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Chaos

Una volta constatato che nell'arco storico della tradizione greca, da Omero fino al cosiddetto "monoteismo solare", la dottrina dell'unit divina si trova variamente ma chiaramente attestata (1), possibile porre una nuova questione, che a quella della dottrina dell'unit strettamente collegata: presente, nel pensiero greco, la nozione di un principio supremo al di l dell'unit stessa? In altre parole: esistita presso i Greci la concezione secondo cui l'unit dell'essere, che trascende ogni apparente molteplicit, a sua volta trascesa da un principio non determinato, cos come secondo la dottrina taoista lo yu (l'essere) proviene dal wu, termine che non equivale ad un negativo "non essere", bens ad un vuoto che pienezza perfetta ed assoluta?
E' questo principio non determinato che Anassimandro, "il primo metafisico" (2), ha voluto indicare sostantivando il neutro dell'aggettivo aperon, -on? A quanto risulta da una testimonianza di Teofrasto, Anassimandro "ha detto che principio ed elemento (archn te ka stoicheon) degli enti l'infinito (t peiron), introducendo per primo questo nome di 'principio'; e dice che questo non n l'acqua n alcun altro dei cosiddetti elementi, ma una certa natura infinita (tin phsin peiron), altra da essi, dalla quale nascono tutti i cieli e i mondi che in essi sono" (3).
Sotto il profilo etimologico, peiron pu essere messo in relazione con pras, "limite", per cui si applica a ci che "privo di limiti"; anche facendolo derivare dalla radice verbale *per (pero, pero ecc.), si ha il significato di "non attraversabile, inesauribile", sicch, in ogni caso, l'peiron l'"infinito".
Non risulta strano perci che l'peiron anassimandreo sia stato accostato al chos della Teogonia di Esiodo (4). Secondo la teologia esiodea "invero primamente fu il Caos" ("toi mn prtista Chos ghnet'") (5), da cui nacquero successivamente Gea, il Tartaro, Eros, l'Erebo, la Notte e da loro, a mano a mano, tutte le generazioni degli di. Con Esiodo, informa Platone, "concorda anche Acusilao, dicendo che questi due, Gea ed Eros, nacquero dopo il Caos" (6). Lo stesso concetto ricorre in Aristofane: "In principio era il Caos e la Notte e il nero Erebo e il vasto Tartaro" ("Chos n ka Nx Erebs te mlan prton ka Trtaros eurs") (7). Nel libro XIV della Metafisica aristotelica leggiamo che secondo gli antichi teologi "regnano e governano (basileein ka rchein) non gli di primordiali (tos prtous), come la Notte e il Cielo o il Caos o l'Oceano, bens Zeus" (8).
Usato da questi autori per designare il principio non formale degli di e di tutto ci che esiste, il sostantivo neutro chos acquista il significato estensivo di "spazio vuoto, distesa dell'aria" (9), come ad esempio in Bacchilide: "en atrtoi chei" (10) e in Aristofane: "t chos tout" (11), "diaptei - di ts pleos ts allotras ka to chous?" (12).
Da questa accezione si passa a quella di "abisso sotterraneo, tenebra" (13), come nell'Assioco platonico, dove chos indica il tenebroso ventre della terra: "ep'rebos ka chos di Tartrou" (14); il vocabolo ha lo stesso significato nell'Antologia Palatina, dove Cerbero "il cane del Caos" (15). Si ha cos, per estensione, l'"ouranthen mlan chos" di Apollonio Rodio (16), reso da F. Vian con "noire bance mane du ciel" (17).
Erebo e Caos sono evocati congiuntamente anche da Virgilio e da Ovidio: "Erebumque Chaosque" (18), "Ereboque Chaoque" (19). Tuttavia Ovidio, il quale chiama Chaos l'immenso regno d'abisso attraversato da Orfeo (20), restituisce al termine il significato che ad esso compete nel contesto della teogonia:

Ante mare et terras et, quod tegit omnia, caelum,
unus erat toto naturae vultus in orbe,
quem dixere Chaos, rudis indigestaque moles
nec quicquam nisi pondus iners congestaque eodem
non bene junctarum discordia semina rerum. (21)

Massa informe e confusa, peso inerte, mucchio di semi scombinati: il "chaos antiquum" in cui ritornerebbe l'universo qualora si confondessero mare, terra e cielo (22). la materia informe, oscura e confusa ("aphans ka kechymne amorfa"), che un Eros generato dal Principio ("he protospros arch"), dopo averne estratto il tutto ("t pn") come da un sepolcro, costringe a rifugiarsi nei recessi del Tartaro (23).
Mentre questo valore "principiale" di chos recuperato dai Pitagorici, i quali ne fanno un simbolo dell'unit (24), lo stoicismo antico fa derivare chos da cho, "versare, fare scorrere", e gli attribuisce il significato di "acqua": "Nam Zenon Citieus sic interpretatur, aquam chos appellatum ap to chesthai" (25). Stesso significato nel breve scritto plutarcheo Aquane an ignis sit utilior (26).
Pi interessante appare l'etimologia di tipo varroniano che pone Chaos in relazione con Hianus (Ianus), nome del dio primordiale nella religione romano-italica: "Me Chaos antiqui - nam sum res prisca - vocabant" (27). Questa sorta di nirukta latino, oltre a restituire al nome Chaos il significato di divina realt principiale (res prisca), liberandolo dalle seriori accezioni di significato infero, rivela l'essenziale rapporto del Principio col "vuoto", essendo Giano il dio delle aperture. Infatti, se Ianus rinvia a ianua, la forma Hianus contiene la radice di hio e hi(a)sco, "aprirsi", che la stessa di chos. la medesima radice indoeuropea che in greco ha prodotto i verbi chsko e chino, "aprirsi, spalancarsi"; in sanscrito (vi)haya- "campo aperto"; in norreno gina; in alto tedesco gien, ginen; in lituano zhiju, "apro"; in serbocroato zjam, "apro la bocca"; in romeno a căsca, "aprire la bocca".
Nonostante la variet lessicale prodotta dalla medesima radice e nonostante gli slittamenti semantici subiti dallo stesso vocabolo chos, il significato originario di questo termine "indica l'apertura sconfinata, lo spalancamento senza limiti in cui emerge e si mantiene ogni cosa. Giacch vero che nella Teogonia di Esiodo resta accentuato il movimento dell'emersione delle cose dal chos, ma anche vero che Aristotele ricorda che, secondo l'antica tradizione mitica, perichei t theon tn hlen phsin (Metaph., 1074b3), il divino avvolge l'intero, e poich il chos, come generatore degli di per eccellenza il divino, ne viene appunto che le cose non emergono da esso come da un ormai passato che si lascino alle spalle per entrare in una dimensione nuova, bens emergono in esso, e in esso, onniavvolgente, si mantengono" (28).
Alla medesima radice di chos riconducibile in sanscrito il sostantivo neutro kha, che riveste i seguenti significati: "cavit, buco, caverna, organo di senso, cielo, Brahma" (29); e ancora: "spazio, spazialit interna; il 'cielo' della pura coscienzialit, non condizionata dalle contingenze" (30). Nel Rg Veda, ad esempio, il termine kha designa "il buco del mozzo attraverso cui passa l'asse di una ruota" (31); secondo Ananda Coomaraswamy "il kha vedico (...) in origine era il chasma ('apertura', n.d.r.) rappresentato dalla Porta del Sole e dalla Porta del Mondo" (32).
Nelle Upanishad viene chiamato kha lo spazio etereo primordiale che si identifica col brahman: "kham brahma, kham purnam, vyuram kham" (33). Ma il brahman non soltanto il vuoto, esso anche il pieno (prna): "prnam adah, prnam idam, prnt prnam udacyate..." (34). Infatti l'opposizione tra il vuoto e il pieno " meramente apparente, in quanto nel 'vuoto' di determinazioni e qualificazioni v' infinita 'pienezza' di possibilit. Shnya (altra parola per indicare il vuoto, n.d.r.) non dunque un 'nulla' n esprime un carattere negativo o di annichilimento" (35).
detto shnya anche il segno matematico indiano dello zero, che, identificato con l'aksha ("spazio", "etere"), "venne in origine concepito come simbolo del brahman e del nirvnam" (36). Lo zero viene dunque designato sia con le parole corrispondenti a "vuoto" (kha, shnya) sia con quella corrispondente a "pieno" (prna); e questo perch "tutti i numeri sono virtualmente o potenzialmente presenti in ci che senza numero" (37), secondo quanto osserva Coomaraswamy. Il quale prosegue argomentando cos: "Se si esprime questa idea con l'uguaglianza 0 = x - x, risulta evidente che lo zero per il numero quello che la possibilit per l'attualizzazione. L'impiego del termine ananta ("senza fine", n.d.r.) col medesimo riferimento implica l'identificazione dello zero con l'infinito, sicch l'inizio di ogni serie si identifica con la sua fine" (38).
Lo zero matematico, dunque, segno di possibilit infinita, cosicch esso ci rinvia immediatamente a quello Zero metafisico di cui Ren Gunon scrive: "lo Zero metafisico, che il Non-Essere, non lo zero di quantit pi di quanto l'Unit metafisica, che l'Essere, non l'unit aritmetica; quel che cos designato da questi termini non pu esserlo che per trasposizione analogica, poich, per il fatto che ci si pone nell'Universale, si evidentemente al di l di ogni dominio speciale come quello della quantit" (39). Gunon sviluppa ulteriormente il concetto dell'analogia tra zero matematico e Zero metafisico, affermando che quest'ultimo principio dell'Unit e che il Non-Essere principio dell'Essere. "Come il Non-Essere, o il non-manifestato, - egli scrive - comprende ed ingloba l'Essere, principio della manifestazione, cos il silenzio comporta in s il principio della parola; in altri termini, come l'Unit (l'Essere) non altro che lo Zero metafisico (il Non-Essere) affermato, la parola non altro che il silenzio espresso; ma inversamente, lo Zero metafisico, pur essendo l'Unit non affermata, anche qualcosa di pi (e diremo meglio, qualcosa di infinitamente pi)" (40).
Come noto, l'ideogramma numerico corrispondente allo zero si presenta storicamente in due varianti, quella circolare e quella puntiforme; se nel primo caso esso rappresenta l'immagine dello spazio vuoto, nel secondo abbiamo invece un vero e proprio simbolo principiale ed assiale. Infatti il punto, l'unica figura priva di dimensioni, il nihil che costituisce l'arch del tutto e su cui il tutto impernia la propria esistenza, come risulta particolarmente evidente se consideriamo la funzione di "motore immobile" (akneton kinon) svolta dal punto al centro dello svastika.
Altrettanto evidente il valore principiale connesso al simbolo del punto - immagine dell'arch in cui "era il Logos" - se consideriamo che secondo un celebre detto dell'Imam Al il Verbo divino contenuto nel puntino diacritico della b', la lettera araba con la quale comincia il primo versetto (la basmalah) della prima sura coranica (la Ftihah): "Sappi - dice l'Imam - che tutti i segreti dei Libri celesti sono nel Corano; e tutto ci che nel Corano nella Ftihah; e tutto ci che nella Fatiha nella basmalah; e tutto ci che nella basmalah nella b'; e tutto ci che nella b' nel punto; e io sono il punto sotto la b'" (41).






1. Cfr. C. Mutti, La dottrina dellunit divina nella tradizione ellenica (http://www.claudiomutti.com/index.php?url=6&imag=1&id_news=204).
2. G. B. Burch, Anaximander the first Metaphysician, in "Review of Metaphysics", III, 1949-1950, pp. 137-160.
3. Theophr., Fragm. 12 A 9 D.-K.
4. F. Solmsen, Chaos and Apeiron, in "Studi Italiani di Filologia Classica", XXIV, 1950, pp. 235-248.
5. Hes., Theog. 116.
6. Plat., Symp. 178b.
7. Aristoph., Aves 693.
8. Aristot., Metaph. XIV, 4, 1091b6.
9. F. Montanari, Vocabolario della lingua greca, Torino 2004, s. v.
10. Bacchil., Epin. 5.27.
11. Aristoph., Nubes 424.
12. Aristoph., Aves 1218.
13. F. Montanari, ibidem.
14. Plat., Axioch. 371.
15. Anth. Pal. 16, 91.
16. Apoll. Rh., Argon. IV, 1697.
17. Apollonios de Rhodes, Argonauthiques, tome III, Paris 1981, p. 142.
18. Verg., Aen. IV, 510.
19. Ov., Metam. XIV, 404.
20. Ov., Metam. X, 30.
21. Ov., Metam. I, 5-9.
22. Ov., Metam. II, 299.
23. Luc., Erotes, 32.
24. Ps. Iambl., Theolog. arithm., 6.
25. Zen. Cit., Stoic. Vet. Fragm., I, p. 29.
26. Plut., Aquane an ignis sit utilior, 955.
27. Ov., Fasti, I, 103.
28. E. Severino, Essenza del nichilismo, Milano 1982, pp. 393-394.
29. Dizionario sanscrito-italiano, Milano 1993.
30. Asram Vidya, Glossario sanscrito, Roma 1988.
31. M. Williams, cit. in: A. K.Coomaraswamy, Kha and other words denoting "Zero" in Connection with the Indian metaphysics of space, "Oriens", vol.VII, 7-9, Summer 2010, p. 1.
32. A. K. Coomaraswamy, Il grande brivido. Saggi di simbolica e arte, Milano 1987, p. 488.
33. Brihad. Up., V, 1.
34. Brihad. Up., ibidem; cfr. Ath. Veda, X, 8, 29.
35. Asram Vidya, Glossario sanscrito, cit.
36. B. Heimann, Facets of Indian Thought, London 1964, p. 24.
37. A. K.Coomaraswamy, Kha and other words denoting "Zero", cit., p. 1.
38. A. K.Coomaraswamy, Kha and other words denoting "Zero", ibidem.
39. R. Gunon, La metafisica del numero. Principi del calcolo infinitesimale, Carmagnola 1990, pp. 86-87.
40. R. Gunon, Gli stati molteplici dell'essere, Torino 1965, p. 41.
41. Al-Qandz al-Hanaf, Kitbu yanb'i 'l-mawadda, p. 79.


Inserita il 28/03/2013 alle 11:44:07      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico