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Geopolitica e diritto internazionale

Federico Roberti: Buongiorno, oggi ci troviamo negli studi di Arcoiris Tv con Claudio Mutti, redattore di “Eurasia. Rivista di studi geopolitici”, in occasione dell’uscita del numero dedicato a “geopolitica e diritto internazionale nell’epoca dell’occidentalizzazione del pianeta”. Prima di tutto, professore, vorremmo chiederle quali sono i motivi che hanno spinto la redazione della rivista a scegliere questo argomento come dossario del numero in questione, argomento che a prima vista potrebbe sembrare quanto meno inconsueto.

Claudio Mutti: “Eurasia” è, come recita il sottotitolo, una rivista di studi geopolitici; e il diritto internazionale ha uno stretto rapporto con la geopolitica.
Il rapporto fra i concetti di sovranità, diritto e territorio è chiaramente attestato nelle culture indoeuropee, come si può facilmente dedurre dalla parentela etimologica e semantica che collega tra loro diversi termini sanscriti, latini, greci: rajan, regere, rex, regio, orégo (“stendere [in linea retta]”, quindi tracciare i limiti della città e determinare le norme giuridiche).
Ma la medesima relazione è presente anche in altre culture eurasiatiche, non necessariamente indoeuropee, ad esempio nella cultura cinese, come appare evidente dalla citazione del sinologo Marcel Granet riportata da Tiberio Graziani, direttore di “Eurasia”, nell’editoriale con cui si apre questo numero della rivista.
Il legame fra diritto e territorio è ribadito da Carl Schmitt, che in Der Nomos der Erde afferma: “La terra è detta nel linguaggio mitico la madre del diritto. Il diritto è terraneo e riferito alla terra”.
Perciò, argomenta Graziani nel suo editoriale, “si potrebbe sostenere che la prassi geopolitica costituisce l’insieme delle modalità mediante le quali il diritto internazionale tende a manifestarsi, ad imporsi e, soprattutto, a dotare di senso la specifica dottrina geopolitica che fattualmente lo esprime. Peraltro è ben evidente che una qualsiasi dottrina geopolitica – di ampio respiro – configurandosi come una risposta totale alle esigenze del proprio tempo, quando applicata, inaugura un nuovo ciclo tra le relazioni degli attori in campo e dunque è portatrice di nuove regole”.






F. Roberti: Nel suo editoriale, il direttore Tiberio Graziani opera un distinzione fra il celebre motto “divide et impera” e quella che definisce “geopolitica del caos”, probabilmente sulla scorta di alcune argomentazioni sviluppate dallo studioso francese Francois Thual contenute nel suo ultimo libro Il mondo fatto a pezzi, pubblicato recentemente dalle Edizioni all’insegna del Veltro. Ci vuole chiarire questo passaggio, per favore?

C. Mutti: Sì, nel libro che lei ha citato (Il mondo fatto a pezzi) François Thual afferma esplicitamente che il frazionamento dello spazio politico (attraverso le secessioni, le balcanizzazioni e le frantumazioni degli Stati) è obiettivamente funzionale a una strategia di dominio imperialista.
La distinzione operata da Graziani tra il motto latino "divide et impera" e la "geopolitica del caos" vuole però mettere i puntini sulle i per quanto riguarda una equiparazione che spesso viene fatta negli ultimi anni, da quando sia tra i sostenitori della politica mondiale statunitense sia tra i suoi oppositori è diventato frequente il ricorso all’analogia tra l’Impero romano e l’egemonia internazionale esercitata dagli Stati Uniti.
Il parere di Graziani, che io condivido per vari motivi che qui non abbiamo il tempo di approfondire, è che questa questa analogia sia infondata, così come è infondata l’attribuzione della definizione di “impero” al dominio egemonico statunitense. Secondo Graziani, quindi, è altrettanto falsa l’analogia (sostenuta da alcuni) tra il principio del divide et impera e la “geopolitica del caos”.
“Lì – nel caso dell’impero romano e anche degl’imperi continentali di cui esso rappresenta il paradigma – l’applicazione del principio è funzionale all’integrazione delle singole componenti in uno spazio territoriale unico e continuo, l’ecumene imperiale, e orientato, soprattutto, a limitare perturbazioni e tensioni locali per il bene supremo della comune casa imperiale; qui – nel caso della geopolitica del caos applicata dall’imperialismo statunitense – la divisione e le tensioni endogene, peraltro spesso artificialmente alimentate, vengono poste in essere per perturbare e frammentare altri spazi geopolitici onde depredarne risorse e assoggettarne le popolazioni residenti. Lì – nel caso degli imperi autentici – l’integrazione in un nuovo cosmos, qui – nel caso dell’imperialismo americano – la distruzione, il caos. Lì, le nazioni, il civis, lo spazio politico; qui l’individuo, il consumatore, l’illimitato spazio economico”.
Tra i geopolitici, dunque, io non mi richiamerei soltanto a François Thual, ma anche, per citare un solo nome, ad Agostino Degli Espinosa, il quale già negli anni ‘30 negava che gli USA volessero accompagnare l'imperare (il governare) al dividere. "L'America - scriveva D'Espinosa - non vuole governare, vuole semplicemente possedere nel modo più semplice, ossia con il dominio dei suoi dollari". Governare, infatti, "non significa unicamente imporre delle leggi e delle volontà: significa dettare una legge a cui lo spirito del popolo o dei popoli aderisca in modo che fra governo e governati si formi un'unità spirituale organizzata".



F. Roberti: La scorsa estate chi vi parla si è recato personalmente nella regione serba del Kosovo e Metohija ed ha avuto modo di constatare la situazione drammatica in cui vivono oggi le minoranze etniche là rimaste dopo l’intervento cosiddetto umanitario della NATO nel 1999. A tre mesi di distanza dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte della maggioranza albanese (riconosciuta da non più di una quarantina dei quasi duecento Stati esistenti oggi al mondo) e nell’immediata vigilia delle elezioni in Serbia, destinate a chiarire il quadro degli sviluppi futuri di questa area geopoliticamente così rilevante, Eurasia presenta un importante contributo di Paolo Bargiacchi dedicato alla situazione del Kosovo sotto il profilo del diritto internazionale. Un caso paradigmatico, direi.

C. Mutti: L'articolo di Paolo Bargiacchi (ricercatore confermato di diritto internazionale all'Università di Palermo) ha un titolo alquanto lungo: "La Proposta Ahtisaari alla luce del diritto internazionale e della Risoluzione 1244 (1999) del Consiglio di Sicurezza e la prospettata tutela dei Serbi e del loro patrimonio culturale e religioso in un Kosovo indipendente". La "Proposta Ahtisaari" reca il nome dell'inviato speciale dell'ONU, Martti Ahtisaari, incaricato di favorire l'accordo delle parti, serba e kosovara, sul futuro status politico-giuridico del Kosovo.
Essa afferma, senza dimostrarlo, che il Kosovo rappresenta un "caso unico" (a unique case) che in quanto tale esigerebbe un' "unica soluzione" (a unique solution); ciò legittimerebbe la nascita del nuovo Stato al di fuori degli schemi e dei princìpi del diritto internazionale.
L'analisi della Proposta Ahtisaari induce Bargiacchi a concludere che, "senza alcun riguardo alle previsioni della Risoluzione 1244, l'indipendenza è chiesta esclusivamente in ragione di motivi politici che sono solo asseritamente eccezionali e, tra l'altro, sono anche gravemente viziati dal punto di vista logico per la mancanza di causalità tra le premesse (le vicende del Kosovo dal 1999 in poi) e la conclusione pro-indipendenza della Proposta Ahtisaari".
Alla questione della tutela del patrimonio culturale serbo-ortodosso in Kosovo e Metohija è dedicato anche uno studio del nostro collega di redazione Stefano Vernole nel volume collettaneo La lotta per il Kosovo, apparso recentemente nella collana dei "Quaderni di geopolitica" diretta dallo stesso direttore di "Eurasia", Tiberio Graziani.





F. Roberti: Dopo il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia e quello per il Ruanda, ora sembra la volta di un altro tribunale con presupposti similari anche per il Libano e gli assassini politici ivi perpetrati negli ultimi anni. Ma qual è la logica di tutti questi organismi? E’ soltanto giuridica od esistono esigenze politiche? E a chi fanno capo queste esigenze? Sia detto per inciso, i due Tribunali Penali Internazionali citati assorbono circa il 15% del bilancio dell’ONU, l’ente che li ha istituiti (circa 100 milioni di dollari all’anno ciascuno).

C. Mutti: In Occidente è diffusa l'opinione che l'allestimento dei tribunali speciali internazionali rappresenti un importante successo del diritto internazionale. In realtà, questi tribunali sono gli strumenti giuridici (direi piuttosto: antigiuridici) con cui gli Stati Uniti hanno cercato di legittimare i loro stessi misfatti, delegittimando il nemico sconfitto e disumanizzandone l'immagine.
Il Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia ha dimostrato di dipendere dalle direttive degli Stati Uniti, che lo hanno voluto, sostenuto e pagato. Inoltre, si è instaurata una stretta collaborazione tra la Procura di questo Tribunale e le forze della NATO presenti nell'ex Jugoslavia, tant'è vero che a svolgere le funzioni proprie di una polizia giudiziaria, eseguendo le attività investigative e ricercando e arrestando le persone incriminate, sono i contingenti Ifor e Sfor.
Anche il Tribunale speciale iracheno, istituito dagli USA in un paese da loro occupato, pur essendo formalmente un tribunale "nazionale", appartiene sostanzialmente alla medesima categoria dei tribunali speciali internazionali, in quanto i giudici sono sì iracheni, ma operano agli ordini degli occupanti, esattamente come facevano i giudici del tribunale di Norimberga.
In effetti, i tribunali internazionali istituiti dagli USA si ispirano proprio a quello che un filosofo del diritto come Danilo Zolo (del quale ricordo un'intervista rilasciata ad "Eurasia" un anno fa) ha chiamato "il modello Norimberga".
Il processo di Norimberga, afferma Zolo, ha stravolto l'idea di giustizia internazionale, annullandone ogni distinzione rispetto alla politica e alla guerra. Si è trattato di una resa dei conti, della vendetta dei vincitori sui vinti. E' stata una parodia della giustizia con una letale valenza simbolica, poiché essere giustiziati dopo essere stati sottoposti alla giurisdizione del nemico costituisce la degradazione estrema della propria identità.
Ebbene, questa logica della vendetta che ha dominato il processo di Norimberga è stata riprodotta e radicalizzata nei processi contro Milosevic e Saddam Hussein; processi che in realtà sono state delle teatrali messinscena propagandistiche intese a coprire e a legittimare i comportamenti criminali e terroristici degli USA e dei loro satelliti.


F. Roberti: Con le interviste a tre esponenti politici libanesi ed il contributo di Claudio Moffa che ipotizza il coinvolgimento di Israele nel caso Enrico Mattei, il fondatore dell’ENI vittima di un attentato terroristico (così già lo interpretava Amintore Fanfani nel 1986, prima che i magistrati lo dichiarassero tale, cosa che è avvenuta molto recentemente), Eurasia conferma il proprio costante interesse per le vicende del Vicino e Medio Oriente. Ci possiamo attendere prossimamente un conflitto su larga scala nella regione oppure lei pensa che le dinamiche geopolitiche attuali, che sembrano orientate verso un nascente multipolarismo, possano impedire questa eventualità già da tempo annunciata dai più pessimisti?


C. Mutti: Nel gioco di forza in atto ormai da tempo tra l'Iran e gli USA, la Repubblica Islamica sta abilmente perseguendo un piano a lungo termine, mentre l'amministrazione statunitense non sa che fare, poiché non è in grado di varare un piano strategico credibile. L'annuncio delle future trattative fra Iran e Siria e Stati Uniti conferma il fatto che questi ultimi sono stati costretti a scendere a compromessi coi loro due principali avversari nel Vicino Oriente, per ottenere quella stabilità che avrebbero voluta conquistare attraverso un intervento militare.
La posizione del governo russo, favorevole a una trattativa nel Vicino Oriente, e il veto del Congresso americano ai finanziamenti di nuove missioni militari nel Vicino Oriente hanno smorzato gli entusiasmi degli strateghi della Casa Bianca.
Agli USA non si presenta altra soluzione che non sia quella del negoziato. L'Iran si estende su un territorio che è quattro volte la superficie dell'Iraq e la sua popolazione è tre volte quella irachena, con un esercito meglio equipaggiato. Date le difficili condizioni in cui si trovano attualmente i contingenti militari degli USA e dei loro satelliti in Afghanistan e in Iraq, un attacco all'Iran si risolverebbe in una disfatta e scatenerebbe chissà quali reazioni da parte della Russia e della Cina.
La strategia militare americana nel Vicino Oriente ha dunque fallito e la scelta obbligata del negoziato apre diversi scenari, il più probabile dei quali è rappresentato dall'ascesa dell'Iran al ruolo di potenza egemone nella regione.
In ogni caso, è ragionevole prevedere che nei negoziati prevarrà da parte dell'Iran e della Siria la linea dell'opposizione all'unilateralismo statunitense.



F. Roberti: Guido Carpi conclude il suo articolo sulla geopolitica russo-europea, sostenendo che dall’incontro fra l’Europa, gigante economico ma nano militare, e la Russia potrebbe scaturire una sinergia capace di mutare le inerzie planetarie, di porre un freno all’unilateralismo statunitense. Lei se la sente di condividere questo auspicio?

C. Mutti: Guido Carpi (professore associato presso l'Università di Pisa e titolare del corso di Storia della cultura russa) conclude il suo articolo auspicando che l'Europa superi l'eredità del 1204, l'anno simbolico in cui, col saccheggio di Costantinopoli effettuato dai Crociati, il mondo ortodosso venne estromesso dall'Europa, esattamente come il mondo musulmano, mentre prima sia i regni della Spagna islamica sia l'area bizantino-ortodossa fino ai musulmani della Volga erano considerati parte integrante d'Europa.
L'auspicio del superamento di quella spaccatura storica non può non essere condiviso da chi ritiene fondamentale per l'Europa se non una sua integrazione, almeno un suo stretto raccordo e una sua alleanza con la Russia, il grande spazio che non finisce agli Urali, ma si estende dal Mar Baltico al Mar del Giappone.
L'Europa dei capitali e della tecnologia trova la sua naturale continuità geografica, storica e culturale nella Russia della potenza militare nucleare e delle materie prime, una Russia nella quale vivono le grandi culture tradizionali dell'Eurasia: quella ortodossa, quella islamica, quella buddhista.
Ma questo non è soltanto un auspicio o un pio desiderio, date le linee di politica estera enunciate da Putin nello storico discorso di Monaco: opposizione all'unipolarismo statunitense e accentuazione del dialogo con l'Europa - con la quale la Russia intende sviluppare la collaborazione economica e migliorare lo scambio politico-culturale.


F. Roberti: Si conclude qui il nostro incontro con Claudio Mutti, redattore di "Eurasia. Rivista di studi geopolitici"; vi diamo appuntamento ad una delle prossime iniziative della rivista e ringraziamo il professor Mutti per la sua cortese disponibilità e gli studi di Arcoiris TV per la loro ospitalità. Arrivederci.

Inserita il 19/09/2008 alle 18:04:48      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico