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Hannah Arendt e la didattica olocaustica

In un liceo di Parma è stato allestito una sorta di presepio olocaustico: qualche metro di filo spinato sulle pareti di un corridoio, una dozzina di quadri con vedute di Auschwitz, due povere bambole di pezza dentro una valigia di cartone abbandonata in un angolo. Al termine del percorso, non la mangiatoia col divino bambino, ma un Muro del Pianto in miniatura, costruito con mattoni simmetricamente sovrapposti. Nelle fessure del Muretto, gli alunni più consapevoli hanno religiosamente infilato bigliettini bruciacchiati con messaggi del seguente tenore: "Per non dimenticare", "Shalom", "Grazie per averci portato Auschwitz a scuola" (sic). Su un bigliettino si potevano leggere le parole attribuite dal Vangelo a Gesù crocifisso ("Eli, Eli, lamà sabactani?"), ma riferite, in questo particolare contesto, al "Cristo delle nazioni", ossia al "popolo eletto".
Il presepio olocaustico di Parma non è il frutto dell'iniziativa estemporanea di qualche insegnante bizzarro: da diversi anni è stata infatti istituzionalizzata una vera e propria "didattica dell'Olocausto", anzi, una Holocaust Education, per usare l'espressione consacrata dall'uso ministeriale. La "Rassegna dell'istruzione", bimestrale di informazione scolastica delle Regioni su cui scrivono direttori generali del MIUR, dirigenti scolastici e docenti d'ogni ordine e grado, in un suo specifico "Glossario" informa circa l'esistenza di un "Education Working Group (...) composto da docenti, pedagogisti ed educatori esperti nel campo della Holocaust Education", gruppo di lavoro che "mette a disposizione il proprio know-how in materia, sostenendo concretamente lo sforzo per promuovere l'insegnamento, il ricordo e la ricerca relative all'Olocausto sia a livello nazionale sia a livello internazionale". Apprendiamo inoltre che il lavoro del gruppo "si è concentrato sulla messa a punto dei quattro documenti che costituiscono le Linee Guida per l'insegnamento dell'Olocausto a scuola" e che nel lavoro "converge la ricchezza di approcci pedagogici e didattici anche molto diversi tra loro, da quello di Yad Vashem di Gerusalemme a quello del Museo dell'Olocausto di Washington, che danno vita ad una sintesi duttile destinata agli insegnanti" (1).
In questa "sintesi duttile" prodotta dalla ricchezza degli approcci pedagogici e didattici spicca l'apporto fornito dalla teologia cattolica, la quale, ponendosi sulla scia della teologia ebraica del "dopo Auschwitz" e chiedendosi se sia "possibile trovare un senso per la Shoah" (2), ispira un insegnamento della religione cattolica che ripropone nelle scuole la tesi di Hans Jonas (Il concetto di Dio dopo Auschwitz): la comprensione di Auschwitz deve essere collocata sullo sfondo metafisico della non onnipotenza di Dio. Così la teologia olocaustica, formulando il concetto di un Dio che non è più Dio, esprime in maniera grottesca la propria assurdità.
Il grottesco, d'altronde, è il marchio della contraffazione parodistica. E che altro è la religio holocaustica se non una blasfema parodia, nella quale troviamo sinistramente deformati gli elementi caratteristici di una dottrina religiosa e di una liturgia cultuale? Come è stato fatto notare più volte, questa religio profana "ha la sua galleria di santi e di sante, fra i quali Sant'Anna (Frank), San Simeone (Wiesenthal) e Sant'Elia (Wiesel). Ha i suoi luoghi santi, i suoi rituali ed i suoi pellegrinaggi. Ha i suoi edifici sacri (macabri) e le sue reliquie (saponette, scarpe, spazzolini da denti ecc.). Ha i suoi martiri, i suoi eroi, i suoi miracoli e miracolati (a milioni), la sua leggenda dorata ed i suoi giusti. Auschwitz è il suo Golgota. (...) Per questa religione Satana si chiama Hitler, condannato, come Gesù nel Talmud, a bollire per l'eternità negli escrementi" (3).
A questi dati caratteristici della religio holocaustica ne potremmo aggiungere altri: che l'"Olocausto", in quanto evento unico e centrale della storia umana, ha soppiantato la vicenda cristica, tanto che non abbiamo più un "avanti Cristo" e un "dopo Cristo", ma un "prima di Auschwitz" e un "dopo Auschwitz"; che esiste un calendario liturgico della religio holocaustica, culminante nella Giornata della Memoria; che tale religio dispone anch'essa di una sua Santa Inquisizione, la quale punisce l'empietà degli eretici e dei miscredenti, ovvero i "negazionisti" e gli "antisemiti", applicando una legislazione appositamente creata dai poteri democratici; e si potrebbe continuare, fino al presepio del liceo di Parma.
Quanto ai santi e alle sante citati più sopra, oltre a Sant'Anna (Frank) è doveroso menzionare anche Santa Edith (Stein), proclamata "patrona d'Europa" da Giovanni Paolo II. Non abbiamo invece una Santa Simone (Weil), perché morire di tubercolosi in Inghilterra non è a ciò condizione sufficiente, anche se qualcuno ha elevato sia Edith Stein sia Simone Weil al rango di sorelle spirituali del vescovo d'Ippona (4). Ma tra giudaismo sacro e giudaismo liberale non esiste contraddizione radicale, bensì sostanziale affinità. Come Santa Simone, ergendosi a giudice della civiltà greco-romana, vede nell'umanità omerica un'umanità di cadaveri e mette sul medesimo piano Achille e Tersite (5), così, animati dallo stesso Ressentiment e dalla stessa Schadenfreude, Horkheimer e Adorno tentano di riabilitare tutta una serie di figure abiette: da Tersite, per l’appunto, fino a Shylock.



***


Come abbiamo accennato, la teologia olocaustica nega l'onnipotenza di Dio: secondo Hans Jonas, il Male, ossia Auschwitz, si spiega col fatto che Dio non è più onnipotente. Il vecchio problema del male, la questione biblica di Giobbe, viene riproposto anche da Emmanuel Levinas, il quale attribuisce l'origine del nazionalsocialismo al "Male elementale" (Mal élémental), "cui ogni buona logica può condurre e nei cui confronti la filosofia occidentale non si era abbastanza assicurata" (6). Siamo ad un passo dal "Male Assoluto".
Con Hannah Arendt, il Male perde la maiuscola, cosicché abbiamo la "banalità del male".
Se qualcuno volesse rispondere in modo esauriente alle argomentazioni della Banalità del male di Hannah Arendt, che nell'edizione italiana (Feltrinelli 2001) si estendono per trecento pagine, un libro della stessa mole non basterebbe. Ci limiteremo perciò ad indicare schematicamente, replicando nella maniera più sintetica possibile, solo alcuni punti della Banalità del male: quelli in cui il testo della Arendt si rivela per quello che è, ossia un resoconto giornalistico adeguato al livello intellettuale dei lettori di "The New Yorker".
Fin dalle prime pagine, infatti, vengono acriticamente riportate affermazioni di Ben Gurion del seguente tenore: "milioni di persone, solo perché erano ebree, e milioni di bambini, solo perché erano ebrei, sono stati assassinati dai nazisti (…) la camera a gas e la fabbrica di sapone sono le cose a cui può condurre l'antisemitismo" (pp. 18-19). Indubbiamente il richiamo ai "milioni di bambini" trasformati in saponette non avrà mancato di produrre un certo effetto sul lettore statunitense. Chissà perché non sono stati evocati i paralumi fabbricati con la pelle degli ebrei… Forse per una dimenticanza (banale, per l'appunto) dell'illustre filosofa-giornalista.
La quale, per quanto concerne l'antisemitismo, a p. 28 riferisce di una "tesi antisemitica" enunciata dal viceministro degli Esteri egiziano Hussain Dhulfikar Sabri. E questa è già una prova di ingegno: un arabo (dunque un semita) viene arruolato tra gli antisemiti!
Pag. 29: Eichmann fu "catturato in un sobborgo di Buenos Aires" e quindi "trasportato in Israele". La Arendt non prova nessun imbarazzo per il carattere piratesco della cattura di Eichmann: un gruppo di criminali che agivano per conto dei servizi segreti sionisti, violando la legalità internazionale e le leggi di uno Stato sovrano, rapì un cittadino tedesco al quale la Repubblica Argentina aveva concesso il diritto di asilo. Né prova alcun imbarazzo, la filosofa-giornalista, per la totale mancanza di ogni fondamento giuridico del "processo" al quale Eichmann venne sottoposto. "Nessun testo internazionale - scriveva il 9 giugno 1960 il giurista francese Geouffre de la Pradelle - permette di attribuire competenza allo Stato d'Israele per giudicare un cittadino straniero al quale vengono imputati crimini contro l'umanità, se questi crimini sono stati commessi all'estero. Inoltre, all'epoca in cui questi crimini sono stati commessi, non si poteva trattare di vittime di nazionalità israeliana, perché lo Stato d'Israele non esisteva".
Ma le obiezioni di carattere giuridico sono, per la Arendt, cavilli formali di gente pedante. La filosofa-giornalista afferma infatti con la massima disinvoltura che "tutte le obiezioni sollevate contro il processo di Gerusalemme in base al principio della giurisdizione territoriale erano semplici cavilli" (p. 266); che "la retroattività (…) è alquanto logica" (p. 261); che "la tesi secondo cui al tempo in cui i crimini furono commessi non esisteva ancora uno Stato ebraico, era così formalistica, così avulsa dalla realtà e lontana dall'esigenza di far giustizia, che noi la possiamo tranquillamente lasciare ai pedanti" (p. 266). Non solo: per giustificare l'atto di pirateria internazionale commesso dall'entità criminale sionista, la Arendt tira in ballo… "il vecchio crimine della pirateria", assimilando Eichmann al "pirata" del "diritto internazionale tradizionale" (p. 268). Argomentazione analoga, si converrà, a quella di un rapinatore che cercasse di difendersi sostenendo che "la proprietà è un furto".
Addirittura, la Arendt respinge con disdegno la tesi "secondo cui un giudice ebreo non poteva essere imparziale, soprattutto se cittadino del nuovo Stato ebraico" (p. 266). Per smentirla su questo punto, basterebbe la citazione talmudica seguente: "Se un Ebreo ha un processo con un non ebreo, tu (il giudice ebreo) darai per quanto è possibile causa vinta all'Ebreo e dirai al non ebreo: Così vuole la nostra legge" (Baba kamma 113a).
Di contraddizioni, interne ed esterne, La banalità del male abbonda. Per esempio: alle pp. 154-155 si dice, correttamente, che documenti "riguardanti la soluzione finale (intesa come sterminio degli ebrei, n. d. r.) non sono mai stati trovati e probabilmente non esistettero mai". Com'è allora possibile affermare che nella "cosiddetta conferenza di Wannsee (…) i capi nazisti avevano discusso i vari metodi di sterminio" (p. 61)? Contrariamente a quest'ultima asserzione, tutto quello che si può affermare circa la riunione interministeriale tenuta a Wannsee il 20 gennaio 1942 è che Reinhard Heydrich, il principale collaboratore di Himmler, disse ai funzionari presenti: "Il Führer ha ordinato il trasferimento di tutti gli ebrei verso i territori orientali invece dei luoghi oltremare originariamente programmati (Madagascar). Nei territori orientali gli ebrei costruiranno strade sino a morire di fatica". Che i dirigenti nazionalsocialisti abbiano "discusso i vari metodi di sterminio" non risulta affatto, per cui si tratta di una fantasia della filosofa-giornalista (anche se non è stata soltanto lei ad aver fantasticato in questi termini) (7).
A pag. 91, il titolo stesso del Capitolo sesto (La soluzione finale: sterminio) contiene l'interpretazione del termine Endlösung come "sterminio degli ebrei". Che nel vocabolario nazionalsocialista Endlösung der Judenfrage ("soluzione definitiva della questione ebraica") indicasse invece un piano di reinsediamento della popolazione ebraica, risulta inequivocabilmente chiaro da una nota informativa del Ministero degli Esteri del Reich del 10 febbraio 1942: "Nell'agosto del 1940 Le consegnai per i Suoi atti il piano della soluzione finale della questione ebraica (zur Endlösung der Judenfrage) elaborato dal mio ufficio, secondo il quale, nel trattato di pace, si doveva esigere dalla Francia l'isola di Madagascar, ma l'esecuzione pratica del compito doveva essere affidata all'Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich. Conformemente a questo piano, il Gruppenführer Heydrich è stato incaricato dal Führer di attuare la soluzione della questione ebraica in Europa. La guerra contro l'Unione Sovietica ha frattanto consentito di disporre di altri territori per la soluzione finale. Di conseguenza il Führer ha deciso che gli Ebrei non devono essere espulsi nel Madagascar, ma all'Est" (8).
A pag. 97 l'autrice riferisce un fatto prodigioso di cui Eichmann sarebbe stato testimone a Lwow, dove le SS massacravano donne e bambini: "dalla terra, sprizzava uno zampillo di sangue, come una fontana". Questo fenomeno, che sembra uscito dalla fantasia di un regista del genere horror, colpì la sensibilità letteraria di Elie Wiesel, che in seguito si impadronì dell'invenzione e raccontò di aver visto anche lui, ad Auschwitz, un geyser di sangue.
A pag. 197: "nell'agosto del 1940, pochi mesi prima che la Romania entrasse in guerra al fianco della Germania, il maresciallo Ion Antonescu, capo della Guardia di Ferro e dittatore del paese (…)". Queste poche righe contengono almeno due errori. Primo: nell'agosto del 1940 il generale Ion Antonescu era ancora confinato a Bistritza. Secondo: il generale Ion Antonescu non solo non fu mai "capo della Guardia di Ferro", ma nemmeno vi militò in nessun momento della sua vita. Comandante della Guardia di Ferro era invece, all'epoca, Horia Sima.
A pag. 146 (cfr. pag. 183) l'ammiraglio Horthy viene definito "dittatore fascista dell'Ungheria". Perfino Enrico Deaglio, che non è né una cima né un campione di obiettività, riesce a dire qualcosa di accettabile a questo proposito: "In Ungheria, – scrive – fino a metà del 1944, venne conservato il regime parlamentare e si svolsero elezioni, benché non a suffragio universale. Alla Camera era rappresentato, tra gli altri partiti, anche il partito socialista. Nell'industria erano presenti i sindacati" (9). Delle due l'una: o la Arendt ha del fascismo una concezione tutta sua, o non ha la minima idea di che cosa fosse realmente l'Ungheria al tempo di Horthy.
In fatto di storia dell'Europa, in effetti, le nozioni della filosofa sono molto approssimative, visto che a p. 201 riassume nel modo seguente le vicende ungheresi: "Anticamente, al tempo del Sacro Romano Impero, l'imperatore era stato anche re d'Ungheria, e in epoca recente, dopo il 1806, la kaiserlich-königlich Monarchie era stata faticosamente tenuta unita dagli Asburgo, i quali erano imperatori (kaiser) d'Austria e re (könig) d'Ungheria". In realtà, l'Ungheria fu un regno indipendente fino al 1526; e si dovette aspettare la fine del XVII secolo perché i territori ungheresi (e transilvani) venissero incorporati nell'Impero degli Asburgo.
L'ignoranza della storia europea emerge nel testo della Arendt ad ogni piè sospinto, come quando essa sostiene che "una monarchia veramente ungherese non era mai esistita, almeno in epoca storica" (p. 201). E quando sarebbe esistita, secondo lei? In epoca preistorica? Forse il periodo che va dal X sec. al Quattrocento appartiene alla preistoria?
Passando a trattare degli ebrei in Ungheria, la filosofa spara la cifra di 476.000 olocaustizzati, 434.351 dei quali sarebbero morti ad Auschwitz, dove le camere a gas, dice, "pur lavorando a pieno ritmo stentarono a liquidare tutta questa moltitudine" (p. 147). Sparando la cifra di 476.000, la Arendt gioca al raddoppio. Dalla tabella riportata a p. 229 del libro di L. Poliakov e J. Wulf, Das Dritte Reich und die Juden, Berlin 1995, si ricava infatti la cifra di 204.000 (che d'altronde dovrebbe essere ampiamente ridimensionata). D'altra parte, olocaustizzare 476.000 ebrei "ungheresi" sarebbe stato impossibile, per il semplice fatto che non ce n'erano tanti. Nel 1939, secondo Poliakov e Wulf, in Ungheria c'erano 404.000 ebrei; secondo la Commissione anglo-americana sull'ebraismo mondiale e la Palestina (Enciclopedia Treccani, Aggiornamento 1938-48, I, 1948, p. 813) gli ebrei "ungheresi" erano 400.000. Stando a queste fonti, dunque, nel 1946 sarebbero mancati all'appello, in Ungheria, 200.000 ebrei. Ma, prima di iscriverli nel registro degli olocaustizzati, bisognerebbe detrarre da 200.000 la cifra degli ebrei "ungheresi" che dopo la guerra emigrò negli Stati Uniti, in Palestina e in altri paesi. In ogni caso, è del tutto assurda la cifra dei 1684 ebrei "miracolosamente scampati", che la filosofa propone a p. 126.
È su una montagna di elementi e di dati di questo genere che si fonda la conclusione "filosofica" della Banalità del male, una "morale della favola" che possiamo riassumere nei termini seguenti. Siccome Eichmann "era stato implicato e aveva avuto un ruolo centrale in un'impresa il cui scopo dichiarato era cancellare per sempre certe 'razze' dalla faccia della terra, per questo doveva essere eliminato" (p. 283). Eichmann ha "eseguito e perciò attivamente appoggiato una politica di sterminio" (p. 284) che ha dato luogo al "più grande crimine della storia" (p. 283). Egli non può chiamarsene fuori, perché la storia biblica di Sodoma e Gomorra lo smentisce (sic). E allora, conclude la Arendt apostrofando direttamente l'imputato nella sua arringa finale, "noi riteniamo che nessuno, cioè nessun essere umano desideri coabitare con te. Per questo, e solo per questo, tu devi essere impiccato" (p. 284).
"Noi riteniamo", dice la Arendt parlando a nome del sinedrio gerosolimitano. Noi, il popolo eletto. E il giudizio del popolo eletto è il giudizio dell'umanità autentica, perché, secondo il detto talmudico, "gli Ebrei sono chiamati uomini, mentre i popoli del mondo non sono chiamati uomini, ma bestie" (Baba mezia 114 b).






1. Education Working Group, "Rassegna dell'istruzione", a. LIX, n. 2-3 (nov./dic. - genn./febbr. 2004-2005), p. 102.
2. AA. VV., Corso di religione cattolica per la scuola secondaria superiore, Queriniana, Brescia 1997, p. 281.
3. Robert Faurisson, La religione secolare dell'Olocausto, prodotto adulterato della società consumistica, in: Gianantonio Valli, Holocaustica religio. Psicosi ebraica, progetto mondialista, Effepi, Genova 2009, p. 221.
4. Quattro o cinque latinisti hanno pubblicato per La Nuova Italia una storia della letteratura latina intitolata Est modus, nella quale, ad onta del titolo oraziano, i confini dell’opportunità e della convenienza sono stati abbondantemente superati. Infatti il terzo volume dell’opera dedica a “Roma ebraica”, “una Roma altrettanto colta e affascinante” di quella pagana e cristiana (p. 460), un ampio paragrafo che si ingegna di ripercorrere le vicende storiche degli ebrei, e ciò ben oltre i limiti cronologici dichiarati nel titolo (Dall’età imperiale all’umanesimo), arrivando addirittura… al 4 giugno 1944, quando, grazie ai bombardamenti, all’invasione e all’occupazione angloamericana, “Roma tornò libera (sic)” (p. 462). Ma non basta. La vera novità di questo nuovo testo scolastico è che in esso trovano spazio, accanto agli autori canonici, due nomi che nelle storie letterarie latine non s'erano mai visti. Si tratta di due scrittrici, due “donne emancipate e anticonformiste” (p. 511), che vengono accostate nientepopodimeno che a Sant’Agostino, in quanto “il loro pensiero, intenso e irrequieto, poggiato su una solida base filosofica, le avvicina al dinamismo della spiritualità agostiniana […] Ad Agostino sono poi simili per l’intima necessità di allineare le scelte di vita al percorso spirituale” (p. 510). Si tratta, per l'appunto, di Edith Stein e Simone Weil. Come si vede, la didattica olocaustica ha saputo realizzare, coinvolgendo anche la filologia latina, l’"interdisciplinarità" teorizzata da schiere di pedagogisti.
5. “Nell’Iliade si pronunziano qualche volta parole ragionevoli; quelle di Tersite lo sono al massimo grado, quelle di Achille, irritato, del pari” (Simone Weil, La Grecia e le intuizioni precristiane, Rusconi, Milano 1974, p. 27; cfr. p. 19).
6. Emmanuel Levinas, Alcune riflessioni sulla filosofia dell'hitlerismo, Quodlibet, Macerata 1996, p. 21.
7. Sulla "conferenza di Wannsee", cfr. D. Irving, La guerra di Hitler, Settimo Sigillo, Roma 2001, pp. 586-587.
8. C. Mattogno, Intervista sull'Olocausto, Padova s.d., pp. 15-16.
9. E. Deaglio, La banalità del bene, Feltrinelli 2002, p. 37.

Inserita il 02/12/2011 alle 11:30:58      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico