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La Turchia e l'Europa - repliche

QUALCHE REPLICA A ERNESTO MILA

1. Il 2 novembre 2004 Ernesto Milà ha pubblicato sul suo sito informatico personale (infoKrisis) una Respuesta a Claudio Mutti. Turquia no es Europa, che contiene alcune obiezioni a quanto abbiamo scritto nell'articolo La Turchia e l'Europa, accessibile nel sito della rivista di studi geopolitici "Eurasia" (www.eurasia-rivista.org).
Alle argomentazioni del nostro articolo relative all'appartenenza della penisola anatolica allo spazio culturale europeo, Ernesto Milà obietta: "Quando l'Anatolia (specialmente la sua costa occidentale bagnata dall'Egeo) era un prolungamento della Grecia, si poteva parlare di lingua, etnia e cultura europea. Ma, a partire dall'invasione ottomana e dalla distruzione di Bisanzio, parliamo di uno spazio geopolitico europeo conquistato da un popolo indiscutibilmente non europeo. Di più: un popolo che praticò la pulizia etnica e religiosa, distrusse la cultura bizantina e creò una situazione nuova". Alcuni di questi concetti vengono ribaditi ulteriormente: "Mutti evita di descrivere la storia della conquista ottomana di Bisanzio. Lì assistiamo alla distruzione della civiltà e della cultura occidentale. (…) Senza parlare della pulizia etnica nei Balcani in seguito all'irruzione turca".
Ernesto Milà, dunque, sostiene che un popolo non europeo che venga ad insediarsi in Europa non diventa, per ciò stesso, un popolo europeo. Scrive infatti testualmente: "Noi neghiamo questo automatismo; il fatto accidentale di aver occupato un territorio europeo non implica l'acquisizione legittima della qualifica di 'europeo'". Egli però applica questo criterio unicamente al caso dei Turchi Ottomani, i quali si insediarono in Tracia, dimenticando che, per essere valido, tale criterio dovrebbe potersi applicare anche ad altri casi. Ci limitiamo a citarne uno solo: quello delle dieci tribù guidate da Árpád (sette tribù ugriche e tre turco-cabardine) che nell'896 invasero la Pannonia ex romana e vi si insediarono, rimanendovi stabilmente per millecento anni. Insomma, se bisogna assumere il criterio invocato da Milà, non sono europei i Turchi, ma neanche gli Ungheresi, i Székely, i Finlandesi, gli Estoni, i Bulgari e nemmeno parecchie popolazioni della Russia al di qua degli Urali e del Caucaso.
Perché allora Milà non rifiuta la qualifica di europei anche a tutti questi altri popoli? Semplice: perché molti di loro sono diventati cristiani. Anche se non lo dice esplicitamente, è questo uno dei concetti fondamentali in base ai quali egli stabilisce chi sia europeo e chi no. Lo si capisce benissimo quando dice: "L'attuale territorio della UE ha una uniformità religiosa evidente, che l'incorporazione di nuovi associati contribuirà a rompere". Milà ha così aggiornato la sinonimia novalisiana: Die Christenheit oder Europa. Ma l'"unica cristianità" idealizzata dal poeta romantico non è mai esistita; sicuramente non è esistita dopo il primo grande scisma del 1054. Figuriamoci nell'UE del 2004!!!
Ma, dicevamo, secondo Milà l'appartenenza cristiana è solo una condizione necessaria per potersi dire europeo. Necessaria, ma non sufficiente. L'altra condizione richiesta consiste nel trarre origine "o dai popoli nordico-germanici o dal mondo classico greco-latino". A questo punto, il carattere europeo dei popoli slavi diventa problematico. Esclusi a priori i Russi (che secondo Milà occupano uno spazio extraeuropeo) ed esclusi a priori i Bulgari (che sono originariamente un popolo turco), che ne facciamo dei Polacchi, degli Slovacchi, dei Croati? Cattolici sì, ma irrimediabilmente slavi. Dunque non europei.
Tuttavia le condizioni poste da Milà per potersi dire europei non sono terminate. Le nazioni europee, egli dice, "sono oggi democrazie stabili con un sistema economico liberale". Ne consegue che la formula di Novalis, ulteriormente adattata, dovrebbe suonare così: "la liberaldemocrazia ovvero l'Europa".

2. Ma torniamo ai Turchi. Gli Ottomani, secondo Milà, "distrusse[ro] la cultura bizantina", che egli identifica tout court con la "cultura occidentale". In che modo può essere chiamata "occidentale" una cultura che, chiamandosi "bizantina", trae il proprio nome dalla capitale dell'Impero Romano d'Oriente? Per noi è un vero e proprio mistero…
Quanto alla asserita distruzione della cultura bizantina ad opera degli Ottomani, ci permettiamo di segnalare a Ernesto Milà quel capolavoro del grande storico romeno Nicolae Iorga che è Byzance après Byzance (Balland, Paris 1992), in cui viene descritta la fioritura della civiltà bizantina dopo il 1453, sia nei territori dell'Impero ottomano sia nelle zone adiacenti in cui essa si diffuse. "Bisanzio, con tutto ciò che essa rappresentava (…) non poteva scomparire con la caduta successiva delle sue tre capitali - Costantinopoli, Mistrà e Trebisonda - nel XV secolo. (…) Bisanzio si conservò fino a un'epoca che cercheremo di definire (…) Dopo la trasformazione, per molti versi soltanto apparente, del 1453, essa [la cultura bizantina, n.d.r.] si annetterà forme di civiltà provenienti dal mondo gotico di Transilvania e Polonia, attraverso la Moldavia romena" (pp. 7-8). Oltre al libro di Nicolae Iorga, segnaliamo a Milà anche un altro studio che illustra la continuità bizantino-ottomana: L'Islam e l'eredità bizantina di Piero Calò, pubblicato nel 1990 dalle Edizioni all'insegna del Veltro.
Ci sono però altri libri, dei quali consiglieremmo volentieri la lettura a Ernesto Milà. Il primo è La caduta di Costantinopoli 1453 di Steven Runciman. A p. 143 dell'edizione italiana (Feltrinelli, Milano 1968) Milà potrà informarsi circa la vera sorte del patriarca che resse le sorti della comunità cristiana di Costantinopoli negli anni che precedettero la conquista ottomana: Gregorio Mammas "era fuggito dalla città nel 1451", sicché risulta del tutto infondata l'affermazione dello stesso Milà, secondo cui il patriarca sarebbe morto combattendo contro i Turchi assieme al basileus Costantino XI. Nel celebre studio di Franz Babinger su Maometto il Conquistatore e il suo tempo (Einaudi, Torino 1967), invece, Milà potrà leggere che nel 1453 l'elezione e la consacrazione di Giorgio Scholarios ebbero luogo "secondo l'uso e l'ordinamento tradizionale" (p. 111), sicché risulta piuttosto azzardato asserire, come fa per l'appunto Milà, che il governo ottomano "depose e assassinò i patriarchi di Costantinopoli".
Come si è visto più sopra, Ernesto Milà accusa gli Ottomani di aver praticato "la pulizia etnica e religiosa". È vero esattamente il contrario. L'Impero ottomano fu sempre un edificio multietnico, a partire dalla classe dirigente, che annoverò numerosissimi visir, ministri e capi militari di origine greca, slava, albanese ecc. (Si veda a questo proposito il nostro articolo Roma ottomana, in "Eurasia", 1, 2004). Addirittura, fu multietnico fu lo stesso harem dei Sultani, sicché, se vi fu pulizia etnica, essa avvenne proprio a danno del sangue turco, che nella Casa di Osman diminuì da una generazione all'altra! Ma nemmeno di pulizia religiosa è possibile parlare, altrimenti non esisterebbero comunità cristiane nei territori dell'ex Impero ottomano.
Ernesto Milà vuol sostenere questa tesi adducendo il caso dell'Albania e della Bosnia: "La maggioranza degli Albanesi e dei Bosniaci abbandonarono il cattolicesimo e adottarono l'Islam durante l'occupazione ottomana, che durò fino al 1912". Ora, se è vero che nel 1912 fu proclamata l'indipendenza dell'Albania, la Bosnia si staccò dall'Impero ottomano un po' prima del 1912: affidata nel 1878 dal Congresso di Berlino alla tutela e all'amministrazione absburgiche, la Bosnia fu annessa all'Austria-Ungheria nel 1908. Quanto all'affermazione secondo cui i Bosniaci avrebbero abbandonato il cattolicesimo, essa non corrisponde alla realtà storica. I Bosniaci erano bogomili, ossia seguivano una dottrina di derivazione manichea che era duramente perseguitata, in quanto eretica, dalla cattolica Ungheria. Per sottrarsi alla persecuzione cattolica, nel 1463 i Bosniaci si schierarono dalla parte di Mehmed II; in seguito all'integrazione della Bosnia nell'Impero ottomano, i bogomili si convertirono all'Islam e formarono un importante ceto di dignitari nel loro paese.

3. Passiamo ad altro. Siccome nel nostro articolo avevamo citato Jean Thiriart, il quale in un articolo del 6 marzo1964 scriveva che "La Turchia è Europa", Ernesto Milà trascrive un altro brano di Thiriart, dove Vienna (1529, 1683) e Lepanto (1571) vengono menzionate tra le località in cui l'Europa ha combattuto nel corso dei secoli per la propria indipendenza. Il libro da cui Milà ha estratto il brano in questione è L'Europe. Un empire de 400 millions d'hommes, uscito nel 1964. Milà dimentica che, dopo la pubblicazione di questo libro, Jean Thiriart visse ancora una trentina d'anni, nel corso dei quali ebbe modo di modificare e aggiornare le sue vedute. Per quanto riguarda in particolare la Turchia, già nel 1964 Thiriart scriveva:
"La Turchia è Europa (…) I nazionalisti (così essi si autodefiniscono) sono individui di scarsa immaginazione e scarsa ambizione. (…) Il nazionalismo - nella semantica attuale del termine - è una filosofia e uno stile di vita per vecchi, anche se magari hanno diciassette anni nel senso fisiologico. Quando mi è capitato di dichiarare che la Turchia è Europa, ho sollevato un diluvio di proteste pedanti. Ma come? E il Turco nemico ereditario? E il musulmano aborrito? Non è mancato niente in tutto ciò, neanche l'oleografia del massacro di Chio. I nazionalisti hanno una visione estremamente sentimentale della storia: si potrebbe dire che hanno un'ottica rovesciata della realtà. Nel 1964 il problema politico-storico si pone nel modo seguente: i Turchi controllano l'accesso al Mediterraneo orientale, l'Europa deve controllare questo mare, dunque i Turchi sono Europei. Spetterà ai moralisti, agli scrittori, agli storici, in una parola agli intellettuali di aggiungere alle mie considerazioni realistiche gli ornamenti morali abitualmente richiesti dal galateo. È criminalmente imbecille respingere la Spagna dal Mercato Comune in nome del democratismo, come fanno i socialisti fanatici; è stupido ostracizzare la Jugoslavia di Tito, così come fa la destra, perché la Spagna e la Jugoslavia sono in primo luogo territori europei e solo in maniera del tutto accessoria e precaria sono le sedi rispettive del franchismo e del titoismo. Idem dicasi per la Turchia, della quale abbiamo bisogno. Non è affatto il caso di prendere partito, per motivi sentimentali, a favore dei Greci perché sono cristiani, mentre gli altri sono musulmani (…)" (Criminelle nocivité du petit-nationalisme: Sud-Tyrol et Chypre, "Jeune Europe", 6 mars 1964, p. 173).
Nel 1967 Thiriart ritornava sull'argomento, pubblicando su "La Nation Européenne" (n. 16, aprile-maggio 1967, pp. 32-33) un articolo di Leonardo Fiori significativamente intitolato Turquie, Gibraltar du Bosphore. L'articolo concludeva così: "L'Europa ha bisogno della Turchia, non solo per la sua grandissima importanza strategica, ma soprattutto perché la Turchia è in primo luogo una provincia della nostra Europa". All'articolo di L. Fiori si accompagnava un riquadro, nel quale era riportata una dichiarazione del ministro degli esteri turco Cemal Erkin, secondo il quale "la Turchia aspira a integrarsi definitivamente nell'Europa unita di domani".
Nella lunga intervista rilasciata a Bernardo Gil Mugarza nel 1983 (Les 106 réponses à Mugarza, Bruxelles 1983, vol. II, p. 141), Thiriart aggiungeva altre considerazioni. "I Dardanelli - diceva - costituiscono un luogo strategico dell'Europa. (...) La Turchia è una provincia della Grande Europa. Quindi, le campagne di stampa turcofobe non soltanto sono di pessimo gusto, ma sono idiozie politiche. Certo, c'è il problema degli immigrati turchi nei due comuni di Bruxelles. Ma è un problema sociale. Gli autori delle campagne di stampa suddette si rivelano politici di sottoprefettura, che si pavesano del titolo di 'Europei' senza neanche sapere che cosa sia l'Europa. (...) Bisogna condannare con estrema severità tutta la letteratura nazionalista tedesca antitaliana e tutta la letteratura nazionalista belga antiturca. Si tratta di sentimentalismo e di xenofobia pericolosi per l'unità politica dell'Europa". E ancora: "L'Europa conterrà dei Turchi, dei Maltesi, dei Siciliani, degli Andalusi, dei Kazaki, dei Tatari di Crimea - se ne rimangono -, degli Afgani. Per il semplice fatto che l'Europa non potrebbe esistere in modo vitale senza possedere e controllare i territori abitati da questi popoli" (p. 141). E infine: "Il Bosforo costituisce il centro di gravità di un impero che in un senso va da Vladivostok alle Azzorre e nell'altro va dall'Islanda al Pakistan. Istanbul è il centro di gravità geopolitico di un Impero euro-sovietico. (...) E' il luogo in cui insediare la capitale di un Impero" (pp. 37-38).

4. La tesi di Ernesto Milà è che "la Turchia è stata, storicamente, una potenza avversaria dell'Europa". Si tratta però di una tesi contraddetta dai fatti storici, i quali ci presentano la Turchia come l'alleata ora di una parte dell'Europa ora di un'altra: per fare un paio di esempi, nel XVI sec. essa si schierò con Francesco I contro Carlo V, mentre nella prima guerra mondiale si alleò con gli Imperi Centrali contro la Triplice Intesa. Dunque, se in tali circostanze la Turchia è stata avversaria dell'Europa, lo sono state anche la Francia, l'Austria-Ungheria e la Germania. Il che è assurdo.
Il nemico ottomano di ieri, dice ancora Milà, coincide con la Turchia del nostro tempo, così come la Cartagine dell'antichità è il Maghreb di oggi. Qui la realtà delle cose viene totalmente rovesciata, poiché gli eredi della talassocrazia economica cartaginese non sono certamente il Marocco o l'Algeria o la Tunisia di oggi. "Cartagine, cioè l'Inghilterra"- scriveva correttamente Simone Weil, la quale, è ovvio, era solidale con la Cartagine britannica. "Cartagine, cioè gli Stati Uniti" - si deve dire oggi. E si deve aggiungere e ripetere continuamente, come Catone: Carthago delenda est!
Quanto alla tesi di Milà, essa discende da un a priori ideologico, che è quello secondo cui "l'identità europea si è forgiata nella lotta contro il mondo islamico". Di qui l'immancabile rievocazione dei "grandi fatti storici della Reconquista o delle Crociate". Ma la risposta a tali argomenti è già stata data da un pezzo; ed è la risposta magistrale di un Europeo al quale nessuno oserà contestare il titolo di "buon Europeo". Eccola: "Il cristianesimo ci ha carpito con la frode la mèsse della civiltà antica; più tardi ci ha di nuovo defraudato della mèsse della civiltà islamica. Il mondo meraviglioso della civiltà moresca, a noi in fondo più affine, più eloquente al senso ed al gusto che non Roma e la Grecia, venne calpestato - non dico da quali piedi - perché? Perché era debitore della sua nascita a istinti nobili, virili, perché diceva sì alla vita anche con le rare e raffinate delizie della vita moresca!… Più tardi i cavalieri crociati combatterono qualcosa, davanti a cui meglio sarebbe convenuto loro prostrarsi nella polvere, - una civiltà al cospetto della quale persino il nostro diciannovesimo secolo dovrebbe apparirci molto povero, molto 'tardo'. - Certo, volevano far bottino: l'Oriente era ricco… Ma siamo giusti! Le Crociate - alta pirateria, niente di più!" (Friedrich Nietzsche, Anticristo, 60).
La matrice dell'a priori ideologico di Milà si manifesta perfettamente quando egli afferma che "le minacce contro l'Europa provengono dall'attuale mondo islamico". È esattamente la stessa identica tesi diffusa dai teorici della Casa Bianca. Quelli che vorrebbero arruolarci nelle imprese di pirateria di oggi.

RISPOSTA A ROBERT STEUCKERS E A ERNESTO MILÁ

1. Il primo numero di "Eurasia. Rivista di studi geopolitica" contiene un "dossario" dedicato alla Turchia che ha provocato vivaci discussioni in Italia e altrove.
Robert Steuckers, intervenendo in una discussione di cui si può trovare traccia sul sito informatico della rivista suddetta (www.eurasia-rivista.org), scrive: "Il professor Mutti avanza una quantità di altre argomentazioni storiche inconfutabili, specialmente quando dice che i Turchi non sono i soli non 'indoeuropei' nell'UE, per cui, se si respingono i Turchi in quanto 'uralo-altaici', bisognerebbe espellere gli Ungheresi, che lo sono anche loro, così come gli 'Ugrofinni', che sono gli Estoni e i Finlandesi".
A dir la verità, io non ho detto affatto che i Turchi sono "uralo-altaici", per il fatto che, se mai, sotto il profilo linguistico i Turchi sono semplicemente "altaici"; né ho ristretto agli Estoni ed ai Finlandesi la presenza ugrofinnica in Europa. Ma questi sono particolari ininfluenti. Quello che interessa è invece il criterio invocato da Steuckers al fine di riconoscere agli Ungheresi la qualifica di Europei e negarla invece ai Turchi. Scrive Steuckers: "Egli (cioè Mutti, n.d.r.) dimentica di ricordare il Giuramento di Santo Stefano, col quale gli Ungheresi si sono impegnati a difendere l'Europa contro tutte le future incursioni 'uralo-altaiche' provenienti dalla steppa dopo la loro sconfitta a Lechfeld nel 955. Egli dimentica anche che i Turchi hanno rifiutato di prestare un analogo giuramento dopo la caduta di Costantinopoli nel 1453, quando Papa Pio II lo aveva loro proposto. La Turchia ha dunque scelto il suo campo. E ciò rende impossibile che essa aderisca all'Europa senza dolo".
Steuckers invece dimentica di dire che Pio II, nella lettera da lui inviata nel 1469 a Mehmed il Conquistatore, non chiedeva affatto al Sultano di "difendere l'Europa", ma lo riconosceva "imperatore dei Greci" de facto, in quanto successore dei basileis di Bisanzio e degli imperatori di Roma: "Fuerunt Itali rerum domini, nunc Turchorum inchoatur imperium". Papa Enea Silvio Piccolomini proponeva quindi al Conquistatore di trasformare la situazione de facto in uno stato de jure, facendosi nominare da lui "imperatore dei Greci e dell'Oriente" mediante… "un pochino d'acqua (aquae pauxillum)". Ma, se il principe magiaro Vajk si era fatto battezzare col nome di Stefano e aveva ricevuto da Papa Silvestro II la corona regale, Mehmed invece rimase Mehmed e trasmise ai suoi successori quell'autorità imperiale che gli era toccata per effetto dell'ordalia del maggio1453. A quanto risulta, tale autorità venne riconosciuta dall'Europa in maniera esplicita e ufficiale, fin dagli anni immediatamente successivi alla conquista di Costantinopoli. Secondo la Repubblica di Venezia, infatti, Mehmed II era imperatore di Costantinopoli, e quindi gli spettavano di diritto tutti i territori dell'impero bizantino, comprese le vecchie colonie greche della Puglia (Brindisi, Taranto e Otranto). Per quanto riguarda Firenze, Lorenzo il Magnifico fece coniare una medaglia sulla quale, accanto all'immagine del Conquistatore, si poteva leggere: "Mahumet, Asie ac Trapesunzis Magneque Gretie Imperat(or)"; dove per Magna Gretia si doveva intendere Bisanzio col suo vasto retroterra europeo. Altre due medaglie, che parlavano anch'esse un linguaggio inequivocabile per quanto concerne il carattere romano rivestito dall'imperium ottomano, furono fatte coniare nel 1481 da Ferrante d'Aragona; le iscrizioni qualificavano Mehmed II come "Asie et Gretie imperator" e "Bizantii imperator". La scelta di campo dei Turchi era dunque chiara agli occhi dei contemporanei. Ma non era quella che dice Steuckers: si trattava infatti di una scelta di campo che faceva dell'Impero ottomano una grande sintesi eurasiatica. E quindi una potenza europea, come riconobbero ufficialmente nel congresso di Parigi del 1856, sia pure con qualche secolo di ritardo, le altre potenze europee.
Quanto alla difesa dell'Europa, non furono certo le potenze cristiane a difenderla dai Mongoli. Furono invece le milizie turche dei Mamelucchi, che nel 1260 respinsero a Ain Gialud la nuova invasione.

2. Ernesto Milá, alle contestazioni del quale abbiamo già avuto modo di replicare, ritorna alla carica con una Segunda respuesta a Claudio Mutti, pubblicata sul suo sito informatico personale (infoKrisis). Siccome credevamo di aver individuato, alla base delle sue argomentazioni, un apriorismo ideologico che ci sembrava coincidere con la tesi dello "scontro di civiltà" preconizzato dai teorici della Casa Bianca, Milá obietta che in realtà è "l'attuale mondo islamico", dal quale procedono le minacce contro l'Europa, ad essere schierato dalla parte di Washington. Basti vedere, dice Milá, come "l'immensa maggioranza dei paesi arabi abbia un orientamento filoamericano", anche se "è possibile (sic, n.d.r.) che vi siano movimenti popolari fortemente antiamericani". L'infondatezza di questa obiezione è evidente, per almeno tre motivi. Primo: perché il mondo arabo è meno di una quinta parte del mondo islamico, e quindi non è possibile stabilire una coincidenza tra le due aree. Secondo, perché l'orientamento filoamericano (sia nei paesi arabi che nei paesi musulmani non arabi) riguarda se mai le classi dirigenti, ma non i popoli. O sono filoamericani anche il popolo iracheno e il popolo palestinese? Terzo, perché non tutti i governi dei paesi musulmani (arabi e non arabi) sono filoamericani: in cima alla lista dei "paesi canaglia" ci sono infatti l'Iran, la Siria e il Sudan.
La curiosa teoria secondo cui l'Islam sarebbe uno strumento degli USA ha una fonte ben precisa, che Milá non evita di menzionare. Si tratta di quelle tesi che Alexandre Del Valle ha elaborate alcuni anni fa e ha diffuse negli ambienti della destra francofona (e non solo), riuscendo a convertire all'occidentalismo alcuni intellettuali che precedentemente avevano erano schierati sulle posizioni europeiste e antiamericane di Alain De Benoist (Cfr. Tahir de la Nive, Les Croisés de l'Oncle Sam, Avatar éd., Paris 2003). L'evoluzione di Del Valle (e, di riflesso, dei suoi allievi) è stata sinteticamente spiegata da Christian Bouchet, che in una recente intervista ha dichiarato: "Alexandre Del Valle ha scelto in maniera chiara e netta, coerentemente col suo antislamismo idrofobo, di attestarsi su posizioni di filosionismo militante. Non invento nulla: ci si può riferire ai testi che egli ha pubblicato sul 'Figaro' dell'11 aprile 2001, nel quindicinale 'Le Lien Israel-Diaspora', pubblicato dagli elementi più estremisti della comunità ebraica in Francia, o sul sito informatico vicino al Likud 'Les Amis d'Israel' (www.amisraelhai.org)".

2. Ernesto Milá, però, quando si tratta di designare il nemico, non concorda con la dottrina ufficiale statunitense. "Gli USA - dice - hanno indicato come nemico il terrorismo islamico, non il mondo islamico. (…) Io non sto dicendo la medesima cosa: io parlo del mondo islamico, gli USA parlano del 'terrorismo'". Il nemico principale dell'Europa deve dunque essere individuato nell'Islam, che nella percezione di Milá sarebbe "una dottrina superstiziosa, ostile, senza nessuna profondità e nessun valore al di là del culto esteriore del formalismo più grossolano". Questo, almeno, è l'Islam che Mila conosce: "ho potuto conoscere bene il mondo islamico", afferma. Dove? In un paese musulmano? Nella moschea di Barcellona? No, Milá ha "potuto conoscere bene il mondo islamico in diverse carceri", in particolare alla Santé di Parigi. Anch'io ho avuto modo di frequentare diverse carceri e di conoscere parecchi affiliati della mafia, della camorra, della 'ndrangheta e della Corona Unita, i quali partecipavano devotamente alla messa domenicale; ma non per questo ritengo di aver potuto conoscere il cristianesimo a San Vittore, a Rebibbia e in altri istituti analoghi.
Quei particolari gruppi "fondamentalisti" che Milá identifica tout court con la comunità musulmana europea sono in realtà "sette pseudoislamiche, (…) eresie dottrinali che introducono nell'Islam tradizionale innovazioni non meno gravi di quelle che cercano di introdurvi i cosiddetti modernisti islamici". In tali termini si è espresso ufficialmente lo Sheik-ul-Islam Talghat Tajuddin, supremo muftì, nonché rappresentante del Consiglio Centrale dei Musulmani per la Russia e i paesi dell'Est europeo della CSI. Abbiamo voluto citare le parole di questa autorevole personalità dell'Islam europeo perché Milá, mentre si dichiara nettamente contrario alla presenza di comunità musulmane in Europa, vede con favore un'alleanza dell'Europa con la Russia. Legga allora quello che scrive Aleksej Malashenko circa la situazione dell'Islam nella Federazione Russa: "i musulmani censiti nel 2003 sono quattordici milioni e mezzo; ma stime ufficiose, talvolta echeggiate dallo stesso presidente Vladimir Putin, optano per un totale di venti milioni" ("Limes", 1, 2004, p. 229), ossia più di quanti ce ne siano in paesi arabi quali la Tunisia, la Libia, la Giordania o la Siria. Era logico, perciò, che la Federazione Russa chiedesse, come ha fatto recentemente, di aderire alla Conferenza Islamica.

3. All'inizio di questo scambio di idee, mi è capitato di dover correggere alcuni dati storici inesatti sui quali Milá fondava le sue argomentazioni. Milá obietta che si tratta di particolari secondari, i quali richiedono una competenza specifica "o la rilettura di testi non proprio brevi, come quello di Runciman". (Anche se il Runciman che io avevo citato non era quello della Storia delle Crociate di millecinquecento pagine, bensì quello molto più breve della Caduta di Costantinopoli; ma non fa niente). All'attenzione per i "piccoli episodi" Milá contrappone quella per i "grandi vettori della storia", poi però non cede alla tentazione di menzionare alcuni episodi che ai suoi occhi rivestono un pregnante valore simbolico e rappresentano le linee della macrostoria. Purtroppo, però, non lo fa in maniera ineccepibile, almeno in un paio di casi.
Infatti, per dimostrare che la civiltà bizantina e l'Ortodossia scomparvero dall'Impero Romano d'Oriente (che Milà si ostina a voler annettere all'"Occidente"), egli sceglie come fatto emblematico la trasformazione di Santa Sofia in moschea e sostiene che "oggi Santa Sofia è una moschea". In questo primo caso l'errore di Milá è duplice. Primo, perché Santa Sofia non è più una moschea, in quanto Atatürk (l'eponimo di quel kemalismo che Milá apprezza in quanto avrebbe "temperato" l'Islam) la trasformò in museo, e tale essa è ancora oggi. Secondo, perché dopo il 1453 la civiltà bizantina non scomparve affatto: "il dominio ottomano non significava altro che una nuova Bisanzio, con un altro carattere religioso per la dinastia e per l'esercito". Così scrive Nicolae Iorga (Byzance après Byzance, Paris 1992, p. 48), il quale ha individuato nella "Roma musulmana dei Turchi", ossia nell'Impero ottomano, "l'ultima ipostasi di Roma", così come Arnold Toynbee (A Study of History, London 1948, vol. XII, p. 158) ha potuto parlare di "un Impero romano turco-musulmano" e Franz Babinger (Maometto il Conquistatore e il suo tempo, Torino 1967, p. 470) ha potuto scrivere: "Pareva veramente che al tempo del Conquistatore fosse tornata la sicurezza bizantina del glorioso passato, la pax Romana, e che tutti potessero goderne".
Un analogo errore di Milá consiste nel parlare della "pulizia etnica" come di una pratica islamica, che sarebbe stata applicata, secondo lui, anche in Spagna, anche se non si può negare, aggiunge, che "alcuni nobili visigoti furono tenuti in considerazione". Solo alcuni? Un autorevole studioso della Spagna musulmana fa notare che da un'antenata di Ibn al-Qûtiyyah, storico cordovano discendente dal penultimo re visigoto, Vitiza, trassero origine alcune delle più cospicue famiglie dell'aristocrazia ispano-musulmana; e, prosegue, "non diverso fu il caso dei più illustri magnati della Spagna islamica. Gli antenati di sesso maschile erano arabi o siriani, le antenate erano spagnole" (Claudio Sánchez-Albornoz, La España musulmana, Madrid 1978, p. 82). Pulizia etnica? Il medesimo studioso scrive: "I musulmani della Spagna, se discendenti di convertiti alla religione dei conquistatori, erano Spagnoli puri; altrimenti, per via dei frequenti incroci, prevaleva nelle loro vene l'antico sangue ispanico" (ibidem). Stando alla storia, dunque, la realtà è un po' diversa dalla rappresentazione che ci viene fornita da Milá.

4. Riconosco a Milá un notevole grado di onestà intellettuale, in quanto ha riveduto e corretto alcune incaute affermazioni che gli erano sfuggite in un primo momento. Per quanto riguarda il tema principale, "il tema della Turchia e dell'inopportunità del suo ingresso nell'UE", egli ribadisce invece le proprie posizioni. Siccome non voglio ripetere ciò che è già stato ampiamente argomentato sia nei miei interventi precedenti sia nel numero di "Eurasia" che ha dato origine alla discussione, mi limito a segnalare a Milá un paio di interventi sulla questione.
Il primo è un'intervista di Jörg Haider apparsa su "Der Standard" del 9 ottobre 2004. La giornalista, Elisabeth Steiner, chiede: "Lei è favorevole a un ingresso a pieno titolo della Turchia nell'UE?". Risposta di Haider: "Far entrare la Turchia come associata a pieno titolo può essere solo nel nostro interesse". Le ragioni addotte da Haider sono le seguenti: "Primo, perché si tratta di una questione di sicurezza per l'Europa. Secondo, perché i rifornimenti di petrolio e di gas naturali dal Caucaso o dalla regione araba possono arrivare in Europa solo attraverso la Turchia, altrimenti saremo dipendenti dal neocolonialismo statunitense. Terzo, perché nella regione anatolica c'è la culla della cultura europea. La nostra filosofia, la nostra musica, la nostra matematica hanno avuto origine in Asia Minore, giungendo in Europa attraverso i Greci".
Il secondo intervento è quello di un deputato del gruppo Rodina alla Duma di Mosca, Shamil Sultanov, già redattore di un quindicinale ("Den'", diretto da Aleksandr Prokhanov), che diffuse in Russia le tesi di Jean Thiriart. In un'intervista rilasciata ad "Eurasia" (che sarà pubblicata sul secondo numero della rivista) Sultanov dichiara: "L'asso nella manica della Germania in questa regione (nel Vicino Oriente, n.d.r.) è il suo tradizionale rapporto con la Turchia e, in particolare, la presenza di una numerosa comunità turca in Germania".
A quanto pare, sia a Vienna sia a Mosca c'è chi prevede che un eventuale ingresso della Turchia nell'Unione Europea porterà Ankara ad allinearsi con quei paesi (Germania ed Austria) che hanno con essa un rapporto privilegiato. E ciò non sarebbe certamente un guadagno per la nuova Cartagine.

Inserita il 12/10/2005 alle 07:34:44      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico