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I letterati e l'indio americano

Gli Stati Uniti sono incrollabili e grandi,
(…) Siete ricchi,
voi che Denaro e Forza sugli altari scolpite
(…)
Ma l’America nostra che nutriva poeti
fino dai tempi antichi di Netzhualcoyotl,
(…)
l’America del grande Montezuma, dell’Inca,
(…)
è viva, e sogna, e pulsa, è la figlia del Sole:
non lo dimenticate che l’America è viva!
(…)
E a voi che tutto avete, manca una cosa: Dio!
Rubén Darío, A Roosevelt




Dietro la maschera degli dèi aztechi: la dottrina Monroe

Amputato dei suoi territori settentrionali (Texas e California), sconvolto da continui disordini, politicamente ingovernabile per la spaccatura che separava l’oligarchia terriera dalla borghesia liberale, a metà del XIX secolo il Messico era immerso in una grave crisi strutturale. Nel 1858 il governo liberale di Benito Juárez, che si era insediato a Vera Cruz, si contrappose al presidente eletto, il generale conservatore Miramón; sconfitti dai liberali, che erano riusciti a impadronirsi di Città del Messico, i conservatori sollecitarono un intervento europeo. Nel 1862 una spedizione anglo-franco-spagnola occupò Vera Cruz; nell’anno successivo la Francia di Napoleone III, desiderosa di recuperare nel Messico quell’influenza che aveva perduta nel 1803 cedendo la Louisiana a Jefferson, occupò la capitale messicana ed organizzò un plebiscito che sancì la nascita della monarchia e l’ascesa dell’arciduca Ferdinando Massimiliano d’Absburgo, fratello di Francesco Giuseppe, sul trono del Messico.
Accompagnato dalla moglie Carlotta, figlia di Leopoldo re del Belgio, Massimiliano partì il 14 aprile 1864 dal suo castello di Miramar presso Trieste per andare a regnare sul neonato “impero del Messico”. Ma i liberali, capeggiati da Juárez e appoggiati dagli Stati Uniti, passarono alla riscossa ed obbligarono i Francesi a ritirarsi. A nulla valse il disperato tentativo della sposa di Massimiliano, la quale tornò in Europa per supplicare Napoleone III di restituire al Messico il presidio francese; ricevutone un rifiuto, si rivolse anche al Papa, ma anche questo passo fu inutile, sicché Carlotta irrimediabilmente impazzì. Così Juárez poté costringere Massimiliano a ritirarsi coi suoi pochi fedeli a Queretaro, dove il 19 giugno 1867 venne fucilato.
Undici anni dopo la morte di Massimiliano, da una visita di Giosue Carducci al castello di Miramar nasce un’ode in saffiche barbare (Miramar) che rievoca la partenza di Massimiliano per l’oltreatlantica “Spagna degli Aztechi”. Il poeta immagina che la partenza dell’Absburgo venga accompagnata da un presagio sinistro: le vecchie fate dell’Istria o le anime dei marinai veneti morti in battaglia cantano una lugubre nenia, mentre sull’imbarcatoio la sfinge di pietra assume davanti a Massimiliano diversi aspetti: quello di Giovanna la Pazza (1479-1555), che impazzì per la morte del marito Filippo il Bello come di lì a poco impazzirà Carlotta; quello di Maria Antonietta, decapitata nel 1793; e infine quello di Montezuma, il re azteco ucciso nel 1520 dagli Spagnoli al seguito di Fernando Cortés. Quindi la fantasia del Carducci inserisce nel canto la maledizione di Huitzilopochtli, il dio che dal suo tempio messicano annusa il sangue della prossima vittima: “Tra boschi immani d’agavi non mai – mobili ad aura di benigno vento, - sta ne la sua piramide, vampante – livide fiamme – per la tenèbra tropicale, il dio – Huitzilopotli, che il tuo sangue fiuta, - e navigando il pelago co ‘l guardo – ulula: Vieni”.
Per il Carducci il corso degli eventi storici è governato da una misteriosa forza immanente, una sorta di Nemesi che tutela l’ordine e l’equilibrio delle cose. Come Eugenio Napoleone trafitto dalla zagaglia degli Zulù paga il fio del colpo di Stato del 2 dicembre 1851 fatto da suo padre Napoleone III (In morte di Napoleone Eugenio), così Massimiliano d’Absburgo sconta a Queretaro le colpe degli avi, sicché il poeta può attribuire al nume azteco queste parole: “Quant’è che aspetto! La ferocia bianca – strussemi il regno ed i miei templi infranse: - vieni, devota vittima, o nepote – di Carlo quinto”. Non dunque gli Absburgo malati o smaniosi di potere, ma il giovane Massimiliano fiorente di bellezza e di vigore è la vittima espiatoria prescelta dalla feroce divinità azteca, sicché i mani di Guatimozino, ultimo imperatore del Messico, non potranno ricevere offerta sacrificale più degna: “Non io gl’infami avoli tuoi di tabe – marcenti o arsi di regal furore; - te io voleva, io colgo te, rinato – fiore d’Absburgo; - e a la grand’alma di Guatimozino – regnante sotto il padiglion del sole – ti mando inferia, o puro, o forte, o bello – Massimiliano”.
Riprendendo le indicazioni proposte da Károly Kerényi, che al “mito genuino” sgorgato spontaneamente dalle profondità dello spirito umano ha contrapposto il “mito tecnicizzato” elaborato in maniera interessata per servire a uno scopo ben preciso di natura politica (1), Furio Jesi considerava la manipolazione del mito una prerogativa caratteristica di quella “cultura di destra” che, a suo parere, avrebbe avuto i suoi esponenti di spicco in Eliade, Evola, D’Annunzio, Pirandello e… Liala (2). Orbene, se per rappresentare degnamente la “cultura di destra” bastasse essere “manipolatori” di miti ed “atteggiarsi efficacemente a veggenti” (3), chi più del Vate della Terza Italia meriterebbe di essere ascritto a tale corrente? E invece Carducci non è per nulla un esponente della “cultura di destra”, anche se “nel classicismo democratico, anticlericale, massonico e nazionalista, monarchico e bellicista di Carducci convivono molte anime” (4). E tuttavia è fuor d’ogni dubbio che in Miramar abbiamo un caso esemplare di “tecnicizzazione del mito”, poiché Huitzilopochtli e Guatimozino non sono altro che finzioni poetiche, maschere dietro le quali si nascondono realtà niente affatto numinose e sacrali, ma profane e volgari: l’imperialismo statunitense e la dottrina Monroe. Quest’ultima, enunciata il 2 dicembre 1823, era stata violata dall’invio delle truppe francesi nel Messico; e l’Unione non avrebbe mai riconosciuto il governo di Massimiliano, anzi, si sarebbe opposta con ogni mezzo alla presenza di truppe europee sul territorio dell’America, “probabilmente reso sacro dalla presenza degli Stati Uniti stessi” (5).

La rinascita degli dèi aztechi come metafora della rivolta autoctona

Nei Letterati e lo sciamano, che è una rassegna storica dell’immagine dell’aborigeno del Nuovo Mondo quale essa via via appare nelle opere letterarie ed etnologiche degli scrittori europei e nordamericani, Elémire Zolla dedica poco più di una mezza pagina a David Herbert Lawrence (1885-1930), narratore inglese che “percepì la presenza dell’Indiano oltraggiato nello spirito della terra americana, nella strana brutalità che ne emerge” (6). Zolla cita The Hopi Snake Dance (uno dei racconti di Mornings in Mexico), in cui Lawrence “giunse al cuore della vita indiana, centrata sul sole, fonte vivente della vita” (7); ma stranamente non fa alcuna menzione di The Plumed Serpent, che Lawrence scrisse in Messico tra il 1923 e il 1925 e pubblicò nel 1926.
The Plumed Serpent, che fu tradotto in italiano nella prima metà degli anni Trenta da Elio Vittorini, quando per lui gli Stati Uniti non erano ancora diventati “una grande metafora di libertà e di futuro” (8). È “il romanzo dell’antidoto al volontarismo, all’americanismo” (9), poiché gli indios di Lawrence “rappresentano tutto quello che evade dai confini della moderna civilizzazione” (10). È la storia di una vedova irlandese quarantenne, Kate Leslie, la quale in Messico incontra due uomini: il generale Don Cipriano, un indiano puro che ha studiato a Oxford e l’archeologo e storico Don Ramón. Identificandosi rispettivamente con Huitzilopochtli e con Quetzalcoatl, i due aspirano a far rivivere l’antica religione azteca, convinti che solo la rinascita degli dèi autoctoni possa salvare il loro popolo. Non solo il Messico, ma tutto il continente americano è infatti precipitato nella decadenza da quando ha avuto luogo “l’esodo immane verso il Nuovo Mondo, l’esodo di tutte le anime esaurite verso il regno della democrazia senza Dio” (p. 123), da quando “uomini d’ogni colore e d’ogni razza, (…) quelli cui era venuto a mancare l’impulso di Dio, (…) accorrevano al grande continente della negazione, dove la volontà umana si dichiara ‘libera’ per opprimere e annientare l’anima del mondo” (ibidem). Attratta e affascinata da un’atmosfera impregnata di psichismo arcaico, Kate accetta di assumere il ruolo della dea Malintzi sposando Don Cipriano; ma ben presto avvertirà una sorta di orrore nei confronti nell’ambiente e si risolverà di tornare in Irlanda. All’ultimo momento, però, cambierà idea e resterà in Messico.
Don Cipriano e Don Ramón sono una proiezione dell’Autore, così come Kate Leslie rispecchia sua moglie Frieda von Richtofen ed altre figure del romanzo riflettono personaggi realmente esistiti. Don Ramón, in particolare, sarebbe la trasposizione letteraria di José Vasconcelos, il “Ministro a cavallo” che negli anni Venti andava a controllare di persona come veniva applicato presso le tribù indiane del Messico il programma governativo di istruzione popolare. Ma non in questo risiede l’interesse di The Plumed Serpent, che, “inteso alla rappresentazione d’un propugnato ritorno alle manifestazioni di vita indiana da contrapporre all’americanismo” (11), nelle intenzioni di Lawrence “doveva essere il romanzo dell’illusione in un potenziamento del mondo indiano, indigeno, dell’America autoctona, anteriore alla nuova America, all’America posteriore all’invasione europea” (12).
Alla protagonista del romanzo, la nuova America appare come “un immenso continente di morte, la suprema negazione opposta al Sì dell’Europa, dell’Asia e perfino dell’Africa. Era il grande crogiolo dove gli uomini dei continenti positivi venivano di nuovo posti a fondere, e non per una nuova creazione, ma per raggiungere l’omogeneità della morte? Era il gran continente del disfacimento e quelli che l’abitavano erano gli operai della mistica distruzione! (…) Era il grande continente della morte, e distruggeva tutto quello che gli altri continenti avevano edificato? Era abitato da uno spirito che voleva cavar fuori gli occhi dal volto di Dio? Era questa l’America?” (p. 123).
Contro la barbarie della nuova America, Lawrence intravede la possibilità di un’alternativa: la riscossa dell’America indigena. In Messico, circa metà della popolazione è costituita di Indiani puri; “poi c’è una piccolissima percentuale di spagnoli e altri stranieri. E infine c’è la massa di sangue misto, ch’è la maggioranza. E questi dal sangue misto sono i messicani veri e propri” (p. 105). Dai discendenti dei conquistadores non ci si può aspettare nulla, perché sono svuotati di ogni energia: “una razza soggiogata, se non le si innesta una nuova ispirazione, lentamente succhia il sangue dei conquistatori nel silenzio della sua notte e con la pesantezza della sua volontà priva di speranza. È così che ora nel Messico la razza dei conquistatori è molle e disossata” (p. 125). I possidenti messicani sono perciò una classe di vigliacchi: “Tutti desiderano l’intervento degli Stati Uniti. Odiano gli americani, ma desiderano l’intervento degli Stati Uniti per la salvezza del loro denaro e delle loro proprietà” (p. 155). Parlando ai suoi soldati, Don Cipriano fa dunque appello al sangue di Montezuma: “Il Messico è pieno di gringos. Abbiamo lasciato che venissero. E ora bisogna lasciarli restare. Come potremmo mandarli via? (…) Ma non abbiamo ancora perduto il Messico. Non ci siamo ancora perduti. Noi siamo il sangue dell’America, siamo il sangue di Montezuma” (p. 469).
Ma la riscossa del Messico non può aver luogo senza il risveglio degli antichi dèi e la distruzione della religione cristiana imposta dagli stranieri. Don Ramón “dice di voler stabilire un nuovo rapporto tra il popolo e Dio” (p. 235) e lo stesso presidente della repubblica, Montes, che “non aveva simpatia per la Chiesa e già meditava di espellere dal Messico tutti i preti stranieri” (p. 349), parlando con Don Cipriano approva il progetto di Don Ramón: “Io voglio salvare il paese dalla miseria e dall’oscurantismo, lui vuol salvarne l’anima” (p. 265). Dall’idea di Don Ramón nasce un movimento popolare che, propagandosi in tutto il paese, provoca un vero e proprio scontro religioso. “L’Arcivescovo si era dichiarato contro, e Ramón e Cipriano e i loro seguaci erano stati scomunicati. S’era anche attentato alla vita di Montes. I partigiani di Quetzalcoatl avevano trasformato la chiesa di San Giovanni Battista, a Città del Messico, in Casa Metropolitana di Quetzalcoatl, e il popolo la chiamò la chiesa del Salvatore Nero (…) Le strade erano percorse da bande vestite delle serapes bianche e azzurre di Quetzalcoatl, o di quelle rosse e nere di Huitzilopotli, che marciavano al suono dei tom-tom (…) Nelle chiese i preti incitavano i fedeli alla guerra santa, mentre altri preti convertitisi a Quetzalcoatl arringavano la folla nelle piazze. (…) In seguito Montes dichiarò illegale la Chiesa Cattolica nel Messico e promulgò una legge che proclamava religione nazionale della Repubblica quella di Quetzalcoatl” (pp. 534-535).

Il sogno dell’impero inca

“L’importanza dell’opera di Lawrence è enorme, incalcolabile”, scrisse nella prefazione a L’homme qui connut la mort Pierre Drieu La Rochelle (1893-1945), “uno dei pochissimi intellettuali francesi di ieri e di oggi che abbia compreso D.H. Lawrence” (13). “Buon Europeo” al pari di Lawrence, anche Drieu denunciò la decadenza dell’Europa e il pericolo americano; ma, diversamente da Lawrence, Drieu ripose nel Terzo Reich la speranza della nascita di un’Europa unita e forte, sicché nel 1943 vide naufragare le proprie aspettative. La delusione dello scrittore francese ispira L’homme à cheval (14), il suo penultimo romanzo, che appare in quello stesso anno presso Gallimard. La trama, suggerita a Drieu da una conversazione avuta undici anni prima con Borges a Buenos Aires, è abbastanza semplice. Nella Bolivia del 1868 il capitano Jaime Torrijos elimina il vecchio dittatore reazionario e si impadronisce del potere, che deve difendere contro gli intrighi del clero cattolico e della massoneria. Successivamente Jaime concepisce il disegno grandioso di ridare vita all’impero inca attraverso l’unione politica di Bolivia, Perù e Cile, ma l’esercito boliviano viene sconfitto da una coalizione militare cileno-peruviana. Accompagnato dai suoi seguaci, tra i quali svolge un ruolo di consigliere il musico-teologo Felipe, deuteragonista del romanzo, Jaime raggiunge il lago Titicaca; lassù, in un antico santuario inca, immola il proprio cavallo in un rito sacrificale. Quindi s’avvia a piedi, da solo, verso l’Amazzonia, dove gl’Inca si erano rifugiati quattro secoli prima.
Nelle vene del giovane ufficiale di cavalleria scorre il sangue dei guerrieri inca, misto a quello dei conquistatori spagnoli; perciò, alla domanda se si consideri spagnolo o indio, egli risponde: “Sono sudamericano” (p. 219). In gran parte del Sudamerica è difficile dire se si è indiani o spagnoli, sicché Jaime può proclamare: “Io sono un meticcio e, a cominciare da me, in Bolivia avrete sempre dei meticci per capi. È come dire che il sangue indiano finirà per trionfare” (p. 184). A determinare il senso di identità non è tanto l’origine razziale, quanto l’appartenenza ad un ambiente dominato dal genius loci: “Non è questione di sangue, è l’aria del paese. Ora su questi altipiani, noi, venuti da un luogo così diverso, respiriamo da trecento anni la stessa aria degli Indiani” (p. 78). Lo stesso concetto viene ribadito da Felipe: “Io non ho una goccia di sangue indiano. Ma si può vivere dopo una serie di generazioni su un suolo senza essere conquistati dagli spiriti di questo suolo?” (p. 81). Jaime può dunque enunciare il suo progetto politico solo nei termini seguenti: “Voglio rinnovare il popolo indiano. Come uomo di Stato voglio questo, che è inevitabile. Il sangue spagnolo non è ormai quasi più nulla nell’America del Sud. Sarà affogato. La razza indiana rinascerà dal colpo terribile che ha ricevuto, si adatterà, assimilerà la vita dei suoi antichi vincitori. Uscirà dalla sua pigrizia, che è quella di un malato, di un convalescente” (p. 191).
In ogni caso, è l’eredità spirituale degli Inca ad animare l’azione di Jaime Torrijos. “È il grandioso, splendente mito inca, che Torrijos vuole rigenerare, conferendo così rinnovata dignità ed autorità ad un decaduto popolo sudamericano rammollitosi nell’oppressione e nello spregio arrecato al suo glorioso passato dai nuovi dominatori. Bisogna che questa umiliata, calpestata massa amorfa riscopra le sue radici, la sua dignità di sangue, affinché possa infine scuotersi e reagire agli oppressori” (15).
Secondo il progetto di Jaime, tale rigenerazione doveva avvenire nel quadro dell’edificazione di un impero: occorreva “distruggere gli oligarchi, svegliare gli Indiani e rifare l’impero inca” (p. 114). Ma che significa impero? Come scrive lo stesso curatore dell’edizione italiana del romanzo di Drieu, “ciò che contraddistingue e qualifica l’impero rispetto alle altre costruzioni politiche, o più precisamente geopolitiche, sembra essere (…) la funzione equilibratrice che esso tende ad esercitare nello spazio che lo delimita. (…) La funzione regolatrice assolta dall’impero trova la propria ragion d’essere, oltre che nella coscienza del comune spazio abitato, soprattutto nella comune visione spirituale, seppur variamente intesa ed espressa nelle culture delle differenti popolazioni dell’impero” (16).
Se Jaime avesse conquistato il Cile e il Perù e li avesse aggregati alla Bolivia, “tutte queste repubbliche non sarebbero più delle piccole province frivole e piacevoli, ma costituirebbero un impero, qualcosa che strappa gli uomini da loro stessi” (p. 222). Drieu affida al teologo Felipe il compito di enunciare la necessità dell’unità continentale: “Noi eravamo di quelli, Jaime ed io, che hanno bisogno della loro patria e di altre patrie ancora” (p. 217-218). E ancora: “Che cos’è un palazzo boliviano per chi ha sognato l’America? La patria è amara per chi ha sognato un impero. Che cos’è per noi una patria, se non una promessa d’impero?” (p. 231)
D’altronde i tipi eroici evocati come paradigmi ideali dal personaggio di Jaime Torrijos sono proprio i grandi costruttori d’imperi: “Ho pensato (…) ad Alessandro, a Gengis, a Tamerlano, a quelli che hanno oltrepassato tutte le speranze, a quelli che hanno unito due continenti; io, io mi sarei accontentato della metà d’un continente” (p. 222). Ma vi sono anche altri modelli, europei e sudamericani, ai quali il capitano Jaime paragona se stesso: “Forse anch’io sono in anticipo di un secolo, come Lopez e Rozas, come Bismarck e Napoleone” (p. 215). Più che a questi personaggi, “l’uomo a cavallo” larochelliano, coi suoi cavalleggeri indios, potrebbe indurci a pensare ad Ungern Khan, l’“eurasiatista a cavallo” che avrebbe voluto guidare i mongoli della sua Divisione Asiatica di Cavalleria alla conquista di un impero nel cuore dell’Eurasia.
Il sogno di Jaime è sfumato come quello di Ungern. Resta la predizione di Felipe: “Il tempo degli imperi verrà; consolati, Jaime” (p. 235).



1. Károly Kerényi, Dal mito genuino al mito tecnicizzato, in Atti del colloquio internazionale su “Tecnica e casistica”, Roma 1964, pp. 153-168; Idem, Il rapporto con il divino, Einaudi, Torino 1991, p. 117 e sgg.
2. Furio Jesi, Cultura di destra, Garzanti, Milano 1979.
3. Furio Jesi, Mito, Isedi, Milano 1973, p. 81.
4. Alberto Asor Rosa, Storia d’Italia, IV, Dall’Unità a oggi, Einaudi, Torino 1975, p. 795.
5. Agostino degli Espinosa, Imperialismo U.S.A., Augustea, Roma 1932, pp. 199-200.
6. Elémire Zolla, I letterati e lo sciamano, Bompiani, Milano 1978, p. 247.
7. Ibidem.
8. David Herbert Lawrence, Il serpente piumato, Traduzione di Elio Vittorini, Mondadori, Milano 1935. Le mie citazioni fanno riferimento alla IV ristampa degli Oscar Mondadori, giugno 1975. – Alcuni anni dopo aver tradotto The Plumed Serpent, nel 1942, Elio Vittorini pubblicò presso Bompiani l’antologia Americana. È stato detto che per Vittorini e per coloro che lo affiancarono in questa iniziativa in qualità di traduttori (tutti più o meno gravitanti nell’orbita del Partito Comunista clandestino) “la letteratura americana contemporanea (…) diventò una sorta di bandiera; e fu anche e forse soprattutto come un implicito manifesto di fede antifascista che Vittorini concepì e realizzò la sua antologia. L’America doveva risultare anche per i lettori, come era per lui, una grande metafora di libertà e di futuro” (Giovanni Raboni, E un giorno la sinistra si risvegliò americana. Sessant’anni fa la mitica antologia di Vittorini smontò l’idea fascista sugli Usa “Impero del Male”, “Corriere della sera”, 24 settembre 2002, p. 35).
9. Piero Nardi, Introduzione a: D. H. Lawrence, op. cit., p. 18.
10. Franz Altheim, Romanzo e decadenza, Settimo Sigillo, Roma 1995, p. 68.
11. Piero Nardi, op. cit., p. 19.
12. Piero Nardi, op. cit., p. 18.
13. Fabrice Valclérieux, Le roman de la résurrection païenne, “Éléments” , n. 16, giugno-agosto 1976, p. 34.
14. Pierre Drieu La Rochelle, L’uomo a cavallo, Il Sigillo, Venezia 1978. – Drieu scrive nel Diario, in data 8 febbraio 1943: “Sto per pubblicare L’Homme à cheval, scritto fra i primi mesi dell’anno e l’agosto”. E in data 15 marzo: “Quanto vale L’Homme à cheval? Tra poco uscirà, e l’eterna delusione tornerà nel mio cuore che pure non se ne cura” (P. Drieu La Rochelle, Diario 1939-1945, Il Mulino, Bologna 1995, pp. 331 e 341.
15. Moreno Marchi, Drieu La Rochelle. Una bibliovita, Settimo Sigillo, Roma 1993, p. 46.
16. Tiberio Graziani, Prefazione a: Claudio Mutti, Imperium. Epifanie dell’idea di Impero, Effepi, Genova 2005, pp. 8-9.




Inserita il 15/03/2008 alle 11:52:44      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico