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Figlie della stessa lupa

Fin dagli esordi del governo di Mussolini, gli obiettivi della politica estera italiana furono due: "assicurarsi la sicurezza nella zona danubiano-balcanica e tendere all'espansione nel Mediterraneo ed in Africa" (1). Ancora nel 1940, il primo di tali obiettivi - che è quello al quale si rapporta il presente studio di Antonio Grego - veniva sinteticamente espresso nei termini seguenti dal geografo bulgaro Dimitri Jaranov, collaboratore della rassegna mensile "Geopolitica", fondata da Giuseppe Bottai e diretta da Giorgio Roletto ed Ernesto Massi: "Mi pare che l'installazione dell'Italia nella Penisola Balcanica sia un fatto geopolitico condizionato dalle relazioni geografiche e etniche, un fatto cioè del tutto naturale" (2).
Furono paesi come la Bulgaria e come l'Ungheria, usciti sconfitti dalla Grande Guerra e sottoposti alle dure condizioni imposte dai vincitori, quelli verso i quali si indirizzò inizialmente l'azione italiana, che doveva affrontare l'influenza esercitata dalla Francia nella regione danubiano-balcanica.
Più arduo risultava invece l'approccio agli altri Stati, soprattutto a quelli che, per garantire le loro acquisizioni territoriali, avevano costituito sotto l'egida occidentale l'alleanza nota come Piccola Intesa (Jugoslavia, Cecoslovacchia, Romania), cui si aggiungerà nel febbraio 1934 l'Intesa Balcanica (Grecia, Jugoslavia, Turchia, Romania). Particolarmente difficili risultavano le relazioni dell'Italia con la Jugoslavia, a causa delle questioni di confine, e con la Cecoslovacchia, lo "Stato salsiccia" alleato della Francia e governato da un'oligarchia massonica.
Appariva più realistico intensificare i rapporti con la Romania; in tal modo, l'Italia avrebbe potuto scalzare l'influenza francese e sarebbe riuscita a scardinare la Piccola Intesa. In tale disegno, pesavano a favore dell'Italia il mito di Roma e il forte senso dell'identità latina diffuso presso il popolo romeno; ma l'Italia poteva giocare soprattutto la carta della ratifica, ancora non avvenuta, del trattato riguardante la Bessarabia, in quanto tale trattato, per entrare in vigore, doveva essere ratificato da uno Stato come l'Italia o come il Giappone.
La Bessarabia (l'odierna Repubblica di Moldavia) era stata occupata dalle truppe di Bucarest nel 1918, ossia in un momento in cui era particolarmente vivo il timore che il bolscevismo potesse dilagare ad ovest del fiume Prut e sovvertire l'ordine politico-sociale del Regno di Romania. Il diritto della Romania sulla Bessarabia, nella quale i Romeni costituivano la maggioranza rispetto ad altre nazionalità (Russi, Ebrei, Turchi ecc.), oltre ad essere sancito da un plebiscito, venne riconosciuto dalle principali potenze alleate (Gran Bretagna, Francia, Italia e Giappone) nel Protocollo di Parigi del 28 settembre 1920. Ratificato da Londra e da Parigi, il trattato, per entrare in vigore, attendeva la ratifica dell'Italia. "Naturale come sia i sovietici sia i rumeni attendessero con ansia le decisioni di Roma. La posizione italiana nel periodo successivo alla fine del conflitto e anche durante i primi anni di governo del fascismo fu ispirata dalla sostanziale volontà di lasciare impregiudicata la situazione, sia per i non ancora ottimali rapporti con la Romania sia soprattutto per non contrastare la propria direttiva politica tendente al riavvicinamento con l'URSS dalla quale ci si attendeva di ottenere un consistente riscontro di carattere economico. Fu così che in occasione dei negoziati per la firma del trattato commerciale concomitante al riconoscimento della Russia sovietica, il governo italiano fornì a quello di Mosca alcuni affidamenti circa il suo intendimento di non procedere alla ratifica del trattato di Parigi" (3).
Le pressioni di Bucarest per un'intesa con l'Italia e per il riconoscimento delle acquisizioni rumene alla frontiera con l'URSS cominciarono ad esser prese in maggiore considerazione dopo l'aprile 1926, data dell'ascesa al potere del generale Alexandru Averescu. Tuttavia il nuovo primo ministro, per quanto fosse amico dell'Italia e favorevole al fascismo, evitò sempre di mettere a rischio la stabilità della Piccola Intesa e le relazioni con la Francia; anzi, Bucarest stipulò con Parigi un trattato che scontentò il governo italiano e lo indusse a declassare a patto di amicizia il progettato trattato d'alleanza italo-romeno. Il documento, firmato il 16 settembre 1926, segnò una prima notevole tappa della penetrazione italiana nella regione danubiana; ma l'obiettivo più ambizioso di Mussolini era quello di legare la Romania all'Italia facendola aderire ad un accordo con l'Ungheria e la Bulgaria e assegnando all'Italia un ruolo arbitrale nelle controversie di Bucarest con questi due paesi. Però, siccome ciò avrebbe comportato da parte romena la disponibilità a fare concessioni territoriali, Averescu si sottrasse garbatamente alle sollecitazioni italiane.
Preso atto dell'impossibilità di disintegrare la Piccola Intesa e abbandonando il disegno del blocco danubiano-balcanico guidato dall'Italia, l'8 marzo 1927 Mussolini sottopose finalmente al proprio esecutivo la ratifica del Trattato di Parigi. La penetrazione italiana nell'area danubiana compiva in tal modo un passo decisivo, che nel mese seguente sarebbe stato rafforzato dal trattato d'amicizia italo-ungherese, sottoscritto da Mussolini e dal conte István Bethlen. Nella strategia mussoliniana, l'Ungheria doveva servire "ad isolare e a mettere in difficoltà la Jugoslavia, a costituire, con l'Austria, un freno al revisionismo tedesco e soprattutto ad esercitare una pressione politica diretta ed indiretta (tramite la Piccola Intesa) sulla Francia" (4).
L'appoggio fornito dall'Italia all'Ungheria, la quale reclamava a gran voce la revisione delle clausole del Trattato del Trianon, non poteva non destare le preoccupazioni romene. Da parte sua, l'Italia non gradiva affatto l'orientamento troppo filofrancese di Nicolae Titulescu, diventato nel 1927 il nuovo titolare della diplomazia di Bucarest. "I rapporti italo-romeni, data l'appartenenza dei due Stati a costellazioni politico-diplomatiche diverse, dopo il 1930 non conoscono l'ampiezza e, soprattutto, la consistenza dei rapporti che avevano caratterizzato il breve periodo del governo del generale Alexandru Averescu, nel 1926-1927. Il desiderio dell'Italia di revisionare le clausole dei trattati di pace, che si manifestava anche nel sostegno dato ad uno dei paesi vicini della Romania, cioè all'Ungheria, non poteva trovare eco favorevole a Bucarest" (5). Nondimeno, tra i due paesi "rimangono come punti di riferimento, fino al 1933, i contatti militari, le commissioni romene di navi in Italia e la presenza di un cospicuo numero di allievi e di ufficiali nelle scuole militari italiane, specialmente navali. Le relazioni commerciali, benché desiderate dai circoli affaristici dei due Stati, sono condizionate dalla presenza dei due paesi in costellazioni politico-diplomatiche diverse" (6).
Dopo il 1933, i rapporti italo-romeni conoscono un vero e proprio deterioramento a causa dell'attività diplomatica svolta da Titulescu per snaturare il Patto a Quattro, che secondo lui mira ad estendere l'egemonia tedesca e ad isolare la Francia, e soprattutto a causa dell'azione svolta dal ministro degli esteri di Bucarest per promuovere l'assedio economico dell'Italia attraverso le Sanzioni. Nell'agosto del 1936, quando in seguito a una crisi governativa Titulescu viene rimpiazzato da Victor Antonescu, la stampa italiana esulta per l'eliminazione di un ostacolo che ha impedito l'amicizia tra i due popoli ed annuncia una svolta filoitaliana nella politica romena. In realtà, la caduta di Titulescu non comporterà affatto una presa di distanza della Romania rispetto alle "democrazie plutocratiche dell'Occidente": anzi, "le cancellerie occidentali troveranno un interlocutore che si mostrerà comprensivo quanto il suo predecessore, ma sarà più incline ad armonizzare la propria azione con la loro, più che ad imporre le proprie iniziative" (7).
Il gabinetto successivo, presieduto dal poeta transilvano Octavian Goga, viene accolto con una certa simpatia da Roma e da Berlino, che però non tardano a rimanere deluse per la sua ostilità nei confronti della Guardia di Ferro. Ma il colpo più grave contro quest'ultima viene vibrato dal governo che nel febbraio 1938 si insedia a Bucarest sotto la presidenza del patriarca ortodosso Miron Cristea: il ministro degli interni, Armand Calinescu, ordisce una macchinazione contro il capo del movimento legionario, Corneliu Codreanu, il quale, accusato di alto tradimento dal governo stesso, viene deferito alla giustizia militare che dopo un processo farsa lo condanna a dieci anni di lavori forzati (8). Nella notte tra il 29 e il 30 novembre 1938, Codreanu e tredici militanti della Guardia di Ferro vengono strangolati per ordine di Carol II e dei suoi consiglieri.
Instaurata una dittatura regale che tenta in maniera maldestra e grottesca di imitare i regimi a partito unico, il monarca, "per assicurare l'Occidente circa le proprie intenzioni" (9), affida gli affari esteri a Grigore Gafencu, il quale, essendo già stato sottosegretario del medesimo dicastero nel governo Vaida del 1932, rappresenta la continuità della politica estera romena. La visita di Gafencu a Roma non ottiene perciò grandi risultati. Mussolini, che egli incontra a Palazzo Venezia, formula progetti "concernenti le sue relazioni con paesi più vicini all'Italia ed ai suoi interessi. Parlava con simpatia dell'Ungheria. Sottolineava con evidente piacere la nuova politica jugoslava. L'Asse, diceva, non è soltanto un legame tra due grandi Potenze, ma tutto un sistema politico chiamato a riorganizzare l'Est europeo. Gli ungheresi lo avevano compreso per primi. La Jugoslavia lo comprendeva a sua volta. Questi due popoli guardavano verso Roma" (10). Ma la Romania, allora? "Il giudizio di Mussolini sugli Stati dell'Est 'che ancora non comprendevano' fu severo. Che significato avevano le garanzie anglo-francesi? (...) gli occidentali si occupavano di ciò che non li riguardava" (11).
Un anno dopo, alle parole seguono i fatti e la Romania raccoglie i frutti amarissimi della linea politica perseguita dai governi che si sono avvicendati alla guida del paese dopo la guerra europea. Infatti il 30 agosto 1940 i ministri degli esteri del Reich e dell'Italia, Joachim von Ribbentrop e Galeazzo Ciano, pronunciano a Vienna una decisione arbitrale che regola le questioni pendenti tra la Romania e l'Ungheria "relativamente al territorio da cedersi all'Ungheria" (12). La Transilvania settentrionale, comprese Oradea, Cluj e la regione dei Székely, viene assegnata a Budapest. "Il territorio ex-rumeno che entrerà così a far parte dell'Ungheria sarà evacuato entro un termine di 15 giorni e consegnato all'Ungheria in debito stato" (13). È la fine della "Grande Romania" nata dalla vittoria della Triplice Intesa.
Ma è anche la fine del regime oligarchico che ha portato il paese alla catastrofe. Il generale Ion Antonescu, che sale al potere in seguito all'insurrezione popolare del 3 settembre 1940, nel mese successivo invia a Roma "in missione" (14) l'ex ministro Mihail Manoilescu, perché proponga la costituzione di una commissione mista italo-tedesca incaricata di svolgere un'indagine sulle violazioni ungheresi degli obblighi derivanti dall'arbitrato di Vienna. In novembre Antonescu viene a Roma lui stesso, accompagnato dal ministro degli esteri Mihail Sturdza; denuncia come sbagliato ed ingiusto l'arbitrato di Vienna, lamenta il trattamento cui sono sottoposti i Romeni nei territori ceduti all'Ungheria, chiede che venga loro accordato uno statuto simile a quello imposto per la minoranza tedesca, fa istanza affinché gli Ungheresi lascino rientrare nella Transilvania del Nord i Romeni espulsi e restituiscano loro i beni confiscati.
In quel momento, il principale obiettivo della politica estera di Bucarest consisteva nel restaurare l'integrità territoriale dello Stato romeno. Perché ciò avvenisse, si dovette però aspettare il 18 gennaio 1945, quando l'esecutivo dell'Italia occupata dagli Angloamericani annullò l'arbitrato di Vienna. "La decisione del governo di Ivanoe Bonomi soddisfece la Romania, ma non bisogna dimenticare che il passo compiuto dal Consiglio dei Ministri deve essere considerato nel contesto dei rapporti che in quel momento legavano l'Italia agli Alleati" (15). In altre parole: la Romania fu premiata dai vincitori per il tradimento compiuto il 23 agosto 1944 dagli uomini di Michele I di Hohenzollern-Sigmaringen, mentre l'Ungheria veniva punita perché aveva resistito fino all'ultimo.






(Prefazione a: Antonio Grego, Figlie della stessa lupa. Storia dei rapporti tra Italia e Romania alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, Fuoco Edizioni, 2009)




1. Renzo De Felice, Mussolini il duce. I. Gli anni del consenso 1929-1936, Einaudi, Torino 1974, p. 347).
2. Dimitri Jaranoff, L'Italia nella Penisola Balcanica, "Geopolitica", a. II, n. 5, 31 maggio 1940, p. 204.
3. Manfredi Martelli, Mussolini e la Russia. Le relazioni italo-sovietiche dal 1922 al 1941, Mursia, Milano 2007, pp. 95-96.
4. Renzo De Felice, Mussolini il duce. I. Gli anni del consenso 1929-1936, cit., p. 359.
5. Valeriu Florin Dobrinescu - Ion Pătroiu - Gheorghe Nicolescu, Relaţii politico-diplomatice româno-italiene (1914-1947), Editura Intact, Craiova 1999, p. 153.
6. Valeriu Florin Dobrinescu - Ion Pătroiu - Gheorghe Nicolescu, op. cit., p. 395.
7. Henri Prost, Destin de la Roumanie, Berger-Levrault, Paris 1954, p. 96.
8. Il processo Codreanu, a cura di Horia Cosmovici, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 1989.
9. Henri Prost, op. cit., p. 125.
10. Grigore Gafencu, Ultimi giorni dell'Europa. Viaggio diplomatico nel 1939, Rizzoli, Milano 1947, p. 132.
11. Grigore Gafencu, Ultimi giorni dell'Europa. Viaggio diplomatico nel 1939, cit., pp. 132-133.
12. Lodo del Belvedere (Vienna, 10 agosto 1940), in: Amedeo Giannini, Le vicende della Rumania (1878-1940), Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Milano 1941, p. 210.
13. Lodo del Belvedere (Vienna, 10 agosto 1940), in: Amedeo Giannini, op. cit., p. 210.
14. Giuliano Caroli, I rapporti italo-romeni nel 1940. La visita di Antonescu a Roma, "Rivista di Studi Politici Internazionali", a. XLV, n. 3, 1978, pp. 373-404.
15. Valeriu Florin Dobrinescu - Ion Pătroiu - Gheorghe Nicolescu, op. cit., p. 381.

Inserita il 15/12/2009 alle 17:15:08      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico