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Il bodhisattva ungherese

“Il rumi Skander bheg, simile ai vasti ed aperti cieli per l’incrollabile forza d’animo e per l’intelligenza di cui ha dato prova nello studio, ha intrapreso l’arduo tragitto dall’ampio oceano dell’Oriente al Tibet Superiore coperto di gelsomini, andando in cerca della Dottrina non per il proprio egoistico vantaggio, ma per la salvezza di tutti gli uomini”.
Lama Chul-khrims rgya-mcho, La nave che entra nel mare dei sistemi della Dottrina, 1824


“Io non parlo mai di Europa e di Asia, ma di Eurasia. Non c’č avvenimento che si verifichi in Cina o in India e non influenzi noi, o viceversa, e cosě č sempre stato”.
Sono parole di Giuseppe Tucci (1894-1984), il piů grande orientalista italiano del Novecento, uno dei piů grandi tibetologi del mondo, archeologo, antropologo, storico delle religioni, esploratore, accademico d’Italia. Dopo avere insegnato italiano, cinese e tibetano alle universitŕ di Calcutta e di Shantiniketan, nel 1930 Tucci ottenne la docenza di cinese a Napoli, nel 1932 andň a insegnare religione e filosofia dell’Estremo Oriente a Roma, nel 1933 fondň con Giovanni Gentile l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (oggi Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente). A partire dal 1929 effettuň una decina di spedizioni scientifiche nel Tibet e nel Nepal e campagne archeologiche in Pakistan, Afghanistan, Iran. Fondatore dell’importante rivista scientifica “East and West” e del Museo Nazionale di Arte Orientale di Roma, Tucci ha lasciato una bibliografia sterminata, dalla quale ci limitiamo a citare i sette volumi di Indo-tibetica (Accademia d’Italia, 1932-1942), i due volumi di Tibetan Painted Scrolls (Libreria dello Stato, 1949) e la Storia della filosofia indiana (Laterza 1957).
Titolare di numerosi e prestigiosi riconoscimenti internazionali (tra cui cinque lauree honoris causa), Giuseppe Tucci fu premiato dalla neonata democrazia italiana con un decreto di epurazione. Secondo le deliranti accuse dei nani invidiosi che hanno continuato a processarlo anche post mortem, “uno dei suoi obiettivi durante il periodo fascista č consistito nel portare in patria quella presenza irrazionale (il riferimento concerne l’Oriente in generale e il Giappone in particolare, n.d.r.), al fine di rafforzare il meccanismo ideologico dello Stato (sic, n.d.r.)” (1).
Nel 1942 Giuseppe Tucci fu invitato a Kolozsvár (Cluj), che da circa due anni era tornata sotto la sovranitŕ ungherese, per ricevere la laurea ad honorem assegnatagli dalla Universitas Francisco-Josephina. In quella circostanza il professore italiano commemorň Sándor Körösi Csoma “nella terra che gli dette i natali”; infatti il “padre della tibetologia”, del quale ricorreva allora il centenario della morte (avvenuta l’11 aprile 1842 a Darjeeling in India), era nato nel villaggio transilvano di Körös (Chiurus) il 4 aprile 1784, da nobile ma povera famiglia di soldati székely (2).
Fin dagli anni in cui studiava nel collegio di Nagyenyed (Aiud), sorse nel giovane Sándor Csoma il desiderio di recarsi in Asia per cercarvi la terra d’origine del popolo ungherese. Fu cosě che si iscrisse, grazie a una borsa di studio, all’universitŕ di Gottinga, dove si occupň di arabo e di turco. Terminata l’universitŕ, si trasferě per alcuni mesi nei territori meridionali dell’Ungheria ed in Croazia, perché riteneva che la conoscenza di una lingua slava gli sarebbe stata utile qualora avesse attraversato la Russia.
Il 1 novembre 1819, con 200 fiorini in tasca, Csoma lasciň Nagyenyed. “Leggermente vestito, con un bastoncino in mano, come se partisse per una passeggiata in campagna” (3): cosě un suo ex insegnante ne descrisse la partenza. Via Bucarest e Sofia arrivň all’Egeo, ad Enos, dove si imbarcň per Alessandria d’Egitto; di lě, sempre per mare, giunse in Libano; proseguě a piedi fino a Mossul; navigň sul Tigri con una zattera fino a Baghdad; poi, unitosi a una carovana, arrivň a Teheran, dove rimase alcuni mesi. Qui Csoma, avendo ormai esaurito le proprie misere sostanze, fu costretto ad accettare la protezione di Henry Willock, rappresentante di Sua Maestŕ Britannica. “Accettň l’aiuto del ministro inglese perché derivava da fonte ufficiale: aveva sempre avuto lo strano orgoglioso parere che ‘un giorno con i suoi risultati scientifici avrebbe potuto ripagare gli aiuti ufficiali, mentre non si sarebbe trovato in grado di restituire eventuali debiti a persona privata’. Il Csoma percorreva solo non soltanto il suo lungo e difficile viaggio, ma era strano e solitario anche nell’anima. Era eccezionalmente superbo ed altero, ma nello stesso tempo estremamente modesto, fino all’ascetismo” (4). Dopo una sosta di qualche mese a Teheran, Molla Eskander Csoma ez Mulk-e Rum (cosě lo chiamavano in Persia) riprese il suo cammino, che attraverso Mashhad, Bukhara, Kabul e Lahore lo portň nel Kashmir. Qui, venutosi a trovare in un vicolo cieco per le difficoltŕ del tragitto e per la mancanza di denaro, incontrň William Moorcroft, un agente del governo inglese che, approfittando della situazione disperata in cui Csoma si era venuto a trovare, lo convinse a rimandare a miglior tempo la ricerca sulle origini asiatiche degli Ungheresi e a dedicarsi invece allo studio della lingua tibetana.
Gli Inglesi, che intendevano estendere la loro influenza sul Tibet occidentale, avevano infatti bisogno dei necessari strumenti linguistici; ma, siccome tutto ciň che esisteva in materia era l’Alphabetum Tibetanum (5) del missionario italiano padre Giorgi, si rendeva indispensabile “trovare uno scienziato coraggioso, disinteressato, altruista, disposto a ritirarsi per anni nel mondo montagnoso e glaciale del Tibet per penetrare nei segreti ancora ignoti della lingua, letteratura e religione del Tibet. Moorcroft richiamň l’attenzione del viandante ungherese su questo compito” (6). Csoma vide nell’esecuzione di tale incarico un modo per sdebitarsi e Moorcroft gli assicurň un pagamento di 50 rupie mensili, versandogli subito un anticipo.
Fu cosě che Csoma dovette rinunciare a proseguire per il Bacino del Tarim, nel Xinjang, dove vivono gli Ujguri, i “parenti asiatici degli Ungheresi” che egli si era proposto di rintracciare. Il 26 giugno 1823 arrivň al monastero di Zangla, nel distretto di Zangskar (Zans-mk’ar), provincia di Ladak, Tibet occidentale. Prese alloggio in un’angusta cella, nella quale, assieme al lama Sans-rgyas phum-chogs e ad un inserviente, rimase chiuso per tutto l’inverno, mentre fuori c’era solo neve e la temperatura scendeva fino ai 16° sotto lo zero. Un contemporaneo descrisse cosě la vita di Csoma nell’eremo di Zangla: “Avvolto in un gabbano, se ne stava seduto con le mani in grembo; e in tale posizione leggeva dalla mattina alla sera, senza alcun riscaldamento e senza un lume che gli facesse luce dopo il tramonto; il suolo gli serviva da letto e le nude pareti erano l’unico riparo contro il rigore del clima” (7). In tali condizioni, riuscě a raccogliere e ordinare 40.000 vocaboli tibetani. Grazie alla mediazione del suo maestro, ottenne che altri due dotti lama, Kun-dga’ čhos-legs e Chul-khrims rgya-mcho, redigessero per lui, rispettivamente, un compendio di dottrina buddhista e un sommario di logica (8).
Nell’autunno del 1824, recatosi alla stazione confinaria inglese di Sabathu per riferire sulla propria attivitŕ e per chiedere un sussidio necessario alla prosecuzione delle sue ricerche, fu accolto con grande diffidenza; prima che la situazione si chiarisse, “dovette soffrire oltre due mesi il peso del sospetto umiliante (…) Lo spirito fine e sensibile del gentiluomo ungherese per il suo onore non poté mai dimenticare quest’offesa” (9). Nell’estate seguente Csoma si stabilě a Tetha, villaggio natale del suo maestro; poi si trasferě nel monastero di Phuktal.
Intanto gl’Inglesi decidevano di pubblicare in forma di dizionario gli appunti di lingua tibetana redatti da Csoma e di licenziare definitivamente lo studioso, ritenendo concluso il suo servizio. “Pesavano loro le misere 50 rupie che gli pagavano mensilmente, che a quel tempo rappresentavano meno della paga di un sottufficiale in servizio nelle Indie (…) Il comportamento del governo di Calcutta era perfido in quanto il Moorcroft, nella sua qualitŕ di rappresentante del governo, a suo tempo, si era accordato con lui ufficialmente in merito agli studi tibetani” (10). La pubblicazione degli appunti di Csoma, perň, attirň le critiche piů feroci degli specialisti nei confronti degli editori, che si erano rivelati privi della minima competenza in materia. Per uscire dalla penosa situazione in cui si erano cacciati, gli Inglesi pregarono Csoma di accettare per un altro triennio le modeste competenze mensili e di riprendere subito il lavoro per condurre a termine la compilazione della grammatica e del dizionario. Dall’agosto 1827 all’ottobre 1830 Csoma rimase a Kanam (Ka-gnam), un villaggio della provincia del Kanawar, dove, con l’aiuto del lama Bande Sangs-RGyas PHun-Tsogs, portň a termine la grammatica tibetana e il dizionario. “Qui – scriveva in quel periodo un suo conoscente – l’inverno č sempre tremendo. Nell’ultimo inverno, seduto al suo tavolo e avvolto in un panno di lana dalla testa ai piedi, egli lavorava da mane a sera, senza un fuoco che lo riscaldasse, senza concedersi la minima pausa di distrazione. Il suo solo nutrimento era, secondo l’uso locale, il tč mescolato col grasso” (11).
A Calcutta, dove si trasferě per curare la pubblicazione dei suoi lavori, visse isolato come tra i monti del Tibet, perché “si sentiva meglio solo che non fra gli inglesi” (12). Uscirono cosě, nel 1834, Essays towards a Dictionary Tibetan and English e Grammar of the Tibetan Language; nel 1836 Csoma pubblicň una analisi dei testi sacri del buddhismo tibetano, il Kanjur (bKa’-‘gyur, traduzione tibetana dei Sutra) e il Tanjur (bsTan-‘gyur, opere di commento ai Sutra, trattati di maestri buddisti, grammatiche, lessici ecc.) (13). Tra le altre cose, Csoma pubblicň anche un Sanskrit-Tibetan Vocabulary, che č la traduzione inglese del Mahâvyutpatti, compendio di terminologia buddhista del secolo IX.
Recatosi nel Bengala settentrionale per approfondire lo studio delle lingue dell’India e ritornato poi a Calcutta dove assunse l’incarico di bibliotecario presso la Societŕ Asiatica, nel febbraio del 1842 decise di rimettersi in viaggio per l’Asia centrale, attraversando il Tibet. Confidava di poter entrare a Lhasa e di esplorarne le biblioteche, dove, secondo quanto gli avevano detto i lama dello Zangskar, venivano custoditi antichi documenti cinesi relativi agli Unni e agli Ujguri. Ripreso dunque il cammino, arrivň nel Terai, una regione paludosa che nessun Europeo poteva attraversare senza mettere a rischio la propria salute: trascorrervi una notte comportava con certezza un pericoloso attacco di febbre malarica. Giunto febbricitante a Darjeeling, stazione britannica di confine, Csoma non volle sottoporsi ai rimedi del dottor Campbell (14) e morě all’alba dell’11 aprile 1842.
I resti mortali di Sandor Körösi Csoma riposano in una tomba alle falde dell’Himalaya; ma il suo ricordo č vivo, oltre che in Transilvania e in Ungheria, in tutto il mondo buddhista. Nei monasteri tibetani “egli viene menzionato da quei sacerdoti ed č conosciuto sotto il nome di Skendher bheg” (15); in Viet-nam č noto sotto il nome di Bo-tât Csoma; in Giappone l’universitŕ buddhista di Taisho gli riconobbe il rango di busatsu, cioč di bodhisattva, mentre il Museo Nazionale di Tokyo gli dedicň una statua, completamente restaurata nel 1992.
Sámuel Kónya, che dal 1790 al 1845 fu maestro elementare nel villaggio transilvano di Kőrös, compose in onore di Csoma questa poesia, che č stata imparata da generazioni di scolari: “O Dio santo degli eserciti, - Padre santo delle grazie - Che hai la cura d’ogni cosa: - Il potere tuo soccorre - Quelli che hanno il cuore puro. - Chi il Tuo santo nome onora, - Tu lo aiuti a stare in piedi, - Lo sollevi dalla polvere. - Ce lo attesta Sándor Csoma, - Conterraneo venerato, - Che sacrifica la vita - Per la gente sua, volendo - Informar la nostra gente - Sull’origine degli avi”.






1. Gustavo Benavides, Giuseppe Tucci and Fascism, in AA. VV., Curators of the Buddha. The study of Buddhism under colonialism, edited by Donald S. Lopez, Jr., The University of Chicago Press, Chicago and London 1992, p. 182).
2. I Székely (it. Siculi) sono una popolazione di 350.000-400.000 anime insediata sui Carpazi orientali che dichiara di discendere dagli Unni.
3. Hegedüs Sámuel, “Pesti Hírlap”, 27 ottobre 1842; ora in: Terjék József (a cura di), Emlékek Körösi Csoma Sándorról, Körösi Csoma Társaság – Magyar Tudományos Akadémia Könyvtára, Budapest 1984, p. 181.
4. Ervino Baktay, Alessandro Csoma di Körös. Nel centenario della sua morte, “Corvina. Rassegna italo-ungherese”, a. V, n. 4, aprile 1942, p. 203. I
5. Alphabetum Tibetanum, studio et labore, Fr. Augustini Antonii Georgii, Romae 1762.
6. E. Baktay, op. cit., p. 205.
7. G. E. Gerard, Lettera a W. Fraser (Sabathu, 21 gennaio 1829), in: Terjék J. (a cura di), op. cit., pp. 95-96.
8. J. Terjék, Collection of Tibetan MSS and Xylographs of Alexander Csoma de Körös, Magyar Tudományos Akadémia Könyvtára, Budapest 1976, pp. 21-29.
9. E. Baktay, op. cit., p. 206.
10. E. Baktay, op. cit., p. 209.
11. G. E. Gerard, cit, in: Terjék J. (a cura di), op. cit., p. 95.
12. E. Baktay, op. cit., p. 211.
13. A. Csoma de Körös, Analysis of Kanjur and Tanjur, “Asiatic Researches”, vol. XX, Calcutta 1836. Trad. in francese con emendazioni da L. Feer in “Annales du Musée Guimet”, t. II, paris 1881.
14. Il dottor Archibald Campbell, sovrintendente e agente del governo britannico a Darjeeling, redasse sugli ultimi giorni di Csoma un’ampia relazione che si trova riprodotta in: Theodore Duka, Life and works of Alexander Csoma de Körös, Manjusri Publ., New Delhi 1972, pp. 145-154.
14. Kálmán Ternay, Alessandro Körösi Csoma scopritore magiaro del Tibet misterioso, “Convivium”, n. 5, 1951, p. 728.


da "Eurasia", 1/2006

Inserita il 21/04/2008 alle 17:41:49      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico