PAGINA INIZIALE
................................
  ARTICOLI E SAGGI
................................
  POLEMICHE
................................
  INTERVISTE
................................
  RECENSIONI
................................
  BIBLIOGRAFIA
................................
  [ admin ]
Il bambino e l'acqua sporca

Noi non “conserviamo” nulla, non vogliamo neppure regredire in alcun passato, non siamo assolutamente “liberali”, non lavoriamo per il “progresso”, non abbiamo bisogno di tapparci le orecchie contro le avveniristiche sirene del mercato (…) No, noi non amiamo l’umanità: e d’altro canto siamo ben lontani dall’essere “tedeschi” abbastanza, nel senso in cui oggi ricorre la parola “tedesco” nell’uso comune, per metterci dalla parte del nazionalismo e dell’odio di razza, per poter provare gioia della rogna al cuore e del sangue inquinato delle nazioni, a causa dei quali oggi, in Europa, popolo contro popolo si guarnisce di frontiere e di sbarramenti come fossero quarantene (…) Noi siamo, in una parola – e deve essere, questa, la nostra parola d’onore! – buoni Europei, gli eredi dell’Europa, i ricchi, stracolmi, ma anche negli obblighi, smisuratamente ricchi eredi d’un millenario spirito europeo.
(F. Nietzsche, La gaia scienza, 377)


Nel secondo paragrafo del suo intervento (1) Costanzo Preve ha formulato in maniera organica e sostanzialmente fedele l’opinione che avevo avuto occasione di esprimergli commentando i risultati referendari francese e olandese: “per opporsi all’egemonismo (…) americano è necessaria oggi una forte unione (…) di tipo geopolitico continentale; in caso contrario la ‘massa critica’ oppositiva di tipo economico, diplomatico e militare sarebbe troppo piccola; per questa ragione ogni ritorno al localismo, al micronazionalismo, alle ‘piccole intese’, eccetera, deve essere considerato negativamente, come fuorviante e ritardante; per questa ragione, allora, i pronunciamenti antieuropei di Francia e Olanda sono negativi, o quanto meno ambigui ed ambivalenti”.
Ambiguità ed ambivalenza sono esattamente le caratteristiche di una posizione che, dal mio punto di vista, può essere rappresentata dal modo di dire metaforico “gettar via il bambino con l’acqua sporca”. Acqua sporca, sporchissima, è infatti l’ideologia neoliberale che ispira il documento oligarchico denominato col titolo mendace di “costituzione europea”, ma prodotto da “padri costituenti” ai quali nessuno ha mai conferito nessun mandato; acqua inquinata e velenosa è la posizione occidentalista recepita da tale pseudocostituzione, che vorrebbe vincolare la difesa europea all’Alleanza Atlantica e alla NATO. Per questo, e non solo per questo, è fuor d’ogni dubbio che la cosiddetta “costituzione europea” meritava di essere sonoramente bocciata.
Ma nel voto francese e olandese si sono anche manifestate, forse più che non il rifiuto dell’occidentalismo e del neoliberismo, anche diffusi e consistenti orientamenti euroscettici, alimentati da sentimenti piccolo-nazionalisti, etnismi e localisti: in una parola, una complessiva tendenza di ostilità nei confronti del processo stesso di unificazione dell’Europa. Tra le motivazioni del NO francese e olandese che sono emerse con maggior chiarezza, vi è stata infatti l’opposizione alla cosiddetta “Europa allargata”, cioè all’ingresso di altri paesi europei in una Unione che non potrà dirsi realmente Europea finché non sarà arrivata, come minimo, a comprendere Bucarest e Sofia.
Il pericolo dunque è che il voto francese e olandese, date le idiosincrasie antieuropee che esso ha sintetizzate nel NO, vada a rafforzare le posizioni micronazionaliste e localiste diffuse un po’ in tutta Europa, attribuendo credito al fantasma dello Stato nazionale, alimentando la chimera delle “piccole patrie” intese come piccole entità politiche, rinfocolando il tribalismo etnico e facendo apparire come alternative al mondialismo e alla globalizzazione opzioni irrealistiche che alternative non sono affatto, anzi. D’altronde, che il ruolo delle formazioni politiche localiste sia oggettivamente funzionale alla strategia dell’imperialismo statunitense, risulta ben chiaro non solo da quanto teorizzato a suo tempo dalla Kissinger Agency, ma anche dalla proposta che è stata avanzata qualche mese fa da un ministro lumbard: la proposta di rinunciare alla moneta unica europea per tornare alla lira… agganciandola al dollaro!
Che il rischio isolazionista preannunciato dal voto francese e olandese sia un rischio reale, lo ha ulteriormente dimostrato la decisione francese di sospendere gli effetti di quel Trattato di Schengen che sembrava un punto definitivamente acquisito nella costruzione dell’unità europea. (Il fatto che tale provvedimento sia stato adottato allo scopo di “combattere il terrorismo” in seguito agli strani attentati di Londra dovrebbe indurre ad approfondire la riflessione sul cui prodest della strategia bombarola e a dedurne indizi, se non prove, circa l’is fecit).
Perciò non mi sembra molto fondato attribuire una qualche importanza alla diagnosi di Glucksmann, secondo cui chi ha votato NO sarebbe “antiliberale e antiamericano”. Certo, una parte dell’elettorato francese che ha votato NO è antiliberale e antiamericana; ma se in Italia si dovesse svolgere un analogo referendum, vedremmo schierata per il NO tutta un’ala del collaborazionismo filoatlantista nostrano. Lo stesso Preve, d’altronde, mette lucidamente a fuoco la situazione italiana quando scrive che “la bandiera della critica a questa Europa non è stata sollevata in Italia da forze potenzialmente eurogolliste (…), ma al contrario da forze fanaticamente e servilmente euroatlantiche”, nonché dalla Lega, “che è localista e sostanzia la sua critica all’Europa con argomenti alla Fallaci contro i musulmani, gli arabi ed i turchi”. Infatti l’islamofobia e la xenofobia (xenofobia antiaraba e antiturca, ma talvolta anche antialbanese, antislava, antiromena ecc.) e il servilismo atlantista sono tra i fattori principali dell’euroscetticismo, sicché alla fin dei conti non esiste nessuna sostanziale differenza tra lo pseudoeuropeismo del Presidente superbanchiere e l’antieuropeismo di coloro che lo hanno fischiato a Strasburgo. Del tutto ragionevole è quindi la previsione secondo cui le oligarchie euroatlantiche non avranno nessuna difficoltà a far concessioni ai localisti euroscettici in materia di “donne velate, arabi barbuti e turchi baffuti”, così come appare del tutto scontato lo scenario relativo ai “sindacalisti pagliacci”: non saranno certamente gli attivisti della coalizione guidata da Prodi a turbare i sonni delle oligarchie euroatlantiche.
Più problematico mi sembra invece il terzo scenario prospettato da Preve, quello in cui “gli eurogollismi nazionali potenziali” vengono presentati come “l’unico vero nemico potenzialmente pericoloso” dell’euroatlantismo.
Quarant’anni fa Jean Thiriart diceva che “il pensiero gollista è corretto, ma, nella dimensione francese, è risibile” (“La Nation Européenne”, settembre-ottobre 1966, p. 5). Nell’approvare l’azione antiamericana di De Gaulle, Thiriart rimproverava al Generale di non essere in grado di concepire un’esportazione del gollismo, ossia di non pensare ad estendere agli altri paesi europei, eventualmente attraverso la creazione di una organizzazione continentale, l’azione politica per la liberazione dell’Europa. A quanto pare, gli eredi francesi di De Gaulle non hanno acquisito una lucidità molto maggiore. Un “eurogollismo” che corrispondesse al contenuto semantico attribuitogli da Preve (“l’idea di una sovranità politico-militare continentale senza e contro gli USA”) dovrebbe, anziché isolare la Francia dall’area di Schengen per compiacere l’elettorato di Le Pen, patrocinare la nascita di un movimento politico europeista presente in tutto il continente. Ma a Parigi sembrano molto lontani dalla capacità di concepire un disegno di questo genere. Al massimo, il nuovo primo ministro Dominique de Villepin, insistendo sulla necessità di rilanciare l’unione franco-tedesca, ha confermato la volontà francese di arrivare a una federazione dei due paesi che costituisca lo “zoccolo duro” dell’Europa.
I buoni Europei, se oggi ne esistono, non possono limitarsi a sperare nella riuscita di tale matrimonio, auspicando che i Tedeschi vi rechino in dote quella “vecchia e provata qualità di fare da interpreti e da mediatori dei popoli”, che, secondo Nietzsche (Umano, troppo umano, I, 475), li renderebbe particolarmente adatti a collaborare alla “fusione delle nazioni”; i buoni Europei devono “contribuire con l’azione” all’unità continentale e contrastare i meschini particolarismi nazionali e regionali, nella consapevolezza che ad attizzarli non è certamente “l’interesse dei molti (dei popoli), come pure si dice, bensì innanzitutto l’interesse di determinate dinastie regnanti e poi quello di determinate classi del commercio e della società” (ibidem). A distanza di centoventi e passa anni, le parole del grande Inattuale sono più attuali che mai: dinastie (soprattutto economiche) e classi (soprattutto politiche) cospirano ancora contro la nascita dell’Europa. E tra gli strumenti di cui esse fanno uso c’è anche quello che oggi viene chiamato euroscetticismo: una sottospecie di particolarismo che “è nella sua essenza uno stato d’emergenza e d’assedio (…) e ha bisogno di astuzia, menzogna e violenza per mantenersi in credito” (ibidem).
Sono d’accordo con Preve: l’Europa di Bruxelles è “l’orribile Europa dei burocrati neoliberali”. Ma questa orribile Europa rappresenta quanto meno uno straccio di unità; e nessuno può garantire che gli strumenti creati dai burocrati rimangano in eterno nelle loro mani. Il caso dell’euro, diventato concorrenziale nei confronti del dollaro, costituisce un esempio di quanto sto dicendo.
Una cosa comunque è certa. In Italia e altrove, come Preve stesso riconosce, questa orribile Europa ha i propri nemici in “forze fanaticamente e servilmente euroatlantiche”. Che fare, dunque?
La prima cosa da fare, sarebbe cominciare a gettare le basi per la formazione dei quadri di un movimento continentale che agisse per l’unità politica dell’Europa, in relazione solidale con tutte quelle forze politiche (governi, partiti, gruppi ecc.) che negli altri grandi spazi dell’Eurasia lottano per la nascita di un blocco eurasiatico capace di porre termine al tentativo statunitense di conquista del mondo. Solo un movimento politico strutturato su scala europea potrebbe avere la forza necessaria per sviluppare, nei confronti dell’Europa dei burocrati e dei tecnocrati, un’opposizione di segno algebrico opposto a quella degli euroscettici, un’opposizione cioè che sia finalizzata sì a buttar via l’acqua sporca del neoliberismo, ma anche a salvare il bambino europeo, per curarlo, riplasmarlo ed infondergli un’anima migliore.

(1) Costanzo Preve, I referendum sulla "costituzione europea" (Dibattito: Che farne dell'Unione Europea?), "Eurasia. Rivista di Studi Geopolitici", a. II, n. 3, ott.-dic. 2005.

Inserita il 15/10/2006 alle 18:08:56      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico