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Un blocco militare nella Grecia del V sec. a. C.

Nel 1961, in un periodo in cui i rapporti tra gli USA e la Francia gollista si erano fatti difficili, venne chiesto al prof. John H. Finley Jr. di fornire al presidente Kennedy un brano di Tucidide concernente le difficoltà che a volte insorgono nei rapporti fra alleati. Finley segnalò questo passo, nel quale i Corinzi accusano i loro alleati spartani di aver permesso ad Atene di asservire le città greche al proprio dominio: "Di tutto ciò i responsabili siete voi, innanzitutto perché, al termine delle guerre persiane, avete lasciato che essi rafforzassero la loro città e poi che innalzassero le lunghe mura [che rendevano inespugnabile Atene, collegandola col Pireo e col Falero]; e poi perché fino ad oggi avete via via privato della libertà non solo quelli che sono stati da loro asserviti, ma oramai anche i vostri alleati. Il vero responsabile di ciò, infatti, non è chi ha asservito un altro, ma chi, pur potendolo impedire, lascia fare, anche a costo di perdere la fama di liberatore della Grecia" (I, 69, 1) - in quanto erano stati gli Spartani a guidare i Greci contro i Persiani. "E' proprio vero - commenta a tale proposito uno studioso italiano riprendendo la celebre espressione che compare nella parte introduttiva delle Storie (I, 22, 4) - che l'opera di Tucidide è ktêma es aieì" (1), ossia un'acquisizione perenne, piuttosto che un pezzo di bravura composto per il successo immediato (agònisma es tò parachrêma akoùein). Ma a margine dell'aneddoto sarebbe anche stato possibile osservare che, se in generale omnis comparatio claudicat, l'implicita analogia stabilita dal professor Finley tra la Lega Peloponnesiaca e l'Alleanza Atlantica risultava, più ancora che zoppicante, grottescamente storpia e sciancata; e ciò per vari motivi, fin troppo evidenti perché debbano essere precisati.
Trent'anni più tardi, mentre crollava l'URSS, furono pubblicati tra gli USA e l'Inghilterra gli Atti di un convegno di storici e politologi europei e americani che si era svolto nel 1988 a Cadenabbia ed aveva avuto come titolo: "Rivalità egemonica: Atene e Sparta, gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica" (2). Tucidide veniva nuovamente evocato, ma stavolta come il testimone di un bipolarismo e di un confronto tra blocchi militari che, dopo essersi manifestato nella Grecia del V secolo a. C., si era ripresentato, mutatis mutandis, nel XX secolo: From Thucydides to the Nuclear Age era appunto il sottotitolo degli Atti.
Un ulteriore uso politico di Tucidide venne fatto nel 2003 dagli autori della bozza del preambolo della cosiddetta "Costituzione europea", i quali, volendo imprimere sull'odierno sistema democratico il prestigioso marchio d'origine ateniese, avevano riportato nella forma seguente le parole del celebre epitafio con cui Pericle definisce l'ordinamento politico di Atene: "La nostra Costituzione è chiamata democrazia perché il potere è nelle mani non di una minoranza ma del popolo intero" (II, 37, 1). Come ha fatto notare Luciano Canfora, si tratta di "una falsificazione [e di una] 'bassezza' filologica" (3), poiché in realtà il Pericle tucidideo, consapevole dell'accezione negativa del termine democrazia, che richiama il predominio (kràtos) violento e liberticida della massa del volgo (dêmos), prende le distanze da esso e ne ridimensiona la portata, dicendo sostanzialmente: "si usa democrazia per definire il nostro sistema politico semplicemente perché siamo soliti far capo al criterio della 'maggioranza', nondimeno da noi c'è libertà" (4).
L'opposizione tra democrazia e libertà, che emerge dalla seconda demegoria di Pericle, rappresentò peraltro la componente "ideologica" dello scontro fra i due blocchi: quello guidato da Atene, punto di riferimento delle fazioni democratiche greche, e quello guidato da Sparta, garante della libertà delle pòleis.

* * *

Alla fine delle guerre persiane Atene e Sparta non erano più due potenze regionali, ma si trovavano al centro di uno scacchiere strategico che coincideva con la parte orientale del Mediterraneo. Mentre l'aristocratica Sparta limitava i suoi obiettivi al mantenimento della propria egemonia nel Peloponneso ed alla conservazione dell'equilibrio in Grecia, la pressione degl'interessi manifatturieri e commerciali che sostanziavano il sistema democratico indusse Atene ad un'aggressiva politica di espansione (5).
Due anni dopo la battaglia di Micale, che nel 479 aveva segnato la fine delle operazioni militari della seconda guerra persiana, fu costituita per iniziativa di Atene un'anfizionia (6) che passò alla storia come Lega delio-attica o Lega di Delo: fu chiamata così, perché nell'isola delle Cicladi che aveva dato i natali ad Apollo e ad Artemide veniva celebrata ogni anno l'assemblea federale ed ivi, nel santuario di Apollo, veniva custodita da tesorieri ateniesi detti ellenotami ("amministratori della Grecia") la cassa dell'alleanza.
La nascita di un'alleanza militare antipersiana sottoposta alla direzione di Atene fu favorita dalla condotta del re spartano Pausania, il quale, incaricato di guidare contro Bisanzio una flotta greca, scontentò sia gli alleati (per il suo personalismo) sia i suoi stessi concittadini (in quanto mirava ad instaurare un'egemonia lacedemone che contrastava con la politica puramente peloponnesiaca di Sparta).
Le città che sottoscrissero il nuovo patto federativo si impegnavano dunque a contribuire alla difesa comune con navi e soldati; in alternativa, potevano versare un tributo annuale, fissato da Aristide in 460 talenti: una cifra tutto sommato inferiore a quella che sarebbe stata richiesta dall'allestimento delle navi. Atene, Chio, Samo e Lesbo fornirono triremi; le città dell'Asia minore, delle Cicladi e dell'Eubea contribuirono con somme di denaro. Attingendo dalla cassa comune, Atene allestì, imbarcandovi rematori ateniesi, una propria forza navale che ben presto rappresentò una buona metà dell'intera flotta delio-attica. In tal modo i rapporti di forza all'interno dell'anfizionia si sbilanciarono a favore di Atene, la quale assunse il comando della Lega e ne trasformò gli obiettivi.
Quando la guida della politica ateniese passò nelle mani di Cimone, esponente dei grandi e medi proprietari terrieri e propugnatore dell'equilibrio tra Atene e Sparta (i due cavalli del cocchio bipolare greco, secondo una sua metafora), la Lega di Delo giunse ad una svolta: gli Ateniesi conquistarono Bisanzio, incorporarono nella Lega quasi tutte le isole dell'Egeo e le città dell'Asia minore, penetrarono nel Chersoneso tracico fondandovi Anfipoli, stroncarono la pirateria dei Dolopi occupando e colonizzando l'isola di Sciro, sconfissero i Persiani nella battaglia di terra e di mare dell'Eurimedonte (466 a. C.).
Espulsi i Persiani dall'Egeo e dall'Asia minore, lo scopo ufficiale della Lega di Delo era esaurito. Così almeno pensarono gli alleati di Atene; e così, a onor del vero, pensava anche Cimone, il quale rinunciò ad ogni idea di penetrazione nel Mediterraneo sud-orientale, lasciando Cipro, la Siria e l'Egitto in possesso del Gran Re. Ma Cimone pagò con l'esilio (461 a. C.) la sua moderazione, che tra l'altro lo aveva indotto a non attaccare la Macedonia dopo aver sottomesso Taso, un'isola dell'Egeo che aveva defezionato dalla Lega.
Caduta nelle mani dei radicali, Atene non solo non volle sciogliere la Lega, ma pretese che gli alleati continuassero a pagare i tributi e a fornire le truppe necessarie al programma di riarmo. Sotto la guida di Efialte, Atene rafforzò la democrazia e orientò in chiave decisamente ostile a Sparta la propria politica estera, denunciando l'accordo difensivo che da trent'anni univa le due città ed alleandosi con l'antispartana Argo. Oltre a ciò, il nuovo governo si ingerì anche nella vita interna delle città alleate, costringendole a modificare in senso democratico i loro ordinamenti politici.
Nel quadro di una politica che mirava ad estendere l'egemonia ateniese, Pericle mandò un corpo di spedizione in Egitto, per sostenervi una rivolta antipersiana; ma l'impresa fallì clamorosamente, poiché il contingente militare ateniese venne intrappolato e distrutto (454 a. C.). Adducendo il pretesto che in seguito al disastro egiziano l'Egeo non poteva più essere considerato un mare del tutto sicuro, gli Ateniesi trasferirono nella loro città il tesoro comune della Lega ed abolirono l'assemblea federale.
Volendo estendere la propria egemonia anche in direzione del Levante, Atene inviò una flotta di duecento navi a Cipro, e da Cipro sulla costa siro-palestinese, dove riuscì a paralizzare la marina dei Fenici e, probabilmente, ad includere nella sua sfera d'influenza anche la Panfilia e una parte della Cilicia.
"Per Atene come per i suoi alleati l'apertura del mercato cipriota e in particolare quello egiziano rappresentava un grande guadagno commerciale. Cipro poteva fornire rame, ferro e legname, ma l'Egitto era il 'granaio' della Grecia, grazie alla sua produzione annuale di cereali, su cui si poteva fare maggiore affidamento che non su quella della Scizia (la moderna Russia meridionale), soggetta al pericolo dicarestie; inoltre la regione del Nilo rappresentava, con la sua richiesta di olio, vino e prodotti artistici greci, un eccellente partner commerciale. Per Atene che adesso poteva fungere da intermediaria e aveva la possibilità di concentrare nel Pireo gran parte del commercio del Mediterraneo orientale, l'espansione attica significava una fonte di nuove ricchezze" (7).
Grazie a Cimone, che venne richiamato in patria, Atene poté concludere una tregua quinquennale con Sparta (451 a. C.) e dedicarsi alle operazioni contro la Persia. Conseguita una vittoria navale nelle acque di Cipro e stipulata la pace di Callia (449 a. C.), gli Ateniesi ottennero dai Persiani il riconoscimento della loro egemonia sull'Egeo e sulla costa d'Asia. Un riconoscimento analogo provenne anche dagli Spartani, coi quali Pericle stipulò una pace trentennale (446 a. C.).
Venuta in tal modo a mancare l'originaria ragion d'essere della Lega di Delo, gli alleati non accettarono più di versare i tributi al tesoro federale o di mandare le loro navi alla flotta ateniese. Perfino ad Atene vi fu chi sostenne che la Lega doveva essere sciolta e i contribuiti restituiti alle pòleis alleate. Ma "Atene non poteva trarsi indietro, più di quanto la maggior parte degli Inglesi sentono di poter lasciare l'India" (8) e decise perciò di trasformare la Lega da alleanza difensiva antipersiana in strumento della propria egemonia sull'Egeo. Si rendeva necessaria una nuova dottrina, atta a giustificare un rapporto che nessuno poteva più seriamente considerare come una normale alleanza (una symmachìa), ma che era inequivocabilmente un predominio (un'arché) politico, militare ed economico. A enunciare ufficialmente tale dottrina e a trovare i motivi per la creazione di una nuova lega panellenica fu Pericle, che dal 443 fu ininterrottamente eletto stratego fino alla morte. Le sue demegorie, tramandateci da Tucidide,"attestano palesemente l'atmosfera di critica, sia da parte nemica che dell'opposizione interna [gli "oligarchici" filospartani], alla teoria e alla prassi dell'imperialismo ateniese. Pericle vanta il fatto che Atene, città superiore alle altre nella cultura e nel regime politico, domina su gran parte di altri Greci (...) Non mancano tuttavia nei discorsi di Pericle le espressioni di insicurezza e di cattiva coscienza. L'impero è strumento di guerra, e allo stesso tempo è un fine a se stesso. Atene ha bisogno dell'impero per vincere il nemico, ma anche per mantenere quel tenore di vita democratica che è il suo vanto maggiore" (9).
Mentre in Beozia, a Megara, nell'Eubea e nelle isole soggette ad Atene si moltiplicavano le tendenze indipendentiste e le richieste di aiuto a Sparta, Pericle intraprese una vera e propria "ricostruzione forzata della lega" (10), costringendo con la forza a rimanervi le pòleis che ne sarebbero volute uscire. D'altronde i metodi coercitivi erano già stati applicati nei confronti delle città renitenti ad associarsi alla Lega. Tra il 474 e il 472 era stata combattuta una guerra contro Caristo, che diversamente dal resto dell'Eubea non era voluta entrare nell'alleanza diretta da Atene. Tra il 469 e il 467 era stata assediata ed espugnata Nasso, che aveva voluto ritirarsi dalla Lega. Nel 463 Cimone aveva domato la rivolta di Taso. Nel 446/445 gli Istiei, nell'Eubea, furono cacciati dalla loro città. Nel 440 Pericle inviò Sofocle contro Samo, che si era rifiutata di mettere la sua flotta a disposizione di Atene. All'inizio della guerra del Peloponneso, gli Egineti furono cacciati dalla patria; rifugiatisi in Tirea fra la Laconia e l'Argolide, furono sopraffatti dagli Ateniesi e i sopravvissuti vennero catturati e condotti ad Atene. Nel 427, quando ormai il conflitto era giunto al quarto anno, Mitilene vorrà sottrarsi all'egemonia ateniese, ma Cleone invierà la marina da guerra nelle acque di Lesbo a piegare la ribellione. Nel 421/420 gli abitanti di Scione e Torone, nella penisola calcidica, furono trucidati.
Nella logica bipolare connessa allo scontro fra i due blocchi contrapposti della Lega di Delo e della Lega Peloponnesiaca, la neutralità era impossibile. "Nel V secolo quasi tutte le città-stato, monarchie e aree tribali si trovarono costrette, o prima o poi, ad allinearsi con una delle due superpotenze. I pochi che tentavano di 'mettersi da parte', 'togliersi dalla mischia', o 'stare tranquilli' - vale a dire, rimanere neutrali - erano generalmente accusati di fare il gioco del nemico, o di dar prova di vile indifferenza in un conflitto che è anche morale e ideologico" (11). Tale fu la colpa degli abitanti di Melo, i quali, avendo scelto la non belligeranza allo scoppio del conflitto, furono vittime della politica ateniese, che "non tollerava la neutralità come condotta possibile nella propria area di influenza (le isole)" (12); e così, narra Tucidide, gli Ateniesi "uccisero tutti i Melii adulti che catturarono; resero schiavi i bambini e le donne. Il territorio lo abitarono loro, inviandovi successivamente cinquecento coloni" (V, 116, 4).
Poco più di dieci anni più tardi, nel 404, la democrazia ateniese raccolse i frutti del suo espansionismo. Quando giunse in città la notizia che ad Egospotami gli Ateniesi erano stati sconfitti, - racconta Senofonte, continuatore di Tucidide - tutti "credevano che non ci sarebbe stato alcuno scampo e avrebbero dovuto subire quella stessa sorte che essi avevano ingiustamente inflitta agli abitanti delle piccole città, e non perché provocati, ma per desiderio di sopraffazione (dià tèn hybrin), senza nessun altro motivo che la loro alleanza con quelli [cioè con gli Spartani]" (Elleniche, II, 2, 10). Il timore era fondato, poiché fra i rappresentanti delle città aderenti alla Lega del Peloponneso ve ne furono parecchi, Corinzi e Tebani in testa, che sostennero la tesi secondo cui Atene doveva essere rasa al suolo. Grazie a Sparta, ciò non avvenne; ma quando Lisandro entrò al Pireo, i nemici della democrazia rientrarono in città e le Lunghe Mura vennero abbattute al suono gioioso dei flauti, tra l'entusiasmo generale, erano in molti a pensare che "quel giorno segnava per la Grecia l'inizio della libertà" (Elleniche, II, 2, 23).



1. G. Donini, Introduzione a: Tucidide, Le Storie, UTET, Torino 1982, p. 64.
2. R. N. Lebow e B. S. Strauss (a cura di), Hegemonic Rivalry. From Thucydides to the Nuclear Age, Boulder - San Francisco - Oxford 1991.
3. L. Canfora, La democrazia. Storia di un'ideologia, Laterza, Roma-Bari 2004, p. 12.
4. L. Canfora, op. cit., p.13.
5. Sul rapporto esistente fra interessi economici, democrazia e imperialismo marittimo, cfr. Anonimo, Democrazia e talassocrazia, a cura di C. M., "Eurasia", 3/2005.
6. In Grecia si chiamò anfizionia (amfiktyonìa, amfiktyoneìa) ogni forma di confederazione che raggruppasse un certo numero di città vicine: "una lega sacrale fra popoli abitanti in uno spazio geografico coerente, che non abbiano già altri motivi per avere un centro sacrale unico" (D. Musti, Storia greca, Laterza, Roma-Bari, p. 157). Sulle anfizionie e le alleanze nel mondo greco arcaico, cfr. K. Tausend, Amphiktyonie und Symmachie. Formen zwischenstaatlicher Beziehungen im archaischen Griechenland, Stuttgart 1992.
7. F. Schachermeyer, Pericle, Il Giornale, Milano 1985, pp. 48-49.
8. A. Zimmern, Il Commonwealth greco, Il Saggiatore, Milano 1967, p. 164.
9. D. Asheri, Lotte per l'egemonia e l'indipendenza nel V e IV secolo a. C., in: S. Settis (a cura di), I Greci. Storia Cultura Arte Società, 2 Una storia greca. II Definizione, Einaudi, Torino 1997, p. 178-179.
10. M. A. Levi, Il senso della storia greca, Rusconi, Milano 1979, p. 171.
11. D. Asheri, op. cit., p. 179.
12. L. Canfora, Introduzione a: Tucidide, Il dialogo dei Melii e degli Ateniesi, Marsilio, Padova 1991, p. 19.

Inserita il 09/05/2009 alle 17:53:09      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico