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Intervista su Mircea Eliade per "Arges" [trad. italiana]

G. Stănescu: Nel sintetico e molto controverso Mircea Eliade e la Guardia di Ferro, pubblicato nel 1989 in italiano (Edizioni all’insegna del Veltro, Parma) e poi apparso in altre lingue tra cui il romeno, Lei si proponeva di demistificare il caso Eliade, partendo da documenti inediti e testimonianze originali e respingendo sia alcune contestazioni sia le prese di posizione apologetiche. Quale messaggio ha voluto trasmettere, per quanto riguardal’impegno politico del giovane Eliade, a generazioni formate da cinquant’anni di comunismo e agli studiosi di Eliade di tutto il mondo?

C. Mutti: L’impegno di Eliade a fianco del Movimento legionario e nei suoi stessi ranghi è stato messo sotto accusa da alcuni intellettuali totalmente condizionati dalla loro origine, dalla loro appartenenza e dalle loro solidarietà. Giudicando la fase legionaria come una „macchia” nella biografia di Eliade, gli apologeti conformisti di quest’ultimo si sono sforzati di negare la realtà. L’indignazione nei confronti di una tale situazione mi ha spinto a scrivere quel controverso libretto del 1989, allo scopo dichiarato di ristabilire una verità storica che troppi cercano di deformare o addirittura di negare.

G. Stănescu: Come spiega l’adesione di Eliade e della sua generazione al Movimento legionario?

C. Mutti: La „giovane generazione” era estremamente critica nei confronti dei sistemi politici d’origine occidentale. Eliade, in particolare, in un articolo del 1933 accusava i quarantottisti di aver contaminato la specificità romena introducendo formule astratte e sterili. Il liberalismo, ideologia radicata nel materialismo, aveva prodotto la degenerazione del „politicantismo”, una pratica demagogica che, essendo interessata unicamente al consenso elettorale, era incapace di riconoscere le necessità reali del Paese; la democrazia, col suo egualitarismo, impediva l’emersione di personalità creatrici. L’importazione di modelli estranei poneva la Romania in una condizione di sottomissione e di inferiorità. Perciò il Movimento legionario fu, per la „giovane generazione” la sola alternativa al materialismo liberaldemocratico.
G. Stănescu: Considera questa adesione come un fatto nefasto, sbagliato e condannabile, o, invece, come l’unica risposta che all’epoca riguardasse la restaurazione dei valori cristiani e nazionali, in una condizione storica in cui la corruzione della classe dirigente e il politicantismo avevano assunto le forme più intollerabili?
C. Mutti: L’opzione legionaria di Mircea Eliade e di altri intellettuali è dovuta al fatto che il Movimento legionario non solo era l’unica forza politica di opposizione contro un regime corrotto, instabile e asservito agl’interessi oligarchici, ma, preconizzando il ritorno della comunità nazionale alla spiritualità religiosa, si presentava anche come il nemico radicale della liberaldemocrazia, cioè di un sistema nato da una concezione razionalista e individualista, del tutto estranea alla tradizione romena.
G. Stănescu: Possiamo considerare il Movimento legionario, almeno per quanto concerne il modo in cui esso pose la questione dell’uomo nuovo, un nuovo umanesimo o semplicemente un movimento politico che aveva bisogno di un programma propagandistico con cui guadagnare i consensi della gioventù?
C. Mutti: Nel suo libro Pentru legionari Corneliu Codreanu scrive che la Legione deve essere più una scuola e un esercito che non un partito politico e che da questa scuola deve uscire un „uomo nuovo”, cioè un uomo con le qualità di eroe. Ecco perché Eliade ha considerato il fenomeno legionario non tanto un fenomeno politico, quanto un fenomeno etico e religioso. Anche Julius Evola, dopo il suo famoso colloquio col Capitano, ha scritto che „il compito del Movimento non è di formulare nuovi programmi, ma di creare, di progettare un uomo nuovo, un modo nuovo di essere”. Se questo „uomo nuovo” è l’uomo capace di lottare e di sacrificarsi, possiamo affermare che il „nuovo umanesimo” della scuola legionaria è stato un fatto reale.
G. Stănescu: In un’Europa che si trovava in piena effervescenza nazionalista, che cosa c’era di „male” nella critica che il giovane Eliade rivolgeva ai politicanti incompetenti, per esempio nell’articolo Piloţii orbi?
C. Mutti: Ion Culianu, che si impegnò nella difesa di Eliade contro gl’inquisitori di quest’ultimo, trovava „sconvolgente” l’articolo Piloţii orbi (scritto da Eliade nel 1937 assieme ad altri articoli filolegionari), ma non cercò in nessun modo di comprendere i motivi che avevano spinto Eliade a simpatizzare per il Movimento legionario. Né i difensori di Eliade né i suoi avversari hanno riflettuto su un fatto innegabile: che in molte parti d’Europa milioni di persone, tra cui migliaia di intellettuali, credettero che le soluzioni fasciste o parafasciste potessero rimediare agli squilibri prodotti delle democrazie liberali.
G. Stănescu: Come spiega l’esistenza, nelle prose di Eliade e specialmente nel romanzo Noaptea de sânziene, di elementi autobiografici legati all’orientamento politico di destra di Eliade?
C. Mutti: Innanzitutto, nel caso di Eliade io non parlerei sic et simpliciter di „Orientamento politico di destra”. Lo stesso Eliade scriveva nel 1934: „Abbiamo visto che in Occidente esistono la ‚destra’ e la ‚sinistra’, e allora anche noi abbiamo voluto inventare una ‚destra’ e una ‚sinistra’. Dovevamo avere anche noi la nostra ‚destra’! Ma in fin dei conti, che cosa abbiamo a che fare noi e le esigenze del nostro popolo, con tali schemi occidentali?” (Contra dreptei şi contra stângii, „Credinţa”, II, 59, 14 febbr., p. 2). Detto ciò, il fatto che elementi autobiografici legati all’orientamento politico di Eliade siano stati introdotti, con la necessaria prudenza, in alcune sue opere di narrativa può essere spiegato facilmente: l’ambiente in cui Eliade visse dopo la guerra e gli obiettivi che egli si prefiggeva non gli avrebbero consentito di rivendicare apertamente l’esoperienza legionaria.
G. Stănescu: In questo senso Eliade parla del cosiddetto travestimento profano del sacro. Forse credeva che attraverso un travestimento fosse possibile esprimere, nella narrativa di fantasia, certe verità che non potevano essere enunciate se non nel proprio foro interiore o in un gruppo ristretto di amici?
C. Mutti: Come è noto, Eliade crede che di là dall’esperienza storica si nasconda uno scenario mitico, sicché la presenza del sacro e l’elemento rituale si possono rinvenire anche nella vita dell’uomo comune delle società profane. Una mitologia camuffata è possibile scoprirla, secondo lui, non solo nei sogni, ma addirittura nelle creazioni letterarie odierne. Perciò non bisogna stupirsi, se Eliade ha concepito le proprie opere di narrativa e di teatro come testi di là dai quali esistono dei metatesti. Ha perfettamente ragione Eugen Simion quando scrive che „alcuni fatti della narrazione sembrano dire più di quanto abbiamo visto che essa dice” (Mircea Eliade, spirit al amplitudinii, p. 236). Basandomi su criteri ermeneutici di questo genere, io stesso mi sono provato a tracciare le linee di un’interpretazione della tragedia Ifigenia e del romanzo Diciannove rose.
G. Stănescu: Se Eliade è criminalizzato e contestato da ogni genere di detrattori che non hanno assolutamente nulla di romeno, che cosa può dire lei, come ricercatore italiano, sulla sua opera?
C. Mutti: Come italiano, vorrei ricordare che due italiani coi quali Eliade intrattenne una relazione per lui decisiva, cioè Giuseppe Tucci e Julius Evola, furono anche loro ogetto di denigrazione e di criminalizzazione da parte dell’inquisizione democratica. Tucci venne privato per un certo periodo della cattedra universitaria, mentre Evola dovette affrontare il carcere. Ancora oggi Tucci ed Evola, in diversa misura, vengono messi sotto accusa. Sotto questo profilo, sembra che i rapporti di Eliade con l’intellighenzia italiana proseguano anche post mortem...
G. Stănescu: Da che cosa è stato attratto, che cos’è che l’ha colpita di più nel pensiero dell’Eliade storico delle religioni? O del narratore? O del pubblicista?
C. Mutti: Il fatto che ha saputo essere, al contempo, romeno e universale, né provinciale né cosmopolita. Come storico delle religioni, come narratore e come pubblicista, Mircea Eliade è profondamente radicato nello spazio mioritico, ma è anche consapevole – è lui stesso a dirlo – dell’unità fondamentale non solo dell’Europa, ma di tutto quello spazio che si estende dal Portogallo alla Cina e dalla Scandinavia a Ceylon. È evidente, perciò, che la qualità di „penna dell’Arcangelo” non comporta affatto che Eliade sia quel meschino „animal nationalist” che sarebbe il Romeno secondo la definizione di Eugène Ionesco. lumi care se întinde din Portugalia până în China şi din Scandinavia până în Ceylan.
G. Stănescu: Crede che l’adesione di Eliade al Movimento legionario possa essere messa in relazione con l’interesse che egli manifestò fin dall’adolescenza nei confronti delle tradizioni romene, del folclore, dei miti, fra cui anche quello del sacrificio?
C. Mutti: Il mito del sacrificio creatore, che per Eliade è „un mito centrale della spiritualità della stirpe romena”, ha ispirato l’opera di teatro Ifigenia, che è del 1939; ma già negli anni 1936-1937 il sacrificio creatore di Manole era stato argomento di un corso di storia e filosofia delle religioni (dal quale sarebbe nato nel 1943 il libro Commenti alla leggenda di Mastro Manole). Sulla morte volontaria di Ion Mota e Vasile Marin sul campo di battaglia di Majadahonda, che ebbe luogo nel gennaio 1937, Eliade scrive testualmente che essa “ha un significato mistico: sacrificio per il cristianesimo. Un sacrificio avvenuto per verificare l’eroismo e la fede di un’intera generazione. Un sacrificio destinato a dar frutto; a rafforzare il cristianesimo, a rendere dinamica una gioventù”. Non solo la Leggenda di Mastro Manole, ma anche l’altra grande leggenda romena, Miorita, può essere messa in relazione con la Weltanschauung legionaria. Eliade scrive che la morte assimilata a uno sposalizio è un tema folclorico arcaico, che affonda le radici nella preistoria; ma questo motivo è diventato un elemento importante della spiritualità legionaria: „La morte, solo la morte legionaria – è per noi lo sposalizio più gradito fra tutti” dice l’Inno del Movimento composto da Radu Gyr. E l’Ifigenia eliadiana in procinto di morire dice: „Ricorda, è la sera delle nozze! Adesso, da un momento all’altro, sarò una sposa (...) Portatemi il velo di sposa!„
G. Stănescu: In che misura il pensiero dello storico delle religioni è influenzato dal tradizionalismo di Evola e di Guénon? Potrebbe fare un esempio?
C. Mutti: Esiste un’analogia evidente fra alcune nozioni fondamentali dell’ermeneutica eliadiana e alcuni temi dell’opera di Guénon e di Evola: basti pensare al simbolismo del Centro. Tanto per i „maestri del tradizionalismo” quanto per Eliade, il Polo e l’Axis Mundi sono il punto intorno al quale gira il mondo e al quale deve ritornare l’individuo umano per reintegrarsi nello stato primordiale. Tuttavia esistono anche importanti differenze tra la visione di Eliade e la dottrina tradizionale. Per esempio, se per Guénon il simbolo ha un fondamento oggettivo, poiché in esso si manifesta la corrispondenza tra i diversi livelli dell’essere, per Eliade il pensiero simbolico esprime la volontà umana di concepire il cosmo in maniera unitaria. Infine, diversamente da Guénon e da Evola, per spiegare la diffusione universale di certi simboli, Eliade non si riferisce né alla tradizione primordiale né ad una conoscenza esoterica e iniziatica.
G. Stănescu: Che altri documenti esistono circa l’incontro avvenuto nel 1938 a Bucarest fra Evola ed eliade? Nel Diario, Mircea Eliade registra questo evento non privo d’importanza. E anche evola lo ha rievocato…
C. Mutti: In una lettera che Evola scrisse nel 1971 a Gaspare Cannizzo (direttore della rivista „Vie della Tradizione”) possiamo leggere: „È vero che Mircea Eliade ha fatto parte della Guardia di Ferro, tanto che è per suo tramite, a suo tempo, che ho preso contatto col capo di essa, C. Codreanu, a Bucarest nel 1936; M. Eliade non ama però, per ragioni comprensibili, che sia ricordato questo suo passato”. (Dopo la guerra, a quanto pare, Evola non ricordava più l’anno esatto in cui era avvenuta la sua visita a Bucarest; nel mio studio Julius Evola sul fronte dell’Est ho dimostrato che si trattava del 1938, non del 1936). Un’altra testimonianza è quella di Vasile Posteucă (Desgroparea Căpitanului, Editura Mişcării Legionare, Madrid 1977, p. 35-36): „Non posso qui riferire per filo e per segno ciò che mi riferì Mircea Eliade (forse lo scriverà lui da qualche parte), ma mi limiterò a sottolineare che, dopo una conversazione di circa dieci o dodici ore, Evola ritornò totalmente conquistato dalla forza spirituale del Capitano, dalla nobiltà della fede e delle idee che lo spingevano alla lotta, mantenendolo sulla linea dell’onore immacolato e del più sublime martirio cristiano (…) E il professore italiano cominciò a buttar giù appunti sugli argomenti di cui avevano parlato. Di politica, niente. Si erano immersi nella dialettica del cammino interiore, nella mistica e nella dottrina cristiana. Per ore intere, l’ospite non aveva sentito né il bisogno di fumare né la fame (...) Non dimenticherò le ore parigine in cui Mircea Eliade, con la bontà e la calma che gli sono caratteristiche, con la sua voce che riecheggiava squilli di campane e tristezze di doina, mi riferì questo episodio dello storico colloquio di Bucarest”.
G. Stănescu: Alcuni storici, prendendo a prestito il sintagma di Mircea Vulcănescu, parlano di una „pedagogia negativa" esercitata da Nae Ionescu su Eliade e su tutto il suo gruppo. La pensa anche lei come Cioran, ossia che Nae Ionescu avrebbe influenzato l’intera generazione per quanto riguarda la sua adesione al Movimento legionario, o solo sul piano del pensiero e della creazione filosofica?
C. Mutti: Cioran, come Eliade, collaborava a «Cuvântul», che venne sospeso dal governo a causa del sostegno accordato da Nae Ionescu al Movimento legionario. Gli allievi del professore reagirono in maniera naturale, nel senso che assunsero una posizione antagonistica nei confronti di un sistema che attaccava apertamente la cultura romena. D’altra parte, l’adesione della giovane generazione al Movimento legionario corrispondeva a un fenomeno che si poteva osservare in molte parti d’Europa, dove le avanguardie della gioventù e della cultura rifiutavano le vecchie ideologie alle quali si ispirava la mediocrità liberaldemocratica.
G. Stănescu: Parliamo della posterità di Eliade. Crede che tutta questa mobilitazione contro di lui sia riuscita a dannegiarne il prestigio di storico delle religioni di fama mondiale, o che invece l’effetto sia stato contrario alle aspettative?
C. Mutti: Non solo Eliade, ma anche Cioran e Noica, come pure Heidegger, Schmitt, Dumézil ed altre grandi personalità della cultura sono stati sottoposti a un processo politico di questo genere da parte dei nuovi inquisitori. Tuttavia, nonostante tutte le accuse di „antisemitismo”, „fascismo”, „nazismo” ecc., il loro prestigio è rimasto immutato. Direi di più: tutte queste manovre, che non si sono astenute dal fare ricorso alla falsificazione e alla diffamazione, si sono ritorte contro gl’inquisitori, svelando l’esistenza di una mafia politico-intellettuale legata a centri di potere internazionali.
G. Stănescu: In che misura l’opera di Eliade è conosciuta nell’Italia di oggi?
C. Mutti: Della produzione di Eliade, è stata tradotta in italiano una quarantina di libri: opere scientifiche, opere di narrativa, brani del Diario; alcune decine di saggi e di articoli si trovano in volumi collettanei e in riviste. Numerose monografie, studi critici, articoli giornalistici, recensioni e tesi di laurea hanno come argomento Eliade e la sua opera.
G. Stănescu: Che cosa ci può dire del „processo a Eliade” promosso da Segre & soci?
C. Mutti: Dieci anni fa il filologo Cesare Segre pubblicò sul „Corriere della Sera” due articoli che rilanciavano le vecchie accuse già mosse contro Eliade e contro Dumézil. Eccone uno scampolo: „Il più compromesso col fascismo è Mircea Eliade (1907-1986). Dalla partecipazione giovanile al movimento criminale romeno detto Guardia di Ferro, si giunge alla celebrazione del totalitarismo (sic!, n.d.r.) di Salazar, infine alla giustificazione del genocidio nazista. Qui la coerenza tra teoria e prassi è netta: basta pensare alla mistica celebrazione dei riti di sangue e dei sacrifici umani, in una vera religione della morte. Eliade elaborò, in base alle sue teorie sulle origini, una propria dottrina razzista”. Inutilmente Julien Ries (direttore del Centro di Storia delle Religioni di Lovanio), intervenne a chiedere dove fosse mai rintracciabile, in Eliade, si può trovare l’asserita „giustificazione” del „genocidio nazista”. Cesare Segre gli rispose diffidandolo dal „ricorrere ad argomenti di tipo revisionista”. Inutilmente Ries denunciò il tentativo di orchestrare contro Eliade un processo fondato su elementi attinti dal campo ideologico, confermandoli in maniera forzosa „con l’aiuto di alcuni testi eliadiani estrapolati dal contesto e interpretati alla luce dell’ideologia”. Il quotidiano diretto da Mieli diede l’ultima parola a Segre, il quale non seppe fare altro che reiterare contro Eliade l’accusa di „nazismo” concludendo che „Il membro della Guardia di Ferro, che già si rifaceva a un'ideologia mistico-magica, l'odiatore del mondo scaturito dalle rivoluzioni del 1789 e del 1848, l'ammiratore di Salazar, il corrispondente fedele di Evola, è naturale che giustificasse il genocidio”. Il bello è che è stato proprio l’autore di frasi di tal genere ad attribuire ad Eliade, testualmente, una forma di „delirio”.
G. Stănescu: Che eco a avuto la pubblicazione del suo libro Le penne dell’Arcangelo. Intellettuali e Guardia di Ferro, apparso inizialmente in Francia (Hérode, Chalon-sur-Saône 1993), quindi in italiano (S.E.B., Milano 1994) e poi in romeno (Anastasia, Bucureşti 1997)?
C. Mutti: Credo che il primo ad aver preso in considerazione questo libro sia stato, nel 1994, a fost, în 1994, Leon Volovici, che da Gerusalemme lo liquidò come una „difesa molto tendenziosa”, „di un livello intelettuale più basso, palesemente pro domo” (Ideologia nationalistă şi „problema evreiască” în România anilor ’30, Humanitas 1995, p. 16). Dal faptul că Volovici mi citi come „Carlo Mutti” (sic) e mi attribuisca, riportandoli fra virgolette, alcuni sintagmi („comploto sionista” şi „massonico”) che io non ho assolutamente usati, traggo però l’impressione questo critico abbia letto il mio libro in maniera alquanto distratta. Più attenta di Volovici è stata la signora Laignel-Lavastine, la quale si è creduta anche lei in dovere di raccomandare al lettore „molta prudenza”, ma ammette tuttavia che „la documentazione è seria, con fonti rigorosamente indicate” (Filozofie şi naţionalism. Paradoxul Noica, Humanitas 1998, p. 261). Un analogo apprezzamento lo si può trovare anche in altre recensioni, per esempio sulle pagine della prestigiosa rivista francese «Catholica», che ha parlato de Le penne dell’Arcangelo come di „un’opera considerevole, di una probità intellettuale esemplare e di una accuratezza rara nello studio delle fonti”.
G. Stănescu: Quali sono i suoi progetti, in quest’anno 2007, nel quale ricorre il centenario della nascita di Eliade?
C. Mutti: Come storico delle religioni, Mircea Eliade ha messo in luce l’unità che lega tra loro le diverse forme tradizionali del continente eurasiatico. Questo aspetto dell’attività scientifica di Eliade costituisce un argomento che mi piacerebbe trattare sulle pagine della rivista di studi geopolitici „Eurasia”, che esce ormai da tre anni presso le Edizioni all’insegna del Veltro e per la quale ho già tradotto un articolo di Eliade sull’India.

Inserita il 23/09/2007 alle 15:49:12      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico