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IL DIBATTITO SULLA “SOLUZIONE” SIONISTA NEGLI AMBIENTI NAZIONALISTI EUROPEI DEGLI ANNI TRENTA

Saggio introduttivo a: Herman de Vries de Heekelingen, Israele. Il suo passato, il suo avvenire, Effepi, Genova 2004


La corrispondenza intercorsa tra il Welt-Dienst di Erfurt e Ion Motza (cognato di Corneliu Codreanu) (1) ci presenta uno spaccato significativo del dibattito che nella prima metà degli anni Trenta si svolse negli ambienti nazionalisti, fascisti e filofascisti europei intorno alla questione ebraica e alle possibili soluzioni di essa. In particolare, le lettere che Ion Motza e il suo corrispondente tedesco si scambiarono dopo il congresso di Montreux (16-17 dicembre 1934), al quale il militante romeno aveva partecipato in qualità di esponente del Movimento legionario (la Legione Arcangelo Michele ovvero Guardia di Ferro), ci mostrano quale divergenza di vedute regnasse tra i congressisti che erano convenuti nella cittadina svizzera in rappresentanza delle rispettive formazioni politiche.

In una lettera del 5 febbraio 1935, Ion Motza cita i nomi dei congressisti Hoornaert e Mercouris, “che avevano delle concezioni deplorevoli, forse anche di origine sospetta” (2), nonché di Somville e di Meyer, “che erano interamente sionisti, al 100%, e buoni conoscitori del problema” (3). Paul Hoornaert, della Légion Nazionale Belge, aveva distinto gli ebrei “integrati”, assimilati e leali, dagli ebrei “internazionali”, agenti della massoneria internazionale; solo questi ultimi, a suo parere, dovevano essere denunciati e combattuti. Georgios Mercouris (4), ex ministro e capo di un movimento social-nazionalista greco, esprimendo una posizione condivisa dai delegati di Italia, Portogallo e Austria, si era opposto a “qualsiasi tentativo di fare una dichiarazione generale sugli ebrei, sostenendo che si trattava di una questione puramente interna, differente da paese a paese, e perciò, secondo lo spirito del congresso, si doveva lasciare che ogni nazione risolvesse il problema come voleva” (5). Quanto al belga Somville, esponente della Ligue Corporative du Travail, egli aveva appoggiato la richiesta fatta da Ion Motza, ossia che il congresso formulasse una dichiarazione generale sulla questione ebraica; ma aveva anche aggiunto che, secondo lui, la soluzione del problema “poteva consistere nel dare agli ebrei una loro patria; di conseguenza, prospettò la possibilità di concedere agli ebrei la Palestina in modo che potessero ‘esprimere la loro civiltà’” (6). Arnold Meyer, infine, capo del Fronte Nero olandese, doveva essere davvero il rappresentante di un’organizzazione “insignificante e oscura” (come si legge in un rapporto inviato a Ciano nel 1935), se al corrispondente tedesco di Ion Motza risultava sconosciuto.

Fatto sta che “l’ammirevole sig. de Somville” (7) e Arnold Mayer erano “interamente sionisti, al 100%”, nel senso che, secondo loro, la questione ebraica poteva essere risolta mediante il trasferimento degli ebrei dai paesi europei alla Palestina. D’altronde si trattava della medesima soluzione che sembravano proporre quei nazionalisti romeni che dicevano: “La Romania ai Romeni, per gli ebrei c’è la Palestina!” Bisogna però dire che il Movimento legionario non assunse mai una posizione conforme a tale parola d’ordine. Al contrario, fin dall’inizio degli anni Trenta la stampa legionaria salutò con entusiasmo “la lotta degli arabi contro la creazione di uno stato ebraico in Palestina. Anzi, venne fondato un apposito Comitato per la propaganda a favore della lotta degli arabi” (8).

D’altra parte, un mese prima del congresso di Montreux si era dichiarato “sionista” nientemeno che Benito Mussolini, il quale non aveva ancora imboccato la strada di una politica mediterranea coerente e non aveva ancora optato per la scelta inequivocabilmente filoaraba (9). Nel corso di un colloquio con Nahoum Goldmann, il Duce si era allora espresso in questi termini: “Ma voi dovete creare uno Stato Ebraico. Io sono sionista, io. L’ho già detto al dottor Weizmann. Voi dovete avere un vero Stato [un véritable État] e non il ridicolo Focolare Nazionale che vi hanno offerto gli inglesi. Io vi aiuterò a creare uno Stato Ebraico” (10).

Sia gli incontri di Mussolini con Weizmann e Goldmann sia i rapporti più stretti con Jabotinsky e i sionisti revisionisti vengono spiegati da Renzo De Felice in questo modo: “il prosionismo di Mussolini del 1933-34 e in qualche misura ancora dei primi mesi del 1935, molto più che a porsi come mediatore tra ebrei e arabi e sostituire la propria egemonia a quella inglese in Palestina (ereditando tutte le difficoltà e gli oneri connessi), mirava – oltre che a guadagnarsi simpatie in Europa e in America, presentandosi come protettore degli ebrei (ma senza esporsi troppo per non pregiudicarsi quelle degli arabi) – ad accrescere la tensione in Palestina e, quindi, a creare – lo ripetiamo – ulteriori difficoltà all’Inghilterra in uno dei punti più nevralgici del suo impero” (11).

Nel 1935, anche Reinhardt Heydrich distingueva gli ebrei in due categorie, i sionisti e i fautori dell’assimilazione, esprimendo la sua preferenza per i primi, perché “professano una concezione strettamente razziale e con l’emigrazione contribuiscono a edificare il loro proprio Stato ebraico (…) I nostri auguri e la nostra benevolenza ufficiale sono con loro” (12). E Alfred Rosenberg: “Il sionismo deve essere vigorosamente sostenuto, affinché ogni anno un contingente di Ebrei tedeschi venga trasferito in Palestina” (13).

Verso la metà degli anni Trenta, dunque, la creazione di un’entità statale ebraica in Palestina veniva auspicata sia da coloro che giudicavano nociva per i propri paesi la presenza di massicce comunità ebraiche e miravano alla “pulizia etnica”, sia da chi, volendo combattere l’egemonia britannica, riteneva possibile praticare una politica mediterranea contemporaneamente filoebraica e filoaraba. Nel primo caso si trattava evidentemente di una posizione nata dall’esasperazione; nel secondo, di un calcolo che voleva essere machiavellico, mentre era semplicemente sbagliato. Un errore simile a quello di Mussolini, d’altronde, lo commetterà Stalin, allorché favorirà la nascita dell’entità sionista in Palestina, nell’illusione di poterne fare una base filosovietica nel Mediterraneo e un alleato nella “guerra fredda”.

In Romania, un’autorevole riserva circa la possibilità della “soluzione” sionista era stata espressa, nel 1934, dal maestro di Mircea Eliade, il filosofo Nae Ionescu, quello stesso al quale Ion Motza affiderà il proprio testamento spirituale prima di partire per il fronte spagnolo. Nella sua Prefazione al libro di Mihail Sebastian intitolato De doua mii de ani… [Da duemila anni…], Nae Ionescu aveva scritto: “Esiste tuttavia un’azione con cui gli ebrei hanno cercato di strapparsi al loro destino. È il sionismo. Il tentativo però mi sembra del tutto confuso. (…) E adesso, che cosa ha voluto fare Theodor Herzl, che cosa vuole il sionismo? Togliere a Gerusalemme il suo nimbo mistico, il carattere di mito che essa ha avuto finora e trasformare questa città nella capitale di uno Stato, coi suoi ministri e la sua polizia? Lo si può fare. Però si realizzerebbe soltanto un’opera effimera, come lo sono sempre stati gl’insediamenti politici ebraici; d’altra parte, se Gerusalemme diventasse qualcosa di concreto, agli ebrei della diaspora verrebbe tolto quell’unico centro unificante che ha reso loro possibile la vita fino ad oggi. Il sionismo, senza dubbio, è un tentativo di infrangere il circolo di sofferenza della fatalità giudaica, ma è un tentativo che al massimo può produrre un risultato: la perdizione degli ebrei come popolo, a causa dello sgretolarsi del mito di Gerusalemme. Il sionismo? Un suicidio! E questa doveva essere una soluzione!” (14).

Quanto a Ion Motza, dal suo carteggio con il Welt-Dienst si potrebbe forse ricavare l’impressione che egli condividesse la posizione dei “sionisti” Somville e Meyer; ma sicuramente non era una posizione filosionista quella che egli aveva espressa, in termini inequivocabili, una decina d’anni prima. Infatti, pubblicando in romeno i Protocolli dei Savi di Sion, “Ion I. Motza, studente” aveva commentato l’Introduzione di Roger Lambelin con una nota a pié di pagina del seguente tenore: “Prima della guerra gli Ebrei erano divisi in sionisti e non sionisti. I primi perseguivano l’instaurazione dell’egemonia ebraica sul mondo tramite la rinascita dell’antico regno giudaico di Gerusalemme. Gli altri volevano la stessa cosa, senza però resuscitare il regno di Palestina, ma restando dispersi tra i popoli della terra, così come sono oggi. Adesso, dopo la guerra, quasi tutti i giudei sono ‘sionisti’” (15). Liquidando l’opzione sionista come una delle due tattiche dell’ebraismo mondiale, lo studente Ion Motza si era tenuto lontano dal tranello che, in tempi diversi, minaccerà statisti e capi rivoluzionari.



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A questo dibattito partecipò anche il prof. Herman de Vries de Heekelingen (1880-1941), titolare della cattedra di Paleografia e Diplomatica all’Università di Nimega (Olanda) e presidente della Commissione Cattolica di Cooperazione Intellettuale. Fondatore di un Centro di studi sul fascismo, scrisse Il Fascismo e i suoi risultati (Alpes, Milano 1927); poi si occupò del nazionalsocialismo tedesco e pubblicò Die nationalsozialistische Weltanschauung: ein Wegweiser durch die nationalsozialistische Literatur: 500 markante Zitate (Pan-Verlagsgesellschaft, Berlin-Charlottenburg 1932). Vries de Heekelingen intervenne al Congresso internazionale del Welt-Dienst che si tenne a Erfurt dal 1 al 4 settembre 1938 e vide la partecipazione di delegati provenienti da vari paesi, tra cui il Giappone e il Sudafrica (16).

Nel 1937 apparve a Parigi, presso l’editore Perrin, un libro di Vries de Heekelingen intitolato Israël, son passé, son avenir; poco dopo ne venne pubblicata una traduzione italiana presso Tumminelli & C. Editori. Della questione ebraica, lo studioso olandese si sarebbe ulteriormente occupato con The Jewish Question in Italy (senza indicazione di luogo e di data), con L’orgueil juif (Revue Internationale des Sociétés Secrètes, Paris 1938) (17), con Juifs et catholiques (Grasset, Paris 1939) e con Le Talmud et le non-juif. Une expertise préparée pour le tribunal d’Oron siégeant à Lausanne les 15, 16 et 17 janvier 1940 (Éditions Victor Attinger, Neuchâtel 1940) (18).

Secondo il prof. Vries de Heekelingen la realizzazione integrale del progetto sionista, con la creazione di uno Stato ebraico in Palestina e il trasferimento della popolazione ebraica mondiale (o della maggior parte di essa) sul suo territorio, avrebbe consentito agli altri Stati di considerare stranieri gli ebrei della Diaspora. Fu facile obiettare allo studioso olandese che un tale progetto sarebbe stato impossibile ad attuarsi, per vari motivi. Tra coloro che lo fecero, vi furono i padri gesuiti, che intervennero in due riprese sul tema della “soluzione” proposta da Vries de Heekelingen (19). E lo fecero con argomentazioni che vale la pena di riferire.

“L’attuazione integrale del sionismo – si poteva leggere su “La Civiltà Cattolica” del 2 aprile 1938 – appare materialmente e moralmente impossibile, sia per la ristrettezza del territorio palestinese, sia per la invincibile opposizione degli Arabi, e sia perché la massima parte dei giudei non si indurranno mai ad andare in Palestina, abbandonando le residenze dove stanno bene. La costituzione di uno Stato giudaico, senza la effettiva comprensione dei giudei nel detto Stato, aggraverebbe, anziché scioglierla, la quaestio giudaica, in quanto all'equivoco della doppia nazionalità si aggiungerebbe un nuovo equivoco: quello di uno Stato la cui massima parte di cittadini ne vivono fuori. Ma vi è di più: uno Stato giudaico in Palestina sarà sempre un fomite di disordine e di perpetua guerra tra i giudei e gli arabi, come si vede al presente” (20).

Quale rimedio potrà dunque riportare l'ordine e la pace in Palestina? “Nessun altro che la partenza degli Ebrei, o almeno la cessazione dei loro progressi e della loro immigrazione, in una parola, il totale abbandono dell'idea di uno Stato ebraico in Palestina” (21).

Anche negli anni successivi la Santa Sede manifesterà la propria contrarietà alla nascita di una Jewish Home in Terrasanta, ma questa posizione si ammorbidirà gradualmente, finché, il 30 dicembre 1993, il Vaticano l’entità politico-militare sionista firmeranno a Gerusalemme un “accordo fondamentale” cui farà seguito il reciproco riconoscimento diplomatico. Per i padri gesuiti, d’altronde, il “fomite di disordine e di perpetua guerra” era già diventato da un pezzo “il piccolo Stato d’Israele, deciso a mantenere la propria identità di nazione” (22). L’episodio che coronerà degnamente l’evoluzione dei rapporti tra il Vaticano e l’entità sionista sarà il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II, il papa “orfano di un’ebrea” (23), al Muro del Pianto.

Il professor de Heekelingen non poteva certo immaginare che i rapporti tra cattolici ed ebrei sarebbero approdati a questo traguardo. Né, essendo morto nel 1941, ebbe modo di vedere quale “soluzione” abbia rappresentato il sionismo per la questione ebraica.



Claudio Mutti



(1) Cfr. Ion Motza, Corrispondenza col Welt-Dienst (1934-1936), Edizioni all’insegna del Veltro, Parma, 1996. “’Servizio Mondiale’, Welt-Dienst, è il nome dell’organismo fondato nel 1933 da Ulrich Fleischhauer. (…) Nel 1933 Fleischhauer prese contatti in vari paesi (…) ai fini della creazione di un ‘ufficio di assistenza tecnica’ specializzato nella raccolta di notizie sulle attività dell’ebraismo, nella controinformazione e nella propaganda. Il Welt-Dienst poté usufruire dei finanziamenti del Ministero della Propaganda e, a partire dal 1937, dell’ufficio di politica estera diretto da Rosenberg” (C. Mutti, Prefazione a I. Motza, op. cit., pp. 5-6).
(2) Ion Motza, op. cit., p. 44.
(3) Ibidem.
(4) “Padre della famigerata Melina” (Michele Rallo, I fascismi della Mitteleuropa, Edizioni Europa, Roma, s.d., p. 65.
(5) Michael A. Ledeen, L’internazionale fascista, Laterza, Bari 1973, p. 158.
(6) Ibidem.
(7) Ion Motza, op. cit., p. 44.
(8) Dragos Zamfirescu, Legiunea Arhanghelul Mihail de la mit la realitate [La Legione Arcangelo Michele dal mito alla realtà], Editura Enciclopedica, Bucuresti 1997, p. 113.
(9) Cfr. Enrico Galoppini, Il Fascismo e l’Islam, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2001.
(10) Meir Michaelis, Mussolini e la questione ebraica, Comunità, Milano 1982, p. 84.
(11) Renzo De Felice, Il fascismo e l’Oriente, Il Mulino, Bologna 1988, p. 310.
(12) Émmanuel Ratier, Les guerriers d’Israël, Facta, Paris 1995, p. 78.
(13) Ibidem.
(14) Nae Ionescu, Prefata [Prefazione], in: Mihail Sebastian, De doua mii de ani…, Humanitas, Bucuresti 1990, pp. 22-24.
(15) ”Protocoalele” înteleptilor Sionului, traduse direct din rubeste în frantuzeste si precedate de o întroducere de Roger Lambelin, în româneste de Ion I. Mota, student [I “Protocolli” dei Savi di Sion, tradotti direttamente dal russo in francese e preceduti da un’introduzione di Roger Lambelin, versione romena di Ion I. Motza, studente], Libertatea, Orastie 1923, p. 14, nota 2.
(16) Cfr. Claudio Mutti, A oriente di Roma e di Berlino, Effepi, Genova 2003, p. 20.
(17) Una recensione de L’orgueil juif scritta da René Guénon nel 1938 per “Études traditionnelles” si trova in: R. Guénon, Recensioni, edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1981, pp. 26-27.
(18) Oltre a Israele, il suo passato, il suo avvenire (Tumminelli, Roma 1937), Vries de Heekelingen pubblicò in Italia alcuni articoli: Fascismo ed Ebraismo (“L’Idea di Roma”, dicembre 1938), L’eterna questione ebraica e la sua soluzione (“Difesa della Razza”, 5 novembre 1939), Il cristiano di fronte al problema ebraico (“L’Idea di Roma”, aprile-maggio 1940) e il saggio intitolato L’atteggiamento del Talmud di fronte al non-ebreo (“La Vita Italiana”, giugno 1940). Questo saggio (un adattamento dell’expertise presentata al Tribunale di Losanna) è stato più volte ripubblicato nel dopoguerra: in appendice a Claudio Mutti, Ebraicità ed ebraismo. I Protocolli dei Savi di Sion (Edizioni di Ar, Padova 1976), nell’opuscolo Il Talmud e i non ebrei (Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1991), nel primo ed unico numero della rivista “La questione ebraica”, 1, agosto 1998, pp. 57-68. La traduzione italiana dell’expertise (Il talmud e il non ebreo) si trova in: Johannes Pohl – Karl Georg Kuhn – H. Vries de Heekelingen, Studi sul Talmud (Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1992).
(19) La prima volta fu con l’articolo La questione giudaica “La Civiltà Cattolica”, 1937, II, p. 418; 497; III, p. 27
(20) “La Civiltà Cattolica”, 2 aprile 1938, a. 89, vol. II, quad. 2107, pp. 77-78. L’articolo è riprodotto in: Chiesa, giudaismo, antisemitismo. Gli articoli de “La Civiltà Cattolica” dal 1938 al 1940, Effepi, Genova, 2002.
(21) Ibidem.
(22) “La Civiltà Cattolica”, 5 settembre 1981, a. 132, vol. III, quad. 3149, p. 430.
(23) Yoram Kaniuk, L’era che il Papa apre sulla terra degli ebrei, “La Repubblica”, 22 marzo 2000, p. 15.

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