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Aethiopia

Quid nemora Aethiopum molli canentia lana?
(Verg., Georg., II, 120)


L'Etiopia di Omero e di Esiodo

Il greco Aithìops corrisponde verosimilmente al nome di persona miceneo Ai-ti-jo-qo, attestato nei documenti del lineare B ritrovati a Pilo di Trifilia (1). Come ànthropos, riconducibile al composto miceneo a-to-ro-qo, "faccia-(con)-barba", designa originariamente l'essere umano adulto di sesso maschile (cfr. lat. barbatus, da cui rom. bărbat, "uomo") (2), così Aithìops combina in maniera analoga i temi di aitho, "ardere" e di òps, -òs "sguardo, volto" e significa quindi "faccia arsa" o "sguardo ardente". "Ardenti" erano, etimologicamente, gli Aìthikes, ossia gli Etici, un popolo protoellenico che abitava sul Pindo.
Il fatto che il nome degli Etiopi, "facce bruciate" e perciò "facce nere", venga per lo più interpretato come "designazione di un popolo di razza nera, o almeno dalla carnagione nera" suscitò a suo tempo le perplessità di René Guénon, il quale osservò che "gli antichi diedero di fatto lo stesso nome di Etiopia a paesi diversissimi, ad alcuni dei quali esso non converrebbe per nulla" e che "non sembra che tale denominazione sia mai stata applicata ai paesi abitati da popoli propriamente appartenenti alla razza nera". Secondo Guénon, il nome degli Etiopi (che ricorda quello di "teste nere", usato da un imperatore cinese per designare i suoi sudditi, nonché altre denominazioni analoghe attestate in varie culture) può essere spiegato col fatto che "nel suo senso superiore, il color nero simboleggia essenzialmente lo stato principiale di non-manifestazione" e che i popoli indicati come "teste nere" ritenevano di abitare un paese "centrale", in quanto vi si trovava "la sede del centro spirituale di una tradizione, emanazione e immagine del centro spirituale supremo" (3).
Nell'antichità greca, la prima menzione degli Etiopi è quella reperibile nel I libro dell'Iliade, quando Teti, accogliendo la richiesta di Achille che la prega di intercedere in suo favore presso Zeus, avverte il figlio che quest'ultimo è assente, perché insieme con gli altri dèi olimpici si è recato a banchettare presso gli Etiopi: "Zeus infatti verso l'Oceano, tra gl'irreprensibili Etiopi, - è andato ieri, per un banchetto, e tutti gli dèi lo seguivano; - nel dodicesimo giorno tornerà di nuovo sull'Olimpo" (4).
Ancora nell'Iliade, quando i venti che stanno banchettando nella casa di Zefiro invitano Iride a prender posto accanto a loro, la dea messaggera respinge garbatamente l'invito adducendo questa scusa: "Non posso sedere, perché sto andando alle correnti d'Oceano, - degli Etiopi alla terra, dove eseguono ecatombi - agl'immortali, affinché pure io abbia parte delle sacre offerte" (5).
La terza divinità menzionata da Omero in relazione agli Etiopi è Poseidone. Il dio delle acque marine non è presente nel concilio degli dèi che viene descritto all'inizio dell'Odissea: " (...) era andato a far visita agli Etiopi, che stanno lontano, - gli Etiopi, che sono divisi in due parti, remoti dagli uomini, - gli uni d'Iperione che tramonta, gli altri di quello che sorge, - per presenziare a un'ecatombe di tori e d'agnelli" (6). Ad ospitare Poseidone nel momento in cui si svolge il suddetto concilio divino sono gli Etiopi orientali. Lo si deduce dal fatto che il ritorno del dio avviene attraverso la Licia: "Ma, dagli Etiopi tornando, il potente Scuotiterra - da lungi lo vide, dai monti dei Solimi" (7).
Occidentali sono invece gli Etiopi citati da Menelao nel passo odissiaco in cui questi descrive le proprie peregrinazioni: "giunsi presso gli Etiopi, i Sidoni, gli Erembi - ed in Libia" (8). I Sidoni sono verosimilmente Fenici insediati lungo le coste dell'Africa, mentre gli Erembi potrebbero essere gli Arabi, sicché non è da escludere l'ipotesi che l'itinerario di Menelao corrisponda a una circumnavigazione del continente africano (9).
Anche Esiodo, che nel Catalogo delle donne ricorda come i figli di Borea inseguissero le Arpie per le regioni più lontane della terra, fino "agli Etiopi, ai Libici e agli Sciti mungitori di cavalle" (10), si riferisce poi, più in particolare, agli Etiopi occidentali, laddove egli assegna alla stirpe di Epafo, figlio di Zeus e re dell'Egitto, "i neri Libici e i magnanimi Etiopi, - nonché i Sotterranei e i Pigmei senza forza" (11).

Gli Etiopi di Erodoto

Questa divisione degli Etiopi in due gruppi, uno occidentale e uno orientale, ricompare in Erodoto: "Degli Arabi e degli Etiopi che abitano oltre l'Egitto era a capo Arsame, mentre gli Etiopi dell'Oriente (partecipavano alla spedizione gli uni e gli altri) erano stati schierati accanto agli Indiani; per aspetto non differiscono in nulla dagli altri, ma solo per lingua e capigliatura, poiché gli Etiopi d'Oriente hanno capelli lisci, mentre quelli della Libia hanno la capigliatura più riccioluta fra tutti gli uomini" (12).
Gli Etiopi di cui si occupa Erodoto sono quelli occidentali, "gli Etiopi dalla lunga vita, che abitano la Libia lungo il mare meridionale" (13). Il re persiano Cambise, avendo progettato una spedizione contro di loro per conquistarne i territori, fece venire da Elefantina, la città più meridionale dell'Egitto, alcuni Ittiofagi che conoscevano la lingua etiopica, onde inviarli in Etiopia in veste di ambasciatori, ma in realtà per esplorare quei luoghi e fargliene poi una relazione. In particolare, il Gran Re voleva verificare se esistesse presso gli Etiopi quella leggendaria "mensa del Sole" (tràpeza toû helìou) che sembra aver custodito nell'antichità il ricordo dei mitici banchetti di cui parla Omero. "Si dice - scrive Erodoto - che la mensa del Sole sia di tal fatta: nel sobborgo c'è un prato pieno di carni cotte di tutti i quadrupedi, sul quale di notte hanno cura di porre le carni quei cittadini che sono di volta in volta pubblici ufficiali, e di giorno chi vuole accostarsi se ne ciba. Gli abitanti del luogo invece dicono che è la terra stessa a produrre sempre queste carni" (14).
Giunti dunque in presenza del re degli Etiopi, gli Ittiofagi gli consegnarono i doni di Cambise; ma il sovrano, avendo capito che erano venuti come spie, rispose con fiere parole e consegnò loro, come proprio dono per Cambise, un oggetto che simboleggiava la forza del suo popolo: un arco grandissimo, che solo un Etiope sarebbe stato capace di tendere. Gli Etiopi infatti, come spiega altrove lo stesso Erodoto, "avevano archi fatti di ramo di palma, lunghi non meno di quattro cubiti, e inoltre piccole frecce di canna, in cima alle quali c'era, anziché del ferro, una pietra aguzza lavorata" (15). Il re etiope, d'altronde, doveva avere egli stesso il fisico necessario a manovrare un'arma del genere, poiché gli Etiopi, "i più grandi e i più belli tra tutti gli uomini (...) ritengono degno di regnare quello che tra i cittadini giudichino essere il più grande ed avere la forza in proporzione della statura" (16).
Quindi, siccome gli ambasciatori si stupivano del fatto che gli Etiopi vivessero centovent'anni e anche più, il re li guidò ad una fonte meravigliosa, alla quale era probabilmente dovuta la longevità di quella gente. Lavandosi in essa, infatti, "diventavano più nitidi, come se fosse d'olio" (17); la stessa cosa dirà Pomponio Mela (18) di un lago dell'Etiopia. La fonte esalava odore di viole e l'acqua era così leggera, che nulla poteva galleggiarvi sopra, "né legno né quanto è più lieve del legno, ma tutto andava a fondo" (19).
Dopo aver visitato un carcere in cui i prigionieri erano legati da ceppi d'oro e dopo aver visto la famosa mensa del Sole, gli Ittiofagi poterono vedere le sepolture degli Etiopi: ogni cadavere, disseccato, ricoperto di gesso e dipinto, era collocato in una colonna di pietra trasparente. Il termine usato da Erodoto, hyalos (20), più tardi designò il vetro, che però era poco diffuso all'epoca dello scrittore greco; forse si trattava di cristallo, alabastro o salgemma, ma un'identificazione precisa è difficile. Diversamente dalle mummie egizie, delle quali si poteva vedere solo la parte anteriore, il cadavere etiopico era visibile da ogni lato, perché la stele che lo racchiudeva era trasparente tutt'intorno ed era collocata eretta.
Cambise mosse poi contro gli Etiopi, ma la spedizione si concluse con un tragico insuccesso.

Il mito di Memnone

Sull'altra Etiopia, quella posta verso il levar del sole, regnò un tempo Memnone, figlio di Eos (Aurora) e di Titono: "A Titono Aurora generò Memnone dall'elmo di bronzo, - re degli Etiopi" (21), "il micidiale - (...) capo degli Etiopi, - Memnone" (22). Omero lo menziona due volte: prima come figlio di Zeus e uccisore di Antiloco, figlio di Nestore (23) e poi come il più bello tra i guerrieri che combatterono a Troia (24). Ma le gesta di questo sovrano degli Etiopi sono cantate soprattutto nell'Etiopide, il poema del ciclo troiano con cui Arctino di Mileto continuava in cinque libri le vicende dell'Iliade. Memnone, che indossa un'armatura lavorata da Efesto, conduce a Troia gli Etiopi in aiuto di suo zio Priamo; dopo la morte di Patroclo e di Ettore uccide Antiloco, diventato compagno indivisibile di Achille, ma viene ucciso a sua volta da quest'ultimo, onde Eos ottiene da Zeus l'immortalità per suo figlio.
L'aristeia di Memnone ispirerà una scena del tempio di Giunone in costruzione a Cartagine, sicché Enea potrà ammirare "le schiere orientali e le armi del nero Memnone" (Eoasque acies et nigri Memnonis arma) (25). Un prodigio verificatosi durante le esequie dell'eroe sarà celebrato da Ovidio: dal rogo funebre di Memnone si levarono innumerevoli uccelli migratori, chiamati Memnonides, i quali, azzuffandosi tra loro, si autosacrificarono al cenere da cui erano sorti, memori di essere nati da un grande guerriero: "inferaeque cadunt cineri cognata sepulto - corpora seque viro forti meminere creatas" (26). Da allora, ogni anno i Memnonidi si ritrovano sul sepolcro del loro signore e rinnovano il combattimento rituale.
Benché re degli Etiopi orientali, Memnone è associato da Erodoto alla città di Susa, che viene chiamata "città memnonea" (27) e "Susa Memnonea" (28), mentre il palazzo che egli vi avrebbe fondato è detto "reggia memnonea" (29). Secondo Pausania, tutti i popoli fra Susa e Troia sarebbero stati assoggettati da Memnone.
Il mito di Memnone, giunto in Egitto in età alessandrina, fu collegato dai Greci con le due statue colossali di Amenophis III che tuttora si ergono nei pressi di Tebe, a occidente del Nilo. Una di queste due statue, percossa dai primi raggi del sole mattutino, emetteva un suono simile a quello di una corda che si spezza: era il saluto quotidiano di Memnone alla madre Eos (30).
Un'accurata descrizione della statua parlante di Memnone viene fatta da Filostrato, il quale ci fornisce una differente versione circa la vita dell'eroe: "Egli era sì figlio dell'Aurora, ma non morì a Troia, perché a Troia non si recò neppure: si spense in Etiopia, dopo avere regnato su cinque generazioni di Etiopi. Questi, poiché sono i più longevi tra gli uomini, lo piangono come se fosse mancato in giovanissima età e lamentano la sua morte immatura" (31).
Al di là delle varianti del mito, il significato del saluto rivolto da Memnone all’Aurora è quello che Johann Jacob Bachofen ha espresso nei termini seguenti: “Con Memnone, principe dell’Anatolia, è unita a preferenza l’idea della magnificenza del sole che si leva e tutto ridesta alla vita e chiama a nuovo moto l’onda e la città. Lo stesso Memnone è quello nel cui sonoro ridestarsi si riconobbe il modello e l’assicurazione dell’umana immortalità. Non potrebbe aversi più chiara e più bella l’alta idea solare dei misteri” (31bis).

La terra del Sole

Il VI libro della filostratea Vita di Apollonio di Tiana, raccontando come il "Cristo pagano" nel suo viaggio in Etiopia giungesse al santuario di Memnone, si apre con un breve excursus geografico. "L'Etiopia - ci informa l'agiografo di Apollonio - occupa l'estremità occidentale di tutta la terra che è sotto il sole, come l'India quella orientale; confina con l'Egitto nei pressi di Meroe" (32), la città principale della Nubia, che sorgeva sul Nilo a sud della confluenza dell'Atbara. "Dopo avere toccato una parte della Libia sconosciuta - prosegue Filostrato - [l'Etiopia] finisce al mare che i poeti chiamano Oceano, definendo così l'insieme che circonda la terra. Essa dona all'Egitto il fiume Nilo, che prendendo inizio dai Catadupi [le prime Cateratte, a Elefantina, di fronte ad Assuan] trae dall'Etiopia nelle sue inondazioni tutta la terra egiziana" (33). L'Etiopia, dice ancora Filostrato, presenta alcune importanti caratteristiche che la rendono simile all'India, pur essendo molto meno estesa di questa. Le analogie tra i due paesi riguardano innanzitutto i due grandi fiumi che li percorrono, in quanto sia l'Indo sia il Nilo "irrigano il suolo durante l'estate, quando esso ne ha bisogno, e soli tra i fiumi offrono dimora al coccodrillo e all'ippopotamo; e simile è il senso dei riti che si celebrano in loro onore, poiché molte invocazioni sacre degli Indiani vengono ripetute anche sulle rive del Nilo" (34). Ma in Etiopia e in India abitano anche altre specie animali che non si trovano altrove, come il leone e l'elefante. "E i grifoni dell'India e le formiche dell'Etiopia, sebbene siano animali di forma affatto differente, hanno un identico istinto, a quanto si dice: poiché secondo i poeti essi sono nell'una e nell'altra terra i custodi dell'oro, e amano vivere nei terreni auriferi" (35). Infine, i due paesi "sono sede dei Pigmei e di genti che invece di parlare abbaiano in vari modi, e di altre siffatte meraviglie" (36).
Altre informazioni sui popoli, sulla fauna e sulla vegetazione dell'Etiopia accompagnano il racconto del viaggio di ritorno compiuto dall'asceta itinerante. "Durante il percorso Apollonio e la sua compagnia vedevano colline coperte di alberi, le cui foglie, la corteccia e la resina sono considerate un frutto prezioso dagli Etiopi. Ai bordi della via si mostravano leoni, leopardi e altre fiere di questo genere, che non li attaccavano, bensì fuggivano lontano, come se fossero atterriti alla vista degli uomini. Vedevano anche cervi, gazzelle, struzzi e asini in gran numero, ma soprattutto buoi selvatici e bucapri: questi animali hanno aspetto misto i primi di cervo e di toro, i secondi degli animali da cui prendono nome" (37). Vi sono poi, come anticipato dall'excursus iniziale del libro, gli elefanti: anzi, l'isola di Elefantina deriva il proprio nome dal fatto che i suoi abitanti vanno a caccia di questi pachidermi, li tagliano a pezzi e ne fanno mercato. I loro vicini sono gli Etiopi nomadi, che coi loro carri formano vere e proprie città; ma "anche i Nasamoni, gli Androfagi, i Pigmei, gli Ombripodi sono popoli dell'Etiopia; il paese da loro occupato si stende fino all'Oceano etiopico" (38).
Apollonio si era recato al di là delle Cateratte per conoscere i ginni (gymnoi = nudi) o ginnosofisti, una comunità che in passato aveva avuto stretti rapporti con l'India, anche se sembrava averli dimenticati ed era decaduta dalla saggezza primitiva. Dell'antico legame era invece consapevole un giovane ginnosofista, il quale riferì ad Apollonio di aver udito dal proprio padre, che era stato in India ed aveva parlato coi sapienti del luogo, "un discorso pressappoco di questo genere: che gli Indiani sono i più sapienti fra gli uomini e che da loro discendono gli Etiopi, che questi seguono la sapienza dei progenitori e tengono gli occhi fissi alla loro antica patria" (39); e così il giovane, anziché trasferirsi in India, si era unito ai ginni, i quali però ormai disconoscevano la sapienza indiana. Questo racconto, assieme a tutte le altre ripetute asserzioni concernenti la comune origine degli asceti etiopi e indiani, ha indotto qualche studioso a formulare l'ipotesi di un'origine buddhista dei ginni incontrati da Apollonio. "Se questa tradizione è precisa e se i fondatori di questa comunità sono stati realmente degli asceti indiani, - argomenta il Mead - questi fondatori dovettero necessariamente appartenere alla sola religione indiana che faceva della propaganda, ossia al Buddismo" (40).

La terra santa

A dirigersi verso l'Etiopia come ad una terra promessa della conoscenza divina non furono solo Apollonio e i suoi compagni, ma anche i promessi sposi delle Etiopiche di Eliodoro, ovvero Teagene e Cariclea; quest'ultima d'altronde apparteneva alla progenie regale etiope discesa da Elio ed era stata istruita a Delfi sotto la diretta guida del dio. "Come dunque Apollonio, l'adoratore del Sole, s'incammina verso la 'patria di Elio e degli Indiani' per apprendere il supremo sapere da coloro che vivono più vicini ad Elio, fonte di vita e di saggezza, così Eliodoro consente finalmente alla sua coppia eletta di toccare, sotto la guida dello stesso Elio-Apollo, la terra assolata dei saggi etiopi, come degna meta di un faticoso viaggio terreno" (41).
Ricompaiono infatti nelle Etiopiche i ginnosofisti, i quali fondono insieme caratteristiche etiopi ed indiane: a guidare il sacro collegio, insediato nel tempio di Pan, è un profeta di Elio, Sisimitre, che prende sotto la sua protezione i due innamorati ed imprime alla vicenda una svolta decisiva. Ricompare anche la figura di Memnone, che i sovrani d'Etiopia considerano fondatore della loro stirpe accanto a Perseo ed Andromeda. Ricompare l'ambiente naturale grandioso e prodigioso: "Meroe, capitale dell'Etiopia, è peraltro un'isola a forma di triangolo circondata da fiumi navigabili, cioè dal Nilo, dall'Astaborras e dall'Asasobas (...) Quest'isola è vastissima al punto da far pensare a un continente: misura infatti tremila stadi di lunghezza, ed è larga mille (...) le spighe del grano e dell'orzo raggiungono tale altezza da nascondere a volte un uomo in groppa a un cavallo o a un cammello" (42), mentre le canne fluviali sono così grandi che, se vengono tagliate a metà in senso longitudinale, ciascuna delle due parti forma una barchetta capace di portare due o tre persone.
Certo, "lo storico e il geografo faranno un magro bottino in Eliodoro" (43), il quale tra l'altro confonde l'antico regno di Meroe con quello più recente di Auxomis. Ma commetterebbe un grave errore chi leggesse le Etiopiche al fine di reperirvi informazioni realistiche. Se "la bella protagonista Cariclea simboleggia l'anima (...) [che] aspira a uscire dall'oscurità per arrivare alla luce [e] nella figura del suo amante Teagene si incarna la conoscenza filosofica, il 'nous'" (44), così anche l'Etiopia descritta dal "fenicio d'Emesa, della stirpe di Helios" (45) ha soprattutto un valore simbolico, in quanto rappresenta un "paradiso terrestre", una "Terra santa" in cui ha sede un centro spirituale. Ciò è perfettamente compreso da Franz Altheim, allorché spiega come nel romanzo di Eliodoro l'Etiopia rappresenti lo stato spirituale supremo in cui si conclude il viaggio iniziatico dei due protagonisti: "La loro unione raggiunge così un livello di maggior purezza, purezza cui partecipano anche gli Etiopi; guidati dalla volontà del cielo si elevano ad una religiosità più nobile e più spirituale" (46).
L'episodio dell'eunuco etiope, che dopo essere stato battezzato da San Filippo diventò apostolo dell'Etiopia (47), si colloca su questo sfondo di una terra vicina al Cielo, abitata da un popolo giusto e pio. E al medesimo popolo apparteneva Yasar, l'umile inserviente della moschea del Profeta Muhammad, indicato da quest'ultimo come "uno di quei sette per mezzo dei quali Dio difende gli abitanti della terra" (48).









1. Ventris-Chadwick, Documents, pp. 243-244 (PY 115), 248 (PY 121), 250-252 (PY 131, 133).
2. Vladimir I. Georgiev, Introduzione alla storia delle lingue indeuropee, Edizioni dell'Ateneo, Roma 1966, p. 53.
3. René Guénon, Simboli della Scienza sacra, Adelphi, Milano 1975, pp. 107-109.
4. Il., I, 423-425.
5. Il., XXIII, 205-207.
6. Od., I, 22-25.
7. Od., V, 283.
8. Od., IV, 84-85.
9. W. von Soden, Die Eremboi der Odyssee und die Irrfahrt des Menelaos, "Wiener Studien", LXXII, 1959, p. 26 ss.
10. Hes., Catal., III, fr. 71, 15.
11. Hes., Catal., III, fr. 71, 17-18.
12. Herod., VII, 69-70.
13. Herod., III, 17, 1.
14. Herod., III, 18.
15. Herod., VII, 69.
16. Herod., III, 20.
17. Herod., III, 23, 2.
18. Mela, II, 9.
19. Herod., III, 23, 3.
20. Herod., III, 24.
21. Hes., Theog., 984-985.
22. Pind., Pyth. VI, 30-32.
23. Od., IV, 187.
24. Od., XI, 522.
25. Verg., Aen. I, 489.
26. Ovid., Metamorph., XIII, 615-616.
27. Herod., V, 54, 2.
28. Herod., VII, 151.
29. Herod., V, 53.
30. Strab., XVII, 813 e 816.
31. Philostr., Vita Ap.,VI, 4 (trad. D. Del Corno, Vita di Apollonio di Tiana, Adelphi, Milano 1978, p. 261).
31bis. J.J. Bachofen, Il popolo licio, Sansoni, Firenze 1944, p. 58.
32. Philostr., Vita Ap., VI, 1 (ed. cit., p. 257).
33. Ibidem.
34. Ibidem.
35. Philostr., Vita Ap., VI, 1 (ed. cit., p. 258).
36. Ibidem.
37. Philostr., Vita Ap.., VI, 24 (ed. cit., p. 292).
38. Philostr., Vita Ap., VI, 25 (ed. cit., p. 292).
39. Philostr., Vita Ap., VI, 16 (ed. cit., p. 281).
40. G.R. Mead, Apollonio di Tiana, profeta e taumaturgo, I Dioscuri - Il Basilisco, Genova 1988, p. 117.
41. Erwin Rohde, Eliodoro, in: Il romanzo greco. Guida storica e critica a cura di Pietro Janni, Laterza, Bari 1987, pp. 11-12.
42. Heliod., Aethiop., X, 5 (trad. A. Angelini, in Il romanzo antico greco e latino, Sansoni, Firenze 1981, p. 877).
43. Jean Maillon, Préface du traducteur, in: Héliodore, Les Éthiopiques (Théagène et Chariclée), tome I, Les Belles Lettres, Paris 1960, p. lxxxix.
44. Otto Weinreich, La fortuna di Eliodoro, in: Il romanzo greco. Guida storica e critica, cit., p. 103.
45. Heliod., Aethiop., X, 41 (ed. cit., p. 909).
46. Franz Altheim, Romanzo e decadenza, Settimo Sigillo, Roma 1995, p. 50.
47. Acta Apost., VII, 26-40.
48. Lodovico Zamboni, Il Corano nella sapienza islamica. Il testo sacro dell'Islam secondo i commenti tradizionali. 1. La Sura Aprente, Orientamento, Reggio Emilia 2008, p. 353.

Inserita il 11/11/2008 alle 17:56:25      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico