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Solidarietà euro-islamica contro il mondialismo

Osservando gli avvenimenti che hanno luogo nell'Europa occidentale, assistiamo tra l'altro al paradosso per cui certi gruppi nazionalisti, che si dichiarano antimondialisti, si attestano su posizioni di ostilità nei confronti degli immigrati musulmani. Non è assurdo questo antagonismo di forze antimondialiste?C.M.
Da parte dei gruppi di cui Lei parla viene dichiarata l'intenzione
di difendere la specificità europea contro elementi etnici e culturali
che rappresenterebbero qualcosa di alieno. Però sì è anche potuto
scoprire, grazie alla recente pubblicazione di alcuni documenti di
origine statunitense, che alcune centrali dello spionaggio americano
hanno manovrato certi, ambienti xenofobi tedeschi. Inoltre, sempre
in Germania, circola la notizia secondo cui la vecchia "Stasi" della
Repubblica Democratica, sotto la direzione dell'ebreo Markus Wolf,
sarebbe passata al servizio degli USA e agirebbe in seno ai movimenti
xenofobi. Ciò si spiega facilmente con il progetto americano di destabilizzare
la Germania e di creare una perenne conflittualità tra Europei ed
immigrati, soprattutto gl'immigrati musulmani. Quanto ai cosiddetti
nazionalisti europei, se veramente avessero in vista la costruzione
di una grande Europa continentale (l'unica possibilità geopolitica
per far fallire ogni disegno di egemonia mondiale americana), dovrebbero
considerare le prefigurazioni storiche dell'Impero europeo, a cominciare
dall'Impero Romano. Ebbene, l'Impero Romano inglobò entro i propri
confini l'odierno Nordafrica e fece entrare nel Senato, fin dai tempi
di Claudio, esponenti di famiglie nordafricane, finché, con Settimio
Severo, Roma ebbe addirittura un imperatore d'origine africana, e
non certo dei peggiori. In una prospettiva geopolitica di tipo imperiale,
nel quadro di un'Europa che non sia la misera Europa della CEE, ma
l'Europa disegnata dalla geografia da Dublino a Vladivostok e dal
Mar Glaciale Artico ai limiti del Sahara, i popoli nordafricani fanno
parte della famiglia dei popoli dell'Impero, sicché l'immigrazione
nordafricana in Francia o in Italia è, a rigore, una migrazione interna.
Il che non vuol dire, ovviamente, che i fenomeni di sradicamento e
di miscuglio culturale debbano essere incoraggiati

La tendenza storica attuale, tuttavia, sembra
dirigersi in un senso opposto a quello della formazione di grandi
spazi imperiali. Sia in Europa occidentale sia nell' ex-Urss prevale
una tendenza alla regionalizzazione che si manifesta talora in forme
tragiche, come nell'ex-Jugoslavia o nell'Asia centrale.

C.M.
C'è chi pensa che la frammentazione regionalista corrisponda
a una rinascita del sentimento d'appartenenza e ad un rinvigorimento
delle identità culturali ed etniche, dunque che si tratti di una tendenza
contrapposta a quella dell'omologazione mondialista. Ciò può essere
vero solo per quanto concerne le pie intenzioni dei regionalisti e,
in genere, dei fautori delle forme odieme di tribalismo. Nella realtà,
se vuole conservarsi e svilupparsi, ogni cultura specifica deve disporre
di un potere politico che la difenda e la salvaguardi. Ora, né la
Croazia né il Tagikistan, presi da soli, hanno la potenza necessaria
per difendere la propria specificità. Se nel secolo scorso le dimensioni
richieste perché uno Stato europeo fosse indipendente erano quelle
della Francia, della Spagna, dell'Italia, oggi i soli stati che possono
essere indipendenti e svolgere una loro funzione storica sono gli
Stati a dimensione continentale, cioè quegli Stati che dispongono
di un territorio con una superficie di qualche milione di chilometri
quadrati, di una demografia calcolabile in centinaia di milioni, di
ricchezze naturali sufficienti, di tecnologia sviluppata. Ora, questo
non è il caso nè della Croazia nè del Tagikistan nè di tutti i popoli
di cui si sente parlare da qualche anno a questa parte. Ma non è neanche
il caso della Germania da sola o della Russia da sola. Se i singoli
popoli del grande spazio compreso tra Dublino e Vladivostok vogliono
tutelare le loro specificità, devono rinunciare all'utopia (favorita
dal nemico mondialista) dello Stato a base etnica, regionale e nazionale.
Devono prevalere criteri di geopolitica, di civiltà comune e di avvenire
comune. Croati e Tagiki, se non vogliono scomparire nel melting pot
mondialista, devono aggregarsi con gli altri popoli del grande spazio
di cui fanno parte. Altrimenti saranno indipendenti così come lo era,
nel secolo scorso, il Ducato di Parma. Lì i miei avi erano sudditi
di una duchessa locale, ma quella duchessa era la figlia dell'imperatore
d'Austria e la moglie di Napoleone.

In tutto questo vi è sempre stato, per noi,
qualcosa di tragico, perché un grande Stato continentale è anche una
grande burocrazia, e la burocrazia è una sorta di mondialismo interno.


C.M. Il problema, infatti, consiste nel non confondere
l'imperium con il dominium, nel mantenere al livello strettamente
necessario la forza centripeta e nel non assegnare allo Stato ciò
che è di competenza della persona, della famiglia, della comunità
culturale. Tale esigenza non comporta necessariamente, però, una soluzione
di tipo confederale. Anzi, nel caso in cui l'Europa (Russia compresa)
arrivasse ad unificarsi, una soluzione confederale sarebbe suicida,
perché la confederazione conserverebbe i germi della dissoluzione.
L'esempio migliore è quello dell'URSS: lo Stato sovietico ha conservato
e istituzionalizzato quelle fessure interne (i confini tra i vari
Stati federati) che alla fine si sono allargate. Il crollo dell'URSS
è cominciato proprio da queste fessure: con la secessione delle repubbliche
baltiche. A parte questo rischio estremo, uno Stato che al proprio
interno mantenesse diversi Stati, ciascuno con una propria legislazione,
sarebbe caotico. Immaginiamo, nel caso ipotetico di un'Europa confederata
e non unitaria, che un italiano sposato con una francese debba divorziare
davanti ad un tribunale tedesco. Quanti codici civili si scontrerebbero
in un processo del genere?

Questa prospettiva di unità continentale
è ostacolata, in Russia e nell'ex Unione Sovietica, dal timore dell'Islam.
Timore per la sua esuberante demografia e per il suo dinamismo che,
si dice, potrebbero dar luogo ad una islamizzazione di tutta questa
grande area. Alcuni pensano che questa eventualità rappresenterebbe
un pericolo più grave del mondialismo stesso. Che cosa risponderebbe
Lei a chi manifesta tali timori?


C.M. Come in ogni dilemma, i corni sono due. O i Russi
si fanno colonizzare dal mondialismo, e in questo caso perderanno
inevitabilmente la loro specificità culturale, religiosa ed anche
etnica, nonché la stessa dimensione umana, o scelgono la solidarietà
con l'Islam, da parte del quale non hanno nulla da temere. È sufficiente
che guardino la storia dell'Islam. Quando l'Islam ha dovuto governare
regioni abitate da comunità cristiane, queste comunità hanno tratto
vantaggio dal vivere in un quadro politico islamico. (Ecco la distinzione
tra imperium e dominium!). I cristiani orientali, che hanno vissuto
per secoli come sudditi di un'autorità politica islamica, hanno salvaguardato
la loro specificità mille volte meglio che non i cristiani occidentali.
Le due diverse condizioni sono sotto gli occhi di tutti. D'altronde
fu proprio un Russo e un Ortodosso, il pensatore tradizionalista Konstantin
Leont'ev, ad affermare che i Russi devono unirsi ai Musulmani perché
l'Islam rappresenta un potente e benefico ancoraggio contro le tendenze
antitradizionali.

da "Aurora", anno V, n° 5, Maggio 1993


Inserita il 10/10/2005 alle 15:20:05      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico