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Attila servus Dei

Quell’Attila che fu flagello in terra
(Dante, Inf. XII, 134)


Turbinò infesto con il suo esercito
soggiogatore il grande Attila,
allor che predava le terre
del nemico e imponeva il tributo.

I suoi trionfi ancor spaventano
perfin di Roma l’altero popolo;
la pace gli chiesero, ed ecco
lui fu pronto, magnanimo, a darla.

(Mihaly Vörösmarty, Ki fogja méltán…)




Gladius Dei


“Su un’aspra via, per una notte oscura, - chissà il destin dove ci porterà… - Guida ancor la tua gente alla vittoria, - principe Csaba, sul sentier celeste!” (1). Sono i primi versi del Székely Himnusz (Inno székely), che viene cantato ancor oggi da una popolazione di 350.000-400.000 anime insediata sui Carpazi orientali. Il principe Csaba invocato nell’Inno è il figlio che Attila avrebbe avuto da una figlia dell’imperatore Onorio. Secondo una leggenda, prima di “andare a cercare nuovi alleati nelle terre degli antenati, in Asia, e ritemprare la spada di Dio nelle onde del vasto Oceano” (2), Csaba lasciò a guardia della Transilvania una parte del suo popolo, i Székely (it. Siculi o Secleri; Zaculi e Ciculi nei documenti latini) (3), i quali si sono tramandati l’attesa di un suo futuro ritorno, sicché Csaba costituisce una manifestazione dell’archetipo del Dux rediturus, al pari di altri personaggi: Artù, Carlo Magno, Federico I e Federico II Hohenstaufen, Muhammad al-Mahdi…
La spada di Dio, alla quale Csaba doveva restituire vigore perché si era macchiata del sangue di suo fratello Aladár (figlio di Ildikó, la Chriemhilt nibelungica), è quel medesimo gladius che gli Sciti e gli Alani ritenevano sacro a una loro divinità guerriera (4). Il retore bizantino Prisco di Panion, citato da Giordane, racconta come il gladius Martis pervenne in possesso di Attila:
“Un mandriano, osservando che una giovenca della sua mandria zoppicava e non trovando la causa di così grave ferita, segue attentamente le tracce di sangue. Finalmente arriva a una spada, che la giovenca, pascolando l’erba, aveva incautamente calpestata; la estrae dal suolo e la porta subito ad Attila. Questi si compiace del dono e, nella sua grandezza d’animo, ritiene di essere destinato a diventare il signore del mondo intero e che attraverso la spada di Marte sia concesso a lui di avere in mano le sorti delle guerre” (5).
Attila infatti “si credeva spinto, guidato da forze superiori; e forse ciò era esatto” (6). Fatto sta che sotto la guida di Attila si estese ulteriormente, fino al Danubio ed al Reno, quell’area che già nel secolo precedente era stata investita dalla fiumana unna; numerosi popoli, dopo gli Alani, gli Ostrogoti, i Mordvini, i Ceremissi e altri gruppi appartenenti a ceppi diversi, si erano aggregati a quel grande complesso plurietnico di cui gli Unni costituivano il perno centrale: Sarmati, Neuri, Gepidi, Daci, Sciri, Longobardi, Eruli, Rugi, Marcomanni, Turingi, Alamanni ecc. Con Attila, gli Unni e i loro alleati resero tributario l’Impero Romano d’Oriente e investirono la Gallia penetrandovi fino ad Orléans. Fermati ai Campi Catalaunici da una coalizione romano-barbarica, si rivolsero verso l’Italia, dove, distrutta Aquileia, saccheggiarono Milano e Pavia. Quindi si ritirarono nella Pannonia, dove era il centro del loro impero. Dopo la morte di Attila, avvenuta nel 453, gli Unni scomparvero dalla scena della storia.
La spada dell’Ares scitico era stata dunque l’esca di un inganno celeste? Tale è la convinzione di Georges Dumézil: “la scoperta del gladius Martis, la spada sacra, - egli scrive – si rivela in fin dei conti come una trappola che, dando ad Attila un sovrappiù di assicurazione, l’ha condotto gradualmente a due grandi disfatte, seguite poco dopo da una morte ingloriosa” (7). La tesi di Dumézil si basa sul fatto che il racconto di Prisco presenta una stretta analogia con una storia appartenente all’epopea dei Narti, dove l’eroe Batradz (successore folclorico del dio scitico della guerra) spesso interviene a ingannare e punire i nemici del suo popolo (8).
Se fosse vero che il gladius Martis rappresentò per Attila lo strumento di un inganno, ha argomentato Jean-Paul Roux, dovrebbe esser lecito dedurne che la spada non era per gli Unni un oggetto cultuale. E invece le cose stanno in modo alquanto diverso, poiché la spada “svolge un ruolo ben attestato dai documenti che vanno dall’XI al XV secolo” (9). Inoltre, prosegue Roux, “la dimostrazione di Dumézil non apporta una soluzione del tutto soddisfacente, perché il racconto di Prisco pone in luce due altri temi che appartengono al fondo delle credenze altaiche e sono tanto più significativi in quanto vengono presentati in maniera puramente accessoria: il tema dell’animale guida e quello della sovranità universale” (10).
Per non allontanarci dall’argomento del gladius, ricorderemo che René Guénon, trattando della “Spada dell’Islam” ed estendendo le sue considerazioni al simbolismo universalmente rivestito da quest’arma, ha mostrato da parte sua “quanto siano lontani dalla verità coloro i quali pretendono di attribuire alla spada solo un senso ‘materiale’” (11). Simbolo dell’Axis mundi, immagine di ciò che la tradizione estremo-orientale chiama “Invariabile Mezzo”, la spada non esaurisce certo il suo significato in un “emblema fallico ed assiale del coraggio” (12) e delle altre virtù richieste dalle attività guerriere, né si riduce ad essere semplicemente lo strumento con cui la guerra (beninteso la “guerra santa”) tende a ristabilire l’armonia e l’unità, bensì rappresenta lo scopo stesso dell’azione guerriera, ossia la realizzazione di quell’equilibrio perfetto in cui tutte le opposizioni si conciliano e si annullano.
Da un punto di vista più profondo, il gladius Martis è dunque un vero e proprio gladius Dei. Ed è proprio a questa dimensione divina del potere di Attila, depositario della spada di Dio (13), che si riferisce, lungi dall’apparenza di una banale “storia commovente” (14), l’episodio rievocato da Giovanni di Salisbury (15): al Re degli Unni, che bussò alle porte della sua città presentandosi come “Flagellum Dei”, il vescovo Lupo lo invitò ad entrare chiamandolo “Servus Dei” e salutandolo con la formula “Benedictus qui venit in nomine Domini”. Il santo vescovo, spiega Ernst Kantorowicz, “aveva venerato, persino in Attila, la divina Maestà” (16); in altre parole, aveva riconosciuto nella regalità di Attila quella potestas che, secondo il dettato paolino, non proviene se non da Dio; e nella potenza degli Unni aveva visto una vera e propria cratofania divina. D’altra parte, quale altro saluto poteva convenire meglio al re di un popolo che, durante la sua permanenza in Asia, aveva applicato ai propri sovrani il titolo cinese di “Figlio del Cielo”?


Flumen Dei, Aquila Dei

Secondo una genealogia attestata nelle Cronache ungheresi del Medioevo, la stirpe di Attila sarebbe riconducibile a un figlio di Jafet, Tana, il mitico primo re degli Sciti che diede il nome al Tanai (cioè il Don) e alla città omonima situata vicino alla foce di quel medesimo fiume.
Quanto al nome Attila, “che sia stato soprannome encomiastico o invece nome proprio” (17), generalmente lo si ritiene un nome gotico, anzi, un diminutivo del gotico atta (“padre”, cfr. lat. atta, gr. atta, itt. attas, ma anche l’ant. turco ata); Atli, Etla, Etele, Etzel (da cui l’italiano Ezzelino) ne sarebbero le varianti. Insomma, “l’epiteto di ‘piccolo padre’ esprimeva la fiducia che era riposta in lui” (18) da parte degli Ostrogoti. C’è però una significativa coincidenza. La variante Etele, ricollegandosi ad una parola analoga a quelle che nelle lingue tatare significano “acqua”, ha un rapporto coi fiumi: furono infatti chiamati Etel sia il Volga (e sul delta del Volga la città di Astrakhan) sia lo stesso Don. Ancora nel 1236, nella lettera di fra Riccardo che descrive al papa Gregorio IX il viaggio di fra Giuliano nella Magna Hungaria, il Volga viene chiamato “flumen magnum Ethyl”. Ad Attila venne dunque riferito il simbolo del fiume, immagine di potenza dilagante. Parimenti i sei figli di Kabul Khan furon detti “torrenti” e “cascate” (19), così come un mitico antenato dei Mongoli era stato chiamato “Fiume” (20). Ernst Jünger ha equiparato alle inondazioni “le irruzioni degli Unni, le tempestose calate dei Tartari e dei Mongoli” (21), ma un simbolismo analogo è stato riferito anche ai Persiani: Astiage, il nonno di Ciro, sognò che sua figlia Mandane “orinava così abbondantemente da riempire non solo la città, ma da inondare anche tutta l’Asia” (22). E un anonimo cronista ungherese, Magister P., racconta che la nascita di Álmos (= “uomo del sogno”), il padre di Árpád, fu preceduta da un sogno premonitore fatto dalla madre, Emese: “Álmos fu chiamato così da un fatto divino, poiché a sua madre, quando era incinta, apparve nel sogno una figura divina in forma di astore (23) che quasi venne ad ingravidarla; e le annunciò che dal suo utero sarebbe uscito un torrente e dai suoi lombi si sarebbero propagati re gloriosi, ma non si sarebbero moltiplicati nella loro terra; siccome in ungherese sogno si dice almu, egli fu chiamato Álmos” (24).
L’astore di cui parla il cronista era già presente sulle insegne di Attila: “Anche sulle sue insegne militari, sia sullo scudo sia sul vessillo, portava una figura di uccello dipinta a mo’ di astore con una corona sulla testa” (25). Secondo il Chronicum Hungaricum redatto da Simone de Kéza nel biennio 1282-’83 sulla base di una “cronaca unna”, l’astore delle insegne di Attila altro non era che il mitico Turul; così pure secondo la Cronaca di Thuróczy: “Anche il drappo del re Ethela (= Attila), che questi era solito portare sul proprio scudo, recava una figura di quell’uccello che in ungherese è detto Turul, con una corona sulla testa” (26). Il Turul, che i lessici ungheresi definiscono come “una specie di aquila o di falcone” (27) o semplicemente come un’”aquila favolosa” (28), era probabilmente uno degli uccelli totemici degli Unni.
L’aquila, è stato notato, “acquista particolare importanza come animale totemico e simbolico” (29) in stretta concomitanza con l’incremento del potere di Attila. Il motivo dell’aquila è frequente: “ricorre sia nelle tombe maschili sia in quelle femminili del ceto dominante della società unna. In generale si tratta della sola testa del rapace, come pars pro toto, ma eccezionalmente se ne ha pure l’immagine intera” (30). Probabilmente per gli Unni, come per altri popoli (ad esempio i Greci), l’aquila era simbolo del Supremo: “L’esclusività dell’impiego dell’aquila come motivo figurato nel materiale di scavo del periodo di Attila, è l’accenno più forte all’esistenza di un mondo rappresentativo, in cui il regale uccello simboleggiava la divinità suprema creatrice dell’universo” (31). Ancor più significativa è la frequenza di questo simbolo, se si considera che “le rappresentazioni di animali sono eccezionalmente scarse fra gli Unni europei” (32).
L’immagine dell’aquila venne pure riferita al nome di Attila, mediante un procedimento etimologico linguisticamente infondato ma simbolicamente congruo: un cronista infatti definisce il sovrano unno come “il re che, quanto a nome personale, si chiamava Aquila” (33) e spiega su tale base il nome di Aquileia, che, dice, “prese il nome da Aquila, re degli Ungari (sic)” (34).
Ma Attila è un’aquila anche per l’epica nordica: nel sogno di Kostbera, la fylgja di Attila riveste la forma di un’aquila che vola per la casa e schizza sangue tutt’intorno (35).


Poimèn laôn

Uno dei tre carmi eddici di Helgi, la Helgakvidha Hiorvarzsonar (Carme di Helgi figlio di Hiorvardh, VI sec.? VII sec.?), ci presenta un Attila che ascolta il cinguettio di un uccello del bosco, ne capisce il significato e dialoga con lui (36). Il re unno ci appare così dotato della medesima facoltà che il Fáfnismál attribuisce a Sigurdh, il quale comprende il linguaggio delle cinciallegre nel momento in cui si tocca la lingua col dito bagnato del sangue di Fafnir (37); è lo stesso potere che la Rígsthula attribuisce al figlio più giovane di Iarl, il quale intende l’esortazione al combattimento rivoltagli da una cornacchia (38). Come è noto, la comprensione del linguaggio degli uccelli (ossia degli dèi o degli angeli) rappresenta la comunicazione con gli stati superiori dell’essere, sicché l’Attila eddico viene a trovarsi sullo stesso piano di eroi, veggenti e profeti quali Cadmo, Tiresia, o il coranico Sulaymân (39).
Non è dunque un’esagerazione scrivere che “la leggenda germanica ha conferito ad Attila una posizione delle più onorevoli. La sua immagine non sarebbe diversa, se i Germani lo avessero considerato uno dei loro. (…) Attila diventa Etzel, pastore dei popoli germanici e padre degli eroi” (40). Alla caratteristica sacrale del potere di Attila se ne accompagna infatti, nella tradizione germanica, un’altra che potremmo chiamare “imperiale” e che riceve particolare risalto nel Nibelungenlied. La XXII Avventura di questo poema medio alto tedesco del sec. XIII, che unisce anch’esso elementi storici e motivi mitici, presenta una rassegna delle nazionalità dei vassalli di Attila: vassalli cristiani e pagani, perché “sempre alla sua corte (cosa assai rara) – cristiani e pagani vivevano in accordo” (41). Troviamo così cavalieri provenienti dalla Russia e dalla Grecia, polacchi, valacchi, danesi, “i guerrieri della terra di Kiew – e i selvaggi Pescheneghi (sic)” (42). Quel che è storicamente certo, è che Attila regnò su una vasta confederazione di popoli, tanto che poteva presentarsi con questo titolo: “Attila figlio di Bendeguz, nipote del grande Nemroth, allevato in Engadi, per grazia di Dio re degli Unni, dei Medi, dei Goti, dei Dani (= Daci?), terrore dell’orbe e flagello di Dio” (43). In ogni caso, all’apice della sua potenza si trovò a disporre di un esercito di oltre mezzo milione di uomini. Imperiali erano pure le dimensioni del territorio sottoposto al potere degli Unni, che comprendeva l’Europa centrale e orientale fino al Caucaso: “l’impero unno era smisuratamente grande. Oggi sappiamo con certezza che giungeva sino al Baltico, e certi storici moderni avanzano addirittura l’ipotesi di una sovranità unna sulle Isole Britanniche, per lo meno in forma di assoggettamento e tributi” (44).
Luogo privilegiato del contatto tra Unni e Germani fu l’area europea sudorientale, tra il Danubio, il Tyras (Dnepr) e la Palude Meotide (Mar d’Azov), una regione in cui furono soprattutto gli Ostrogoti (i Greutungi) ad avere i rapporti più stretti col mondo delle steppe. Crollato in quel luogo il regno di Ermanarico, gli Ostrogoti si aggregarono agli Unni, combattendo al loro fianco almeno fino alla battaglia dei Campi Catalaunici e conservando una posizione di preminenza rispetto agli altri popoli germanici. L’alleanza unno-gotica diventò il fulcro di una più complessa sinergia, alla quale parteciparono tribù alane, slave e ugrofinniche, sicché alla sua morte Attila poté essere celebrato come colui “che, con un potere prima di lui sconosciuto, possedette da solo i regni scitici e germanici” (45). Sono parole del canto funebre intonato dagli Unni in suo onore, dal quale risulta evidente che “Attila progettava di darsi un impero il cui nucleo doveva comprendere la totalità dei popoli unnici e germanici (…) Dinanzi al duplice regno unno-germanico del nord, l’impero romano d’Oriente e d’Occidente costituiva, a sud, un dirimpettaio dipendente e tributario” (46).
Per quanto riguarda questo grande complesso ario-turanico che fu l’impero di Attila, vogliamo qui accennare ad alcune diverse valutazioni che ne sono state date. Per gli storici ungheresi, la compagine formatasi intorno agli Unni “racchiudeva in sé tutti gli elementi etnici dell’Europa orientale e, col suo regnante più potente, Attila (434-453), conquistò un potere tale da essere confrontato soltanto a quello dell’Impero Romano” (47). Non molto diverso il punto di vista degli studiosi sovietici, i quali hanno stabilito un parallelo tra Agamennone ed Attila (in quanto ciascuno di questi due sovrani fu un “pastore di popoli” diversi, riuniti sotto il suo comando) e hanno rivalutato gli Unni annoverandoli, almeno sotto l’aspetto territoriale, tra gli antenati dei popoli dell’URSS. Già lo slavofilo Aleksej Chomjakov (1804-1860), formulando le sue ipotesi un po’ fantasiose circa la funzione avuta dagli Slavi nella storia universale, aveva scritto: “gli Unni erano in definitiva dei Cosacchi della Slavia orientale, e Attila, cacciando gli aggressori tedeschi, rese possibile la nascita della Polonia, della Russia e degli altri stati storici slavi” (48). Rigorosamente scientifica è invece la base su cui gli Unni vengono rivalutati da Lev Gumilëv (1912-1992), il quale mostra come sia “ingiustificata, parziale, cieca dinanzi alla grandiosità di eventi politici e culturali che hanno segnato in maniera decisiva la storia universale” (49) una visione storiografica che riduce a pura e semplice barbarie distruttiva gli imperi di Attila, di Gengis Khan e Tamerlano. Sulle tracce di Gumilëv, uno dei più noti esponenti dell’eurasiatismo russo, Aleksandr Dugin (1961- ), vede nell’alleanza degli Unni coi Goti un fatto storico esemplare, dal quale ci viene oggi suggerita l’idea di un asse russo-tedesco che dia vita ad un blocco eurasiatico contro la talassocrazia atlantica. D’altronde, osserva Dugin, “durante la seconda guerra mondiale gli Inglesi spregiativamente chiamavano i Tedeschi ‘Unni’” (50).
In ogni caso sono stati proprio i popoli germanici a subire, più di altri, “il magico fascino della sala di Attila” (51), scriveva Ernst Jünger nel Natale del 1943, lo stesso anno in cui un ex membro del George-Kreis, Franz Altheim (1898-1976), aveva inaugurato la sua carriera di unnologo con due volumi “patrocinati dall’Ahnenerbe di Himmler” (52) e dedicati alla crisi del mondo antico (53). Altheim, che aveva richiamato l’attenzione del Reichsführer con le sue ricerche sulle rune e sui graffiti, continuò ad occuparsi delle rune unniche, di Attila, dei Goti e dei Finni (54).
Nonostante Altheim e nonostante Gumilëv, sembra che in Italia debba valere per l’eternità la sentenza di Pasquale Villari (1826-1917): “essendo nomadi, pagani, e poligami, la loro vittoria sarebbe stata un trionfo della barbarie orientale, delle popolazioni turaniche e tartare sulle ariane” (55).
A parte il fatto che, come si è visto, l’impero di Attila fu una sorta di confederazione di popoli ariani e turanici, il luogo comune della “barbarie orientale” rivela la sua scarsa consistenza se viene confrontato coi dati relativi all’assimilazione, da parte degli Unni, di elementi culturali iranici e greco-romani. Iranici, perché, “durante la loro migrazione verso occidente gli Unni hanno ricevuto non pochi imprestiti dalla civiltà iranica” (56): sono evidenti le “esperienze maturate in ambito sassanide e mutuate dagli Unni, forse dallo stesso Attila, per i rapporti che legavano gli Unni all’Iran sassanide, attraverso l’intermediazione degli Alani” (57). Greco-romani, in quanto molti guerrieri unni, combattendo al fianco delle legioni dell’Impero, avevano appreso qualcosa della disciplina romana. E all’aiuto di funzionari greci e romani aveva fatto ricorso Attila, per rendere più ordinata la sua amministrazione. Un nome per tutti: Oreste, duce romano nato in Pannonia, che rimase alle dipendenze del re unno fino alla morte di quest’ultimo. D’altronde, Attila stesso fu insignito dall’imperatore d’Occidente dei titoli di patricius e di magister militum. Si trattò, è vero, di un’astuzia politica che serviva a giustificare e mascherare un umiliante tributo: col pretesto di fornire gli approvvigionamenti alla cavalleria unna, l’Impero Romano d’Occidente versava ad Attila una determinata quantità di oro e di grano. E a tali titoli si sarebbe aggiunto quello di imperator, se, come si pensava nel 449, avesse effettivamente intrapreso e condotto vittoriosamente a termine una campagna contro i Persiani. In ogni caso, il rango riconosciuto ad Attila era più che sufficiente per consentirgli di chiedere la mano di Giusta Grata Onoria, sorella di Valentiniano III, la quale gli avrebbe recato in dote la metà della pars Occidentis.
Il matrimonio non avvenne, ma il destino si compì nel 1453, quando, mille anni esatti dopo la morte di Attila, un sovrano di origini altaiche conquistò la capitale dell’Impero Romano e riunì sotto la sua signoria, ancora una volta, popoli ariani e popoli turanici.



1. “Ki tudja merre, merre visz a végzet, - göröngyös úton, sötét éjjelen… - Vezesd még egyszer győzelemre néped, - Csaba királyfi, csillag ösvényen!”
2. La via degli eserciti, in Miti, fiabe e leggende della Transilvania, a cura di Claudio Mutti, Newton Compton, Roma 1996, p. 22. Nella quattrocentesca Cronaca di Thuróczy, la partenza di Csaba dalla Pannonia viene invece raccontata così: “Chaba cum fratribus suis aetate illo junioribus sibi adherentibus, qui sexaginta fuisse feruntur, necnon quindecim milibus Hunnorum, de ipsa caede residuis, ad Honorium imperatorem avunculum suum in Graeciam fugisse perhibetur. Quem ipse honorifice susceptum licet sui regni participem et Graeciae incolam facere voluerit, ille tamen natalis patraie dulcedine ductus, post tredecim annos quos in Graecia dicitur peregisse, Scythiam moraturus repetivit” (Thuróczy Janos, A magyarok krónikája, cap. De bello post mortem Atilae regis inter filios ejusdem gesto, facsimile dell’edizione Augsburg 1488, Helikon, Budapest 1986, p. non num.).
3. “Remanserunt quoque de Hunis virorum tria milia (…) qui (…) usque Arpad permanserunt, qui se ibi non Hunos, sed Zaculos vocaverunt. Isti enim Zaculi Hunorum sunt residui” (Simon de Keza, Rerum Hungaricarum monumenta Arpadiana, edidit Stephanus Ladislaus Endlicher, Sangalli 1849, p. 100).
4. Gli Sciti, secondo il racconto di Erodoto (IV, 62, 1-2), “sacrificano (…) ad Ares nel modo seguente. In ciascun distretto del regno costruiscono un tempio di Ares di questa specie: vengono accumulate fascine di sarmenti (…) Ogni anno aggiungono al cumulo centocinquanta carri di sarmenti (…) Su ogni catasta viene infitta un’antica scimitarra di ferro, e questo è il simulacro di Ares. A tale scimitarra offrono sacrifici annui di greggi e cavalli; anzi, ad essa sacrificano ancor più che agli altri dèi”. Un analogo culto della spada viene attribuito da Ammiano Marcellino (xxxi, 3, 23) agli Alani, che gli Unni sottomisero verso il 370 d. C.: “gladius barbarico ritu humi figitur nudus, eumque ut Martem, regionum quas circumcolunt praesulem, verecundius colunt”.
5. “Quum pastor quidam gregis unam buculam conspiceret claudicantem, nec causam tanti vulneris inveniret, sollicitus vestigial cruoris insequitur: tandemque venit ad gladium, quem depascens herbas bucula incaute calcaverat, effossumque protinus ad Attilam defert. Quo ille munere gratulatus, ut erat magnanimus, arbitratur se totius mundi principem constitutum, et per Martis gladium potestatem sibi concessam esse bellorum” (Jordanes, Storia dei Goti, xxxv, TEA, Milano 1991, p. 84; la traduzione italiana è mia).
6. Franz Altheim, Attila et les Huns, Payot, Paris 1952, p. 170.
7. Georges Dumézil, Storie degli Sciti, Rizzoli, Milano 1980, pp. 80-81.
8. Per le leggende relative a Batradz, cfr. Il libro degli eroi, a cura di G. Dumézil, Bompiani, Milano 1976.
9. Jean-Paul Roux, La religion des peuples de la steppe, in: AA. VV., C.I.S.A.M. Atti delle settimane di studio, XXXV, Popoli delle steppe : Unni, Avari, Ungari, Spoleto 1989, p. 523.
10. Jean-Paul Roux, ibidem.
11. René Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Milano 1994, p. 169.
12. Claudio Bonvecchio, La spada e la corona. Studi di simbolica politica, Società Editrice Barbarossa, Milano 1999, p. 27.
13. È nota come “spada di Attila” una spada di novanta centimetri che si trova custodita, assieme al fodero rispettivo, fra i tesori imperiali della Schatzkammer di Vienna. Sia l’elsa sia il fodero sono muniti di fornimenti recanti decorazioni a foglie e a sarmenti; nello sguscio centrale della lama si distinguono due draghi stilizzati, intrecciati l’uno all’altro. Si tratta, nel complesso, di un “lavoro di oreficeria di prima classe” (László Gyula, Árpád népe, Helikon, Budapest 1986, p. 85). La “spada di Attila” sarebbe appartenuta al tesoro della Casa di Árpád, finché, nel 1071, la madre del giovane re ungherese Salamon ne fece dono a Ottone di Nordheim, duca di Baviera, come segno di gratitudine perché aveva patrocinato i diritti del fanciullo. Secondo la versione austriaca, la spada della Schatzkammer sarebbe invece uno dei doni inviati da Hârûn al-Rashîd a Carlo Magno; ma le fonti relative ai doni del califfo abbasside all’imperatore non fanno menzione di alcuna spada. Cfr. Giosuè Musca, Carlo Magno ed Harun al Rashid, Dedalo libri, Bari 1963.
14. Ernst H. Kantorowicz, I due corpi del Re, Einaudi, Torino 1989, p. 49.
15. Giovanni di Salisbury, Policraticus, 514b, ed. Webb, Oxford 1909, I, p. 236.
16. Ernst H. Kantorowicz, op. cit., p. 50.
17. Pier Maria Giusteschi Conti, La regina nell’Alto Medioevo, tomo I, Nautilus, Bologna 2000, p. 30.
18. F. Altheim, Attila et les Huns, cit., p. 180.
19. C. D’Ohsson, Histoire des Mongols, Paris 1834, I, p. 31.
20. Joseph von Hammer-Purgstall, Geschichte der Ilschane, Wien 1842, I, p. 13.
21. Ernst Jünger – Carl Schmitt, Il nodo di Gordio. Dialogo su Oriente e Occidente nella storia del mondo, Il Mulino, Bologna 1987, p. 106.
22. Erodoto, I, 107.
23. La voce provenzale austor, come l’italiano astore, designa varie specie di uccelli appartenenti al genere Accipiter, in particolare l’Accipiter gentilis, simile allo sparviero, pure chiamato “falco palombaro” e “falco di torre” e usato nella falconeria.
24. “Ab eventu divino est nominatus Almus, quia matri eius pregnanti per somnium apparuit divina visio in forma austuris, quae veniens eam ingravidavit, et innotuit ei, quod de utero eius egrederetur torrens et de lumbis eius reges gloriosi propagarentur, sed non in sua multiplicarentur terra; quia ergo somnium in lingua ungarica dicitur almu, ideo ipse vocatus est Almus” (De gestis Hungarorum, Vienna 1827, cap. 3).
25. “Suis quoque bellicis insignis tum in scuto tum in vexillo avis imaginem ad modum asturis depictam coronam in capite habentem gestori faciebat” (Thuróczy János, A magyarok krónikája, cap. De electione Atile in regem, ed. cit., p. non num.)
26. “Banerium quoque regis Ethelae quod in proprio scuto gestare consueverat, similitudinem avis habebat, quae Hungarica Turul dicitur, in capitem cum corona” (Scriptores Rerum Hungaricarum, I, p. 152, ed. E. Szentpéteri).
27. Magyar értelmező kéziszótár, Akadémiai Kiadó, Budapest 1972, p. 1414.
28. Koltay-Kastner Jenő, Magyar-olasz szótár, Akadémiai Kiadó, Budapest 1963, p. 1390.
29. Hermann Schreiber, Gli Unni, Garzanti, Milano 1983, pp. 75-76.
30. Joachim Werner, Beiträge zur Archeologie des Attila-Reiches, München 1956, cit. in H. Schreiber, op. cit., p. 75.
31. Joachim Werner, op. cit., ibidem, p. 77.
32. Karl Jettmar, I popoli delle steppe. Nascita e sfondo sociale dello stile animalistico eurasiatico, Il Saggiatore, Milano 1964, p. 220.
33. “Rex, qui Aquila proprio nomine nuncupabatur” (Chronicum Hungaricum Varsoviense, 1, in: Kronika węgiarska na poczatku wieku XII, Varszav 1823).
34. “Ab Aquila rege Hungarorum nomen sumpsit“ (Chronicum Hungaricum Varsoviense, 3, in Kronika..., cit.).
35. Atlamál, 17, 19, cit. in: Mario Pensa, L’uomo del nord, Zanichelli, Bologna 1962, pp. 93 e 418 nota.
36. Helgakvidha Hiorvarzsonar, 15-35, trad. it. in L’Edda. Carmi norreni, a cura di C. A. Mastrelli, Sansoni, Firenze 1982, pp. 121-130.
37. Fáfnismál, 143-150, trad. it in op. cit., pp. 163-171.
38. Rígsthula, 174-190, trad. it. in op. cit., pp. 263-269.
39. Sul “linguaggio degli uccelli”, cfr. Claudio Mutti, Avium voces, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1998, pp. 5-11.
40. F. Altheim, Attila et les Huns, cit., pp. 180-181.
41. I Nibelunghi, a cura di Laura Mancinelli, Einaudi, Torino 1972, strofa1335, p. 184.
42. I Nibelunghi, cit., strofa 1340, p. 185. I “Pescheneghi”, cioè i Peceneghi, non sono affatto, come crede la curatrice dell’edizione italiana, “un popolo difficilmente individuabile, forse inventato” (p. 338). Si tratta invece di un popolo nomade di lingua turca, che nei secc. IX-XII visse nella Russia meridionale e poi in Moldavia; nel sec. XI alcune tribù peceneghe si stanziarono in Ungheria e in Transilvania.
43. “Atila filius Bendeckucz, nepos magni Nemroth, nutritus in Engadi, Dei gratia rex Hunnorum, Medorum, Gothorum, Danorum (= Dacorum?), metus orbis et flagellum Dei” (Thuróczy János, op. cit., cap. De electione Atilae in regem, p. non num.).
44. Hermann Schreiber, op. cit., p. 133.
45. “qui inaudita ante se potentia solus Scythica et Germanica regna possedit” (Jordanes, xlix, ed. cit., p. 120, trad. C.M.).
46. F. Altheim, Attila et les Huns, cit., p. 184.
47. Nicola Asztalos e Alessandro Pethő, Storia dell’Ungheria, Genio, Milano 1937, p. 14.
48. Andrzej Walicki, Una utopia conservatrice. Storia degli slavofili, Einaudi, Torino 1973, p. 213.
49. Aldo Ferrari, La foresta e la steppa. Il mito dell’Eurasia nella cultura russa, Scheiwiller, Milano 2003, p. 259. L’unico libro di Lev Gumilëv tradotto in italiano è Gli Unni. Un impero di nomadi antagonista dell’antica Cina, Einaudi, Torino.
50. Aleksandr Dughin, Continente Russia, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1991, p. 40. L’equazione “Tedeschi=Unni”, ovvero “Unni=Nazisti”, si trova anche in contesti non dichiaratamente propagandistici, come, ad esempio, nelle pagine di uno storico non inglese, ma apparentemente tedesco: “Come millecinquecento anni dopo l’aquila diventò il simbolo delle fantasie di dispotismo universale degli ideologi nazisti, così già i condottieri dei nomadi unni si sentirono da essa attratti chiaramente per i medesimi motivi” (H. Schreiber, op. cit., p. 76). Circa la predilezione degli Unni per l’oro, nella medesima opera leggiamo che essa “sarà superata nella storia solo (…) da quei tristi lemuri in uniforme da SS, che strapperanno i denti d’oro ai cadaveri dei gassati” (p. 81).
51. Ernst Jünger, Irradiazioni. Diario 1941-1945, Guanda, Parma 1993, p. 372.
52. Volker Losemann, I “Dioscuri”: Franz Altheim e Karl Kerényi. Tappe di una amicizia, in: AA. VV., Károly Kerényi: incontro con il divino, a cura di Luciano Arcella, Settimo Sigillo, Roma 1999, p. 18.
53. Franz Altheim, Die Krise der alten Welt, 1 e 3, Ahnenerbe Stiftung Verlag, Berlin 1943.
54. Goten und Finnen, Ranke, Berlin 1944; Hunnische Runen, Niemeyer, Halle an der Saale 1948; Attila und die Hunnen, Verlag für Kunst und Wissenschaft, Baden-Baden 1951; Das Erste Auftreten der Hunnen. Das Alter des Jesaja-Rolle. Neue Urkunden aus Dura-Europos, Verlag für Kunst und Wissenschaft, Baden-Baden 1953; Die Hunnen in Osteuropa, Verlag für Kunst und Wissenschaft, Baden-Baden 1958; Geschichte der Hunnen, 1-2-3-4-5, Niemeyer, Tübingen 1959.
55. Pasquale Villari, Le invasioni barbariche in Italia, Hoepli, Milano 1928 (4° ed.), p. 107.
56. Franz Altheim, Dall’Antichità al Medioevo. Il volto della sera e del mattino, Sansoni, Firenze 1961, p. 75.
57. Silvia Blason Scarel, Gli Unni dal IV al V secolo, in: AA. VV., Attila e gli Unni, “L’Erma” di Bretschneider, Roma 1995, p. 21.

Inserita il 16/09/2013 alle 12:28:19      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico