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La "stanza di Montanelli" a Bucarest

Nel luglio 1940 Indro Montanelli è a Bucarest, inviato speciale del “Corriere della Sera”. Alla guida del paese si è appena insediato il governo Gigurtu: ne fanno parte anche tre ministri legionari (tra cui Horia Sima) e un ministro degli Esteri, Manoilescu, che è il teorico romeno del corporativismo e simpatizza per il Movimento legionario. Il nuovo governo, sperando di indurre il Reich a proteggere la Romania dalle mire revisioniste di Ungheresi e Bulgari, cerca di staccarsi dal vecchio sistema di alleanze e di avvicinarsi all’Asse.
Nelle sue corrispondenze da Bucarest, Montanelli esordisce informando i lettori italiani circa i riflessi che il nuovo corso politico ha prodotti nel settore petrolifero: “Il petrolio romeno era in mano di sette società con capitale anglo-franco-belga-olandese (…) dominate da un ebreo tedesco trasformatosi in cittadino britannico, Otto Stern (…) È la fine dell’onnipotenza dello Stern” (25 luglio). E non solo dello Stern: “Uno dopo l’altro, i pezzi grossi della cricca giudaica prendono il largo. Gli dèi del vecchio Olimpo se ne vanno” (3 agosto).
Ma l’allineamento di Bucarest sulle posizioni italo-tedesche è arrivato troppo tardi e con l’arbitrato di Vienna del 30 agosto la Grande Romania deve restituire agli Ungheresi metà della Transilvania. Montanelli, trasferitosi in Ungheria, assiste al tripudio magiaro nella città di Debrecen: nella vicina puszta di Hortobágy, i butteri “benedicono al Duce e al Führer” (31 agosto).
Nei giorni successivi l’inviato speciale del “Corriere della Sera” è a Budapest, da dove spedisce in Italia un paio di articoli; ma così Montanelli si perde il grande evento della rivoluzione legionaria, che esplode in Romania il 3 settembre, costringendo il re Carol II a partire per l’esilio e portando al potere un governo nazional-legionario presieduto dal generale Ion Antonescu.
Tornato a Bucarest, sul “Corriere” dell’11 ottobre Montanelli rievoca la figura di Corneliu Codreanu, a due anni dalla morte. Esordisce così: “Codreanu era alto un metro e novanta, e aveva spalle in proporzione. Il collo, forte alla base, gli si snelliva in alto e l’attaccatura alla testa era gracile e delicata, quasi da fanciulla. Il viso era ovale e puro, sempre serio, con due rughe sottili fra le sopracciglia le quali erano nere e folte”. Il giornalista sottolinea l’ascetismo del Capitano: “Era sobrio fino all’astinenza. Digiunava il martedì e il venerdì fino alle cinque del pomeriggio (…) Non si curava delle donne. E anche per questo, forse, non si curava dei suoi vestiti”. Ne tratteggia il disinteresse e la generosità: “Non aveva nessuna idea del denaro (…) Sua moglie doveva sottrargli di nascosto il denaro, quando ce n’era, per impedirgli di farne dono ai poveri e agli amici, che erano poveri anch’essi”. Generoso anche con gli animali: in carcere, un cane “prendeva dalle mani del Capitano una metà del suo rancio”, regolarmente. L’articolo riesce ad avvicinare il lettore italiano ad una realtà poco familiare e a comunicargli un senso di ammirazione profonda per la ricca umanità di Corneliu Codreanu; ammirazione che lo stesso Montanelli ebbe a confermarci una decina d’anni or sono, allorché in un colloquio telefonico ci volle dichiarare la sua netta contrarietà a una progettata ristampa delle sue corrispondenze dalla Romania.
I titoli di queste corrispondenze sembrano riferirsi ai capitoli di un romanzo d’avventure. Dopo Codreanu e i suoi vendicatori, abbiamo: La casa della favorita, L’ultima avventura del generale Cantacuzène, Nello Spielberg romeno, Le cento evasioni di Horia Sima.
Guidato dai legionari, suoi amici del momento, Montanelli effettua una visita alla casa della Lupescu-Grünberg, trasformata in museo in seguito alla partenza della “favorita”, che aveva seguito in esilio Carol II. Pubblica poi una biografia, condita di gustosi aneddoti, del generale Cantacuzino, figura leggendaria di soldato che aveva aderito al Movimento legionario quando “il caso lo portò in uno di quei campi di lavoro che il Capitano organizzava un po’ per aiutare i contadini poveri, un po’ per riportare i suoi uomini al contatto con la terra” (15 ottobre). Incontra Horia Sima e sintetizza in tre colonne del “Corriere” (22 ottobre) quella storia rocambolesca che quarant’anni più tardi il Comandante narrerà per filo e per segno nel Crollo di un’oligarchia (1).
Sempre in quell’intensissimo mese di ottobre, Montanelli si fa accompagnare nel carcere di Jilava e si fa mostrare a uno a uno, nelle loro celle, i responsabili dell’assassinio di Codreanu. Uno è “piccolo, grassottello, col viso acceso dall’alcole, grosso papavero della massoneria, ricco a milioni”; un altro è “grasso, olivastro, occhi torbidi e strabici, la sua cella profumava come l’alcova di una cocotta”; un altro, “piccolo, grasso, occhi a fior di pelle, pare un gorilla”. E così via, finché il lettore ha davanti a sé una vera e propria galleria del grottesco e dell’orrido. Solo un mese più tardi, i “bonzi di Jilava” saranno giustiziati con un’esecuzione sommaria: esasperati per i ritardi dell’iter giudiziario e sconvolti dal ritrovamento dei cadaveri sfigurati di Codreanu e degli altri tredici strangolati assieme a lui, alcuni legionari faranno irruzione nel carcere e spareranno sui detenuti eccellenti.
L’ultimo articolo, del 23 ottobre, è inviato da Galatzi, una città vicina al confine con la Bessarabia, la regione romena annessa all’URSS qualche mese prima e trasformata in Repubblica Socialista Sovietica Moldavia. Da Galatzi, Montanelli può assistere all’esodo dei Volksdeutsche di Bessarabia, centocinquantamila contadini che raggiungeranno il territorio del Reich navigando sul Danubio.




(1) Horia Sima, Il crollo di un’oligarchia, 2 voll., Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1986-1987.

Inserita il 17/09/2009 alle 11:36:49      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico