PAGINA INIZIALE
................................
  ARTICOLI E SAGGI
................................
  POLEMICHE
................................
  INTERVISTE
................................
  RECENSIONI
................................
  BIBLIOGRAFIA
................................
  [ admin ]
Democrazia e talassocrazia

Mentre Atene conduceva con successo l’azione contro la Persia, al suo interno si sviluppavano i germi democratici contenuti nella costituzione di Clistene. Nel 487/486 la tendenza radicale ispirò una riforma che riduceva l’arcontato a un mero organo amministrativo; un ulteriore incremento di potere derivò al demos dalla riforma militare e dalla riorganizzazione della flotta. “L’onere delle costruzioni venne fatto gravare sui cittadini più ricchi, mentre per l’armamento si dovettero reclutare gli equipaggi fra i teti: sicché fatalmente la legge sulla flotta, che doveva fare di Atene una potenza navale di prim’ordine, portava ad una democratizzazione, se non della costituzione, almeno della vita dello stato” (1). La direzione della marina venne assunta dalla boulé e gli strateghi occuparono una posizione superiore a quella di tutti gli altri magistrati. È vero che spesso gli strateghi appartenevano a famiglie antiche ed insigni, ma essi dovevano sottostare alla volontà del demos, dalle cui file provenivano gli uomini di mare. Inevitabile, dunque, che le richieste di potere del demos fossero direttamente proporzionali all’egemonia marittima di Atene. Con Pericle, “avvenne che il sistema politico diventasse ancor più democratico; egli infatti tolse agli Areopagiti alcune prerogative e soprattutto spinse la città a diventare una potenza navale, sicché ne conseguì che la massa, diventata arrogante, concentrò ancor di più in se stessa tutto quanto il potere politico” (2). Così leggiamo nella Athenaion politeia (Costituzione degli Ateniesi) di Aristotele, secondo il quale l’avere indotto Atene ad accrescere il proprio dominio sul mare e l’aver concesso un’indennità ai giudici furono iniziative demagogiche, tali da favorire la corruzione della polis.
Dopo la morte di Pericle e la crisi che ad essa seguì, “il movimento antidemocratico si sviluppò rapidamente quanto più grave diventava la situazione militare. Esso era stato del resto preparato nel campo del pensiero dalla sofistica, che aveva sottoposto a severe critiche la democrazia, e da Socrate, il quale aveva invocato un governo di uomini competenti, non di funzionarii estratti a sorte: tanto che al tempo di Tucidide uomini colti giudicavano la democrazia come una pazzia” (3). Pazzia generalmente riconosciuta, homologoumene anoia, è infatti la definizione della democrazia attribuita da Tucidide ad Alcibiade (4).
Prima che nella Athenaion politeia aristotelica, il tema del rapporto fra democrazia e talassocrazia era stato abbordato in un opuscolo omonimo (dodici pagine nell’edizione teubneriana di E. Kalinka del 1914) che ci è pervenuto, assieme alla Costituzione degli Spartani, nel corpus delle opere di Senofonte. Però, “come dimostrano sia gli elementi dello stile, sia i riferimenti cronologici, sia l’intenzione ideologica” (5), l’autore di questo pamphlet politico va cercato altrove, tant’è che alcuni hanno creduto di poterlo individuare in Tucidide di Melesia, il capo della fazione oligarchica ostracizzato nel 443, altri nell’oratore e logografo Antifonte di Ramnunte, che guidò il colpo di stato oligarchico del 411, altri addirittura nel capo dei Trenta Tiranni, Crizia. Secondo quest’ultima ipotesi (6), Crizia avrebbe scritto la Athenaion politeia durante il suo esilio in Tessaglia, quando, d’intesa con gli aristocratici ivi al potere, attaccava ogni genere di democrazia e accusava gli Ateniesi delle colpe più gravi (7). Il soggiorno di Crizia in Tessaglia risale agli anni 409-404; però “nulla impedisce di pensare che Crizia scegliesse di ambientare il suo dialogo sul sistema politico ateniese in una situazione storico-politica non immediatamente attuale, ma recente e viva nel ricordo di tutti: quella appunto del predominio marittimo di Atene” (8). Si è anche pensato allo storico Tucidide, poiché l’anonimo autore dell’opuscolo gli si avvicina “non solo per la freddezza del ragionare e per lo sforzo di celare le passioni che pur lo agitano, ma anche in certo senso per la scrittura, volutamente aspra e inconcinna, mirante solo al fatto, senza concessioni alla forma” (9). Se la paternità dello scritto “è un mistero che rimarrà insoluto fino a quando non verrà fuori la prova obiettiva” (10), una cosa appare fuori d’ogni dubbio, ossia che l’autore fu “un aristocratico, seguace convinto del principio che solo dagli aristoi deve essere detenuto il potere, ad evitare imprudenze politiche, foriere di danni per tutti, ricchi e poveri” (11).
A parte la suddetta datazione del 409-404, altri, come Santo Mazzarino, ipotizzano il quinto decennio del V secolo, e altri ancora indicano il 411, anno del colpo di Stato oligarchico. Tuttavia si tende per lo più a far risalire la composizione dell’opera al periodo compreso tra il 429, anno della morte di Pericle, e il 424, anno in cui furono rappresentati i Cavalieri, la satira aristofanea del cretinismo democratico, ossia al periodo in cui il sistema politico ateniese sembrò realizzarsi nei termini di una “dittatura del proletariato” ante litteram, se proprio vogliamo riprendere l’analogia proposta da un filologo tedesco che cercò di interpretare la democrazia moderna sulla base della storia antica (12). L’opera è un dialogo tra due personaggi, che potrebbero essere un Ateniese e uno Spartano; oppure due Ateniesi di orientamento politico diverso: più precisamente, un fuoruscito che si limita ad esprimere una “ovvia condanna dei valori democratici” (13) ed un “Vecchio Oligarca” che con un’analisi fredda e realistica mette lucidamente a fuoco “la coerenza dell’odiato sistema e del suo funzionamento” (14).
L’opuscolo sottopone a un’analisi cruda e spietata l’ordinamento democratico ateniese, del quale vengono evidenziate le caratteristiche salienti: la preminenza e il prepotere della canaglia (i kakoi), l’immoralità e la miseria culturale della classe politica, il dominio dell’incompetenza, l’irresponsabilità eretta a sistema, l’eccessiva libertà concessa a schiavi e meteci, la lentezza e la corruzione dei tribunali, l’edonistica passione per le feste finanziate dal denaro pubblico, l’azione di rapina praticata a danno delle poleis alleate.
Tuttavia, per quanto edificata su fondamenta così perverse, la democrazia ateniese funziona; anzi, è talmente salda che un eventuale colpo di Stato sarebbe condannato al fallimento. Questo perché sono proprio la perversione, la malvagità e l’ignoranza a costituire il fondamento della democrazia: “esse appaiono le necessarie ‘virtù’ di chi vuol governare soltanto per il proprio profitto e la propria ‘libertà’” (15). Il demos infatti è apistos (16), “privo di lealtà”, ma non è affatto alogos, “privo di ragione”, tutt’altro: “la mancanza di fede è per il demos razionale garanzia di dominio. Possiamo dire ingiusti i cattivi che hanno conquistato l’arché, ma nient’affatto incoerenti o ‘irresponsabili’ rispetto al proprio fine. Essi operano bene il malgoverno” (17). Da un’analisi come questa risulta che sarebbe condannato in partenza il tentativo di abbattere la democrazia; mobilitare contro di essa i fuorusciti e tutti coloro che essa ha privato dei diritti non servirebbe a nulla. La talassocrazia è il più forte sostegno della democrazia ateniese.
Quello che l’opuscolo dice sul potere marittimo di Atene “riflette i dibattiti di quel periodo e spiega anche la coincidenza con Tucidide” (18), il quale sottolinea pure lui i vantaggi che ad Atene derivano dal detenere il controllo del mare. “Gran cosa è la talassocrazia!” (Mega gar to tes thalasses kratos), esclama il Pericle tucidideo (19), la cui strategia bellica si fonda sulla supremazia marittima di Atene e sull’inattaccabilità del sistema di fortificazione ateniese. Nel contesto di quel discorso, Pericle intendeva convincere gli Ateniesi che “la signoria del mare è arma sufficiente per la vittoria” (20) e che perciò nel quadro strategico dell’imminente conflitto il territorio dell’Attica rivestiva scarsa importanza. Agli occhi di Pericle, tuttavia, la talassocrazia di Atene non è perfetta, poiché per lui l’ipotesi ideale sarebbe quella di una posizione geografica insulare: “Se fossimo abitatori di un’isola, chi sarebbe più inespugnabile di noi?” (21). Fatto sta che Atene non era un’isola, sicché ogni anno le truppe spartane potevano invadere l’Attica e ne devastavano sistematicamente le colture. La classe dei piccoli contadini, che fino allora aveva “fornito ad Atene non soltanto il nerbo delle sue truppe di opliti, ma costituito anche nell’assemblea un fattore stabilizzante, (…) venne sradicata e costretta ogni anno a cercare per lunghi mesi difesa entro le mura ateniesi, esposta all’impoverimento e alla proletarizzazione. (…) la popolazione rurale venne strappata dai suoi costumi e dalle sue abitudini e andò perduta l’autonomia morale del ceto contadino. Così la classe sociale finora più sana si vide colpita per così dire al cuore” (22).




1 Pietro de Francisci, Arcana Imperii, Bulzoni, Roma 1970, II, 238.
2 Aristotele, Athenaion Politeia, XXVII, 1.
3 Pietro de Francisci, op. cit., p. 249.
4 Thuc., VI, 89, 6.
5 Dario Del Corno, Letteratura greca, Principato, Milano 1995, p. 365.
6 L’attribuzione dell’opuscolo a Crizia, sostenuta da August Boeckh fin dal 1850, è stata discussa da Luciano Canfora in Studi sull’Athenaion Politeia, “Memorie dell’Accademia delle Scienze”, Torino, V, 4, 1980 e in “Quaderni di storia”, 22, 1985, pp. 5-8. Pubblicando una traduzione commentata del testo (Anonimo ateniese, La democrazia come violenza, Sellerio, Palermo 1982), Canfora non faceva propria l’ipotesi di Boeckh, ma qualche anno dopo, in un manuale scolastico (Storia della letteratura greca, Laterza, Bari 1986, p. 305), presentava l’Athenaion politeia come opera di Crizia.
7 “kathaptomenos men demokratias hapases, diaballon d’Athenaious, hos pleista anthropon hamartanontas” (Philostr., Vitae sophistarum, I, 16).
8 Luciano Canfora, Storia della letteratura greca, cit., p. 305.
9 Antonio Garzya, Storia della letteratura greca, Paravia, Torino 1984, p. 177.
10 Raffaele Cantarella, Letteratura greca, S.E.I., Milano-Roma 1961, p. 312.
11 Carlo Del Grande, Storia della letteratura greca, Loffredo, Napoli 1964, p. 224.
12 Hans Bogner, Die verwirklichte Demokratie. Die Lehren der Antike, Hanseatische
Verlangsanstalt, Hamburg 1930.
13 L. Canfora, La democrazia come violenza, cit., p. 47.
14 L. Canfora, ibidem.
15 Massimo Cacciari, Geofilosofia dell’Europa, Adelphi, Milano 2003, p. 51.
16 Thuc., VIII, 70,2.
17 M. Cacciari, op. cit., ibidem.
18 Albin Lesky, Historia de la literatura griega, Gredos, Madrid 1985, p. 483.
19 Thuc., I, 143, 4.
20 Giulia Franchina, Introduzione a: Tucidide, Demegorie di Pericle, Signorelli, Milano
1994, p. 22.
21 Thuc., I, 143, 5.
22 Fritz Schachermeyer, Pericle, Salerno editrice, Roma 2004, p. 281.

Inserita il 13/01/2006 alle 11:52:38      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico