue, ovvero per appartenere a tale comunità dal punto di vista etno-razziale”. Ad ogni comunità etnica viene rivendicata la facoltà “di darsi le istituzioni politiche di propria scelta” e una serie di altri diritti particolaristici e frazionistici, nel quadro di una auspicata “Etnofederazione europea delle comunità di Sangue e Suolo” che, stando agli “etnonazionalisti völkisch”, sarebbe “tanto temuta dai nemici dei Popoli d’Europa”.
E quali sono questi nemici dell’Europa etnonazionalista?
Non certo l’imperialismo statunitense, visto che la Kissinger Agency già una quindicina d’anni fa preconizzava un’Europa in pillole molto simile a quella vagheggiata dagli etnonazionalisti völkisch. Stando alla formula di Guillaume Faye, che gli autori di questo libro citano come uno dei loro principali maîtres à penser, gli USA sono solo un concorrente dell’Europa, mentre il nemico principale è l’Islam. E così gli etnonazionalisti, appoggiandosi a “un libro eccellente” (p. 85) di un collega di Faye, il notorio agent d’influence sionista Alexandre Del Valle, scoprono nell’Islam delle qualità che, a loro parere, ne farebbero quasi un doppione del protestantesimo, ossia del vecchio nemico dell’Europa cattolica, sicché l’Islam, condividendo il culto del “dio-usuraio” (p. 91) di Lutero e di Calvino, avrebbe in comune col protestantesimo due caratteristiche fondamentali: il “feticismo del denaro” e la “mancanza di cultura” (p. 88).
Sono farneticazioni, queste, che non meritano nessuna replica. Però, siccome per dimostrare la presunta ostilità islamica nei confronti della cultura gli autori ripropongono una vecchia storiella diffusa da Barebreo che trova ancora credito presso varie categorie di ignoranti e sprovveduti (la storiella del Califfo Omar che ordina di distruggere la biblioteca di Alessandria d’Egitto), consigliamo agli etnonazionalisti völkisch di andarsi a leggere, se non il libro di Butler che oltre cent’anni fa demolì definitivamente la storiella, almeno la Vita Caesaris di Plutarco, dalla quale risulta (XLIX, 6) che la biblioteca era stata distrutta già all’epoca del bellum Alexandrinum, sette secoli prima della conquista musulmana dell’Egitto.
O forse, a proposito di Egitto, sarà più opportuno liquidare sbrigativamente l’ignorante di turno col motteggio in uso sulle rive del Nilo: “Shuf shuglak, ya khawaga!”

Inserita il 06/02/2006 alle 11:22:25      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico