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Il mito è la parola dell'eterno


Alla fine della "delucidazione" premessa al testo di "Ifigenia" (trad. di C. Mutti, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 2010), Mircea Eliade ci rimanda al "Timeo" di Platone. In quest'opera leggiamo che Zeus fece il mondo secondo un archetipo vivente ed eterno; ma, non essendo possibile adattare ciò che è eterno a ciò che è generato, pensò di produrre un'immagine dell'Eternità (aiòn). Questa immagine dell'Eternità è il Tempo (chrònos), una durata, misurabile in anni, mesi, giorni, ore e determinabile come passato, presente e futuro. Sul rapporto tra aiòn e chrònos ritorna Aristotele, il quale nel "De caelo" identifica aiòn con il divino.
Ponendosi sulla scia del pensiero greco, Eliade afferma che il mito, in quanto storia esemplarmente vera, “non ha nulla a che fare con Chrònos, col 'Tempo'. Il mito appartiene ad Aiòn, cioè al grande tempo, al Tempo archetipico, all'Eternità”. In altre parole, l'evento mitico ha luogo in quell'eterno ed immoto presente in cui confluiscono il passato e il futuro, determinazioni temporali legate al divenire e quindi incompatibili con l'essenza del mito. Il mito infatti, dice ancora Eliade, “narra una storia sacra; riferisce un avvenimento che ha avuto luogo nel tempo primordiale, il tempo favoloso delle 'origini'”, quell'illud tempus "acronico" e paradigmatico che nelle civiltà tradizionali viene continuamente rievocato attraverso l'azione rituale.
E che altro era la tragedia greca, se non un rito che, facendo irrompere nel tempo storico gli eventi accaduti in illo tempore, li riattualizzava e li faceva rivivere?
L'episodio mitico del sacrificio della figlia di Agamennone, che Euripide volle riattualizzare nell'ultimo decennio del V sec. a. C. componendo l'Ifigenia in Aulide, è un evento per eccellenza primordiale, perché il sacrificio è un atto creativo, fondatore e salvifico. "Un sacrificio – scrive Eliade - non soltanto riproduce esattamente il sacrificio iniziale rivelato da un dio ab origine, all'inizio dei tempi, ma avviene anche in quel medesimo momento mitico primordiale; in altri termini, ogni sacrificio ripete il sacrificio iniziale e coincide con esso. Tutti i sacrifici sono compiuti nel medesimo istante mitico dell'inizio; per mezzo del paradosso del rito il tempo profano e la durata sono sospesi".
Eliade, che ha affrontato il tema del sacrificio nell'ambito scientifico della storia delle religioni, ha tentato di riattualizzare l'oblazione sacrificale di Ifigenia per mezzo di un'opera tragica composta nel 1939 e rappresentata nel 1941, in un periodo cruciale della vita del suo popolo. Ne è risultata questa Ifigenia, che, se da una parte attinge allo spirito della leggenda romena di Mastro Manole citata da Eliade stesso nella sua "delucidazione", dall'altra esprime una dottrina del sacrificio che troviamo diffusa ben oltre i confini della Romania.
Nei Commenti alla leggenda di Mastro Manole, infatti, Eliade mostra come in tutto il continente eurasiatico sia presente il tema del sacrificio umano eseguito al fine di garantire la stabilità di un edificio. “Il motivo di una costruzione il cui compimento esige un sacrificio umano - ribadisce altrove Eliade - è attestato in Scandinavia e presso i Finni e gli Estoni, presso i Russi e gli Ucraini, presso i Germani, in Francia, in Inghilterra, in Spagna. (…) La scoperta di scheletri nelle fondamenta dei santuari e dei palazzi del Vicino Oriente antico, nell’Italia preistorica, e altrove, pone fuori di ogni dubbio la realtà di tali sacrifici”.
A questa arcaica categoria di riti Eliade assegna anche il sacrificio della figlia di Agamennone, Ifigenia, immolata "perché possa effettuarsi la spedizione contro Troia. Potremmo dire - è questa la tesi di Eliade - che Ifigenia acquisisce un ‘corpo di gloria’ che è la stessa guerra, la stessa vittoria; vive in questa spedizione, proprio come la moglie di Mastro Manole vive nel corpo di pietra e calce del monastero”.
Il tema del sacrificio generatore di vittoria era già chiaramente presente nell’Ifigenia euripidea. “Io – dice la protagonista della tragedia di Euripide – vengo a dare ai Greci una salvezza apportatrice di vittoria. Portatemi via, io sono l’espugnatrice della città di Ilio e dei Frigi”. Non è dunque senza una qualche ragione che François Jouan ha equiparato alla “devotio” dei Romani il sacrificio dell’eroina euripidea. Devotio, come è noto, era nella religione romana quella particolare forma di votum per cui il generale immolava se stesso al fine di conseguire la vittoria nel combattimento. “Forza e vittoria” (vim victoriamque) chiede agli dèi il console Decio Mure, al contempo offerente e vittima sacrificale. Questa concezione dell’autosacrificio che sprigiona forza e produce vittoria riecheggia in Racine, il quale fa dire alla sua Ifigenia: “La sentenza del destino vuole che la vostra felicità sia frutto della mia morte. Pensate, signore, pensate alle mèssi di gloria che la Vittoria offre alle vostre mani valorose. Quel campo glorioso, al quale voi tutti aspirate, se il mio sangue non lo innaffia, è sterile per voi. […] Già Priamo impallidisce; già Troia in allarme paventa il mio rogo”.
Nelle leggende relative ai rituali di costruzione e nelle creazioni artistiche ispirate dal mito di Ifigenia circola dunque la medesima idea: quella che un grande folclorista siciliano, Giuseppe Cocchiara, ha riassunto in questi termini: “Il padre (nel caso di Ifigenia), o il marito (nei canti popolari), offrendo la figlia o la moglie, offrono se stessi, onde quella sostituzione unisce nell’ambito umano e divino il sacrificante e la vittima”. Lo stesso concetto è presente nelle Scritture indù: “La vittima (pashu) è sostanzialmente (nidânêna) il sacrificante stesso”.

Inserita il 23/06/2012 alle 11:52:15      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico