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Un discorso di Mussolini a Parma

A Parma, sulla facciata di quella che fu la scuola elementare "Angelo Mazza", una sbiadita iscrizione lapidaria del 12 luglio 1918 ricorda Cesare Battisti, del quale "squillò la (...) voce incitatrice / nella trepida vigilia". Il 3 novembre del 1914, infatti, l'irredentista trentino aveva tenuto una conferenza nella palestra della scuola, dove nel mese successivo, il 13 dicembre 1914, sarebbe squillata un'altra "voce incitatrice": quella di Benito Mussolini.
Sempre a Parma, nei locali della Camera del Lavoro, si era riunito il 13-14 settembre 1914 il Consiglio Generale dell'Unione Sindacale Italiana, nella quale coabitavano anarco-sindacalisti e sindacalisti rivoluzionari. Il sindacalismo parmense, per quanto attestato su una posizione "saldamente collocata nel filone del più rigoroso internazionalismo proletario" (1), aveva avviato una riflessione problematica e articolata: pur considerando il nazionalismo un'insidia per il movimento operaio e un fattore di rafforzamento per la classe dominante, esso aveva espresso "il rifiuto della pace come valore assoluto e il rifiuto di ogni posizione di equidistanza nelle diverse questioni internazionali" (2). Oltre a ciò, i sindacalisti parmensi avevano introdotto nel dibattito "un elemento assolutamente originale e cioè che si potessero stabilire determinati collegamenti, attorno a un comune obiettivo di progresso, tra la lotta rivoluzionaria delle frazioni più avanzate del movimento operaio e la lotta di liberazione dei popoli oppressi" (3). Così, al Consiglio Generale dell'U.S.I. un ordine del giorno presentato dai sindacalisti rivoluzionari Alceste De Ambris, Filippo Corridoni e Paolo Orano si era pronunciato a favore della Francia, accusando di indegnità i socialisti tedeschi, dominati da "idee di sopraffazione imperialistica", e denunciando i rischi insiti in una politica neutralista. A sostegno di queste tesi erano intervenuti, appellandosi alla "logica rivoluzionaria" e alla necessità di un "avviamento verso la rivoluzione sociale", Tullio Masotti e Michele Bianchi (4). Contro le posizioni rappresentate da De Ambris e Corridoni si era espresso l'anarco-sindacalista Armando Borghi e assieme ad altri delegati. aveva presentato un ordine del giorno che, ribadendo "avversione irriducibile alla guerra e al militarismo", richiamava l'Unione Sindacale all'azione di classe e condannava "ogni esibizione volontaristica". Era stato l'ordine del giorno di Borghi a ottenere la maggioranza dei voti, mentre a favore delle tesi di De Ambris avevano votato, oltre ai delegati di alcune località minori, quelli di Milano e di Parma.
Da ciò era risultata la scissione dell'Unione Sindacale Italiana. La segreteria dell'Unione era stata affidata ad Armando Borghi e la sede centrale era passata da Parma a Bologna. De Ambris e i suoi si erano associati alle forze sindacali della Romagna, dando vita in novembre all'Unione Italiana del Lavoro, della quale Edmondo Rossoni aveva assunto la segreteria. Mentre Borghi aveva fondato la rivista "Guerra di classe", De Ambris aveva ulteriormente accentuato il carattere interventista de "L'Internazionale".
Quanto a Benito Mussolini, sull'"Avanti!" del 18 ottobre egli aveva pubblicato il celebre articolo sulla "neutralità attiva ed operante", ispirato dall'esigenza che le forze socialiste superassero l'immobilismo e assumessero un'iniziativa politica concreta, onde aprire una prospettiva di radicale mutamento sociale. Constatando che la formula della "neutralità assoluta" non era più consona alle condizioni obiettive della lotta sociale prodotte dalla guerra e dal crollo dell'Internazionale, Mussolini manifestava "non (...) solo una posizione politica interventista, ma anche una nuova visione del socialismo, che si preciserà in modo più netto nei mesi successivi: il socialismo nazionale, impegnato a collegare le ragioni di classe del proletariato con gli interessi complessivi della Nazione, a partire dalla sua unità e indipendenza politica" (5).
Il 21 ottobre, l'"Avanti!" aveva dato la notizia delle dimissioni del suo direttore, rassegnate in seguito alle decisioni della direzione del PSI; il 15 novembre era uscito il primo numero di un nuovo "quotidiano socialista" diretto da Mussolini, "Il Popolo d'Italia"; la sera del 24 novembre, un'assemblea della sezione socialista milanese aveva decretato l'espulsione di Mussolini dal Partito.
"Tra la metà del novembre 1914 e la metà del maggio 1915 - scrive De Felice - l'attività di Mussolini fu intensissima, frenetica quasi" (6). Alla campagna di propaganda sviluppata tramite "Il Popolo d'Italia", alla ricerca dei finanziamenti per il nuovo quotidiano e allo sforzo continuo di individuare un casus belli che potesse far precipitare i rapporti con l'Austria, Mussolini aggiunse anche il proprio impegno di oratore nei comizi interventisti. Già il 25 novembre il Fascio Rivoluzionario d'Azione Internazionalista di Genova aveva invitato "il carissimo compagno Benito Mussolini" a tenere una conferenza antineutralista. Ma, siccome tre giorni dopo, il 28 novembre, Mussolini aveva in programma un discorso a Busto Arsizio, la conferenza di Genova venne fissata per il 21 dicembre; quindi sarebbe stata rinviata al 28 a causa di "altri impegni" (7).
Prima che a Genova, dunque, Mussolini venne a Parma. Da quanto abbiamo ricordato più sopra, risulta evidente che la questa città, roccaforte del sindacalismo rivoluzionario, era una delle meglio disposte ad accogliere le tesi interventiste, sicché Mussolini vi avrebbe potuto trovare le condizioni più favorevoli. Infatti la cronaca della manifestazione, che venne poi pubblicata sul "Popolo d'Italia", riferì di "ovazioni grandi e frenetiche" (8).
Non mancò tuttavia di verificarsi un incidente, poiché i neutralisti locali avevano chiamato a Parma il direttore dell’”Avanti”, Menotti Serrati, e lo avevano accompagnato alla scuola “Angelo Mazza”. Serrati cercò di impedire a Mussolini di iniziare il suo discorso, ma “Massimiliano Canepari, anima sdegnosa, gli si scagliò contro e dal tavolo, sul quale Menotti Serrati era salito con incosciente improntitudine, lo gettò a terra fra il gruppo dei suoi sostenitori che si erano frammischiati agli interventisti. Nacque un parapiglia: furono percossi alcuni neutralisti, fra i quali l’Avv. Renzo Provinciali e Italo Salsi; altri vennero gettati fuori dalle finestre della sala che, fortunatamente, era al pianterreno” (9). Pare che Mussolini, parlando di Parma, fosse solito dire: “È la città ove i miei amici hanno defenestrato i miei avversari!” (10).
Il discorso di Parma rappresenta un momento saliente nell'evoluzione del pensiero di Mussolini, perché in esso vien dato particolare risalto a determinati concetti, che porteranno poi a un consapevole ripudio del marxismo. È per questo che il discorso del 13 dicembre 1914 merita di essere analizzato con la massima attenzione.

L'oratore esordisce ricordando come si fosse diffusa e radicata, in seguito alla guerra franco-prussiana del 1870-1871 e al trionfo della politica di Bismarck, la convinzione che un conflitto europeo non sarebbe più stato possibile. Quindi passa in rassegna, contestandoli a uno a uno, i motivi che erano stati addotti per sostenere una tale convinzione. Si era sostenuto che il perfezionamento degli strumenti di guerra avrebbe dovuto frenare gli istinti bellicosi; ma Mussolini obietta che "la guerra è sempre stata micidiale" e che l'efficacia degli armamenti sta in rapporto diretto col progresso tecnico e militare, sicché essa non solo non frena le tendenze bellicose, ma, se mai, le incoraggia. Viene poi respinta, come illusoria, la tesi secondo cui i buoni sentimenti di umanità e di fratellanza universale avrebbero dovuto costituire una solida garanzia per la pace; accanto a questi sentimenti, osserva Mussolini, "ne esistono altri più profondi, più alti, più vitali (...) sentimenti che ognun di noi reca nell'animo suo che inducevano Proudhon a proclamare (...) essere la guerra 'di origine divina'".
In realtà, a proclamare la natura divina della guerra non era stato Pierre Joseph Proudhon, ma Joseph de Maistre, che nelle Soirées de Saint-Pétersbourg aveva scritto: "La guerra dunque è divina in se stessa, poiché è una legge del mondo. La guerra è divina, inoltre, a causa delle sue conseguenze di ordine soprannaturale (...) La guerra è divina nella gloria misteriosa che la circonda e nel fascino inspiegabile che esercita. La guerra è divina nella protezione che accorda ai grandi condottieri, anche ai più audaci, che sono colpiti in battaglia raramente (...) La guerra è divina per il modo in cui è dichiarata (...) La guerra è divina nei suoi risultati, che sfuggono totalmente alle speculazioni della ragione umana (...) La guerra è divina per l'indefinibile forza che ne determina i successi" (11).
Comunque Proudhon, "il più grande di tutti i socialisti" (12), non aveva detto una cosa tanto diversa, allorché, riconoscendo il "significato fondamentale e positivo della guerra nella storia, senza però volerla rendere eterna" (13), aveva affermato che "la guerra è la nostra storia, la nostra vita, il nostro animo intero" (14). Questa frase era stata citata, due anni prima del discorso parmigiano di Mussolini, dal soreliano Édouard Berth, in un cahier di quel Circolo Proudhon che maurrassiani e sindacalisti rivoluzionari avevano fondato nel dicembre 1911, "per mettere in pratica la sintesi socialista-nazionale" (15). Contro la "decadenza borghese" e il "ristagno universale" il discepolo di Sorel aveva indicato, come unica soluzione, la guerra: "La guerra non è sempre quella 'opera di morte', che un vano popolo di donnicciole immagina. Alla base di ogni possente sforzo industriale e commerciale, c'è un fatto di forza, un fatto di guerra" (16).
Dunque il fenomeno della guerra, sostiene Mussolini, non lo si può spiegare "attribuendolo soltanto al capriccio dei monarchi, all'antagonismo delle stirpi o al conflitto delle economie". E' superfluo notare che per un marxista ortodosso dovrebbe essere proprio il "conflitto delle economie", in ultima analisi, la causa di ogni guerra e, in generale, di ogni evento storico: "La storia di tutta la società sinora esistita - è il celebre esordio del Manifesto dei Comunisti - è storia di lotta di classe".
Quindi Mussolini bolla come illusoria l'opinione secondo cui l'intensificarsi delle relazioni internazionali e la conoscenza reciproca dei popoli avrebbero costituito un'altra remora ad un nuovo conflitto. Su tali ipotetici fattori di pace, secondo lui, prevale un'altra realtà: che "i popoli tendono (...) a rinchiudersi nella loro unità psicologica, morale..."
Ma particolarmente interessante è l'argomentazione con cui viene messo in risalto il carattere illusorio di un'altra certezza: quella secondo cui le nazioni avrebbero dovuto evitare la guerra perché la loro economia ne sarebbe stata sconvolta. "Altra illusione miseramente sfrondata. Difetto di osservazione!" incalza Mussolini. E aggiunge testualmente, inferendo un altro colpo al determinismo economico: "L'uomo economico 'puro' non esiste. La storia del mondo non è una partita di computisteria e l'interesse materiale non è - per fortuna! - l'unica molla delle azioni umane".
A questo punto l'oratore passa a considerare il crollo dell'internazionalismo proletario: "Accanto al movimento pacifista borghese, che non vale la pena di prendere in esame, fioriva un altro movimento di carattere internazionale: quello operaio. Allo scoppiar della guerra anche questo ha dimostrato tutta la sua insufficienza. I tedeschi che dovevano dare l'esempio, si sono schierati sotto le bandiere del Kaiser, come un sol uomo. Il tradimento dei tedeschi ha costretto i socialisti degli altri paesi a rientrare sul terreno della nazione e della difesa nazionale. L'unanimità nazionale tedesca ha determinato automaticamente l'unanimità nazionale negli altri paesi. Si è detto, e giustamente, che l'internazionale è come l'amore: bisogna farlo in due o altrimenti è onanismo infecondo. L'internazionale è finita: quella di ieri è morta ed è oggi impossibile prevedere quale e come sarà l'internazionale di domani".
La realtà è che, mentre l'Italia è neutrale e i neutralisti gridano "Abbasso la guerra", il blocco austro-tedesco e la Triplice Intesa si scontrano sui campi di battaglia europei. Per il futuro del socialismo, chiede Mussolini, è indifferente che a riportare la vittoria definitiva sia l'uno o l'altro schieramento? Per dare una risposta a tale interrogativo e per agire di conseguenza, egli argomenta, sarebbe sufficiente considerare l'atteggiamento della borghesia italiana. "È falso - dice - che la borghesia italiana sia in questo momento guerrafondaia. Tutt'altro! E' neutralista e disperatamente pacifista. Il mondo della Banca è 'neutrale'; la borghesia industriale ha riorganizzato i suoi 'affari'; la borghesia agraria piccola e grande è pacifista per tradizione e temperamento; la borghesia politicante e accademica è neutrale. (...) Prova massima: confrontate il tono odierno della stampa borghese col tono dell'impresa libica e noterete la differenza. (...) Il gioco è scoperto e dovrebbe far riflettere i socialisti che non sono imbecilliti: da una parte stanno tutti i conservatori, tutte le forze morte della nazione; dall'altra i rivoluzionari e con questi tutte le forze vive del Paese. Bisogna scegliere! Preti e forcaioli sono per la neutralità assoluta".
Restare neutrali, dunque, comporta tra l'altro il rischio di una rivincita papalina: "il papa Benedetto XV, che accoppia alla trinità dei suoi difetti fisici qualità intellettuali e morali inquietanti, troverà modo, direttamente o per interposta persona, di porre nel prossimo congresso per la pace, la questione romana. Torneremo indietro: a discutere un fatto compiuto, irrevocabile e lo dovremo in parte all'atteggiamento conservatore, assolutamente antirivoluzionario e antisocialista dei socialisti italiani".
Mussolini, che a un certo punto del suo discorso si dichiara "un socialista esasperato", continua a patrocinare la causa dell'intervento intrecciando le considerazioni strategiche sull'avvenire del socialismo con gli appelli ai sentimenti dell'uditorio: "Quale dei due gruppi di Potenze ci assicura, colla sua vittoria, condizioni migliori per la liberazione della classe operaia? Il blocco austro-tedesco o la Triplice Intesa? La risposta non è dubbia. E come volete cooperare al trionfo della Triplice Intesa? Forse con gli articoli di giornale e cogli ordini del giorno dei comizi? (...) Dite: è umano, è civile, è socialista stare tranquillamente alla finestra, mentre il sangue corre a torrenti e dire: 'io non mi muovo e non m'importa di nulla?'"
Né manca un appello al senso di dignità e di fierezza nazionale: "Rifiuterete questa prova di solidarietà? Ma con che faccia e con che cuore, o proletari italiani, vi recherete domani all'estero? Non temete che i vostri compagni di Germania vi respingano perché traditori della Triplice; mentre quelli di Francia e del Belgio (...) vi diranno: dov'eri tu e che cosa facevi, o proletario italiano (...)? Quel giorno voi non saprete rispondere; quel giorno vi vergognerete di essere italiani (...) Riprendiamo la tradizione italiana. Il popolo che vuole la guerra, la vuole senza indugio".
Quindi, dopo aver prospettato una rigenerazione spirituale per la stessa Germania e "una nuova vermiglia primavera" per l'Europa, l'oratore conclude così: "Bisogna agire, muoversi, combattere e, se occorre, morire. I neutrali non hanno mai dominato gli avvenimenti. Li hanno sempre subiti. È il sangue che dà il movimento alla ruota sonante della storia!"

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In relazione a questo discorso è stato osservato che Mussolini, "anche se egli stesso non poteva ancora rendersene conto, dal punto di vista degli interessi del socialismo (...) aveva certamente ragione, ma dal punto di vista dell'ortodossia marxista aveva altrettanto sicuramente torto" (17).
Effettivamente, nonostante Mussolini traesse dal Manifesto dei Comunisti l'idea che "i comunisti sono borghesi nei riguardi del feudalismo e rivoluzionari di fronte ai borghesi" (18), a determinare la sconfitta delle società semifeudali nello scontro con il sistema borghese avrebbe dovuto provvedere l'inesorabile legge della storia, non certo un atto di volontà interventista del proletariato italiano. Tra l'altro, sempre secondo il pensiero marxista, non erano ancora maturate quelle condizioni per il passaggio dallo "stadio borghese" allo "stadio proletario" che avrebbero resa possibile un'azione del movimento operaio.
La vicenda del "socialista esasperato" Benito Mussolini in un certo senso anticipa quella di Lenin, il quale nel 1917, rischiando di trovarsi in minoranza nel Comitato Centrale, dovrà convincere i bolscevichi a non stare ad aspettare l'esaurimento della fase apertasi con la rivoluzione di febbraio, ma ad intervenire per dare una spinta alla storia rovesciando il governo di Kerenskij.
L'analogia tra le due situazioni è stata infatti notata sia da Ernst Nolte sia da Augusto Del Noce. Secondo Nolte, la posizione interventista di Mussolini non comporterebbe necessariamente una rottura col marxismo: il volontarismo mussoliniano "non è che l'espressione teoretica della sua intransigenza" (19), poiché esso "si rivolge polemicamente contro la teoria evoluzionistica dell'epoca, e costituisce l'esatto analogo della lotta condotta da Lenin contro la dottrina del 'decorso spontaneo' " (20). Solo che Nolte, per far quadrare i conti, cambia addirittura il significato delle parole di Mussolini: "Quando Mussolini dice 'volontà' vuole quindi intendere nient'altro che 'dialettica'"21. Più lineare sembra l'opinione di Del Noce, secondo cui "il 'volontarismo' di Mussolini non è la 'dialettica' di Lenin; è il rifiuto del materialismo marxista, in relazione alla generale critica allora corrente del materialismo naturalistico e del positivismo evoluzionista" (22). In Lenin, infatti, non troviamo l'intenzione di violare le presunte leggi della dialettica, ma soltanto una valutazione del grado di sviluppo storico in rapporto ad esse.
Il socialista Mussolini, invece, non solo non si preoccupa più di quel tanto di mantenere una posizione di stretta osservanza nei confronti dell'ortodossia marxista, ma si ribella senza alcuna riserva contro il bigottismo ideologico. Un mese prima di venire a Parma, aveva scritto sul numero 1 del "Popolo d'Italia": "La neutralità non può essere un dogma del socialismo. Esisterebbero dunque solo nel socialismo e per giunta, nel socialismo italiano, delle verità 'assolute' che possono sfidare impunemente le ingiurie del tempo e le limitazioni dello spazio, come le verità indiscutibilie eterne della rivelazione divina? Ma la verità assoluta attorno alla quale non si può più discutere, che non si può più negare o rinnegare, è la verità morta; peggio, è la verità che uccide. Noi non siamo, noi non vogliamo esser mummie perennemente immobili con la faccia rivolta allo stesso orizzonte, o rinchiuderci tra le siepi anguste della beghinità sovversiva, dove si biascicano meccanicamente le formule corrispondenti alle preci delle religioni professate; ma siamo uomini e uomini vivi che vogliamo dare il nostro contributo, sia pure modesto, alla creazione della storia"(23).
Il discorso di Parma del 13 dicembre 1914, come si è visto più sopra, ribadisce e sviluppa questa decisa affermazione della capacità creativa dell'uomo quale autore della storia, nonché il simultaneo rifiuto a subordinare la realtà umana alle leggi della dialettica economica. La gestazione del socialismo mussoliniano è giunta ormai ad un punto decisivo: in un certo senso, dal "socialista esasperato" ha già preso forma il "fascista".





1. Stefano Fabei, Guerra e proletariato. 1914: il Sindacalismo Rivoluzionario dalla neutralità all'interventismo, Milano 1996, p. 65.
2. Stefano Fabei, op. cit., p. 66.
3. Stefano Fabei, op. cit., p. 69.
4. Il Consiglio Generale dell'Unione Sindacale Italiana, "L'Internazionale", 19 settembre 1914.
5. Renato Pallavidini, Dalla crisi alla diaspora. Il giovane Mussolini e Lenin: volontarismo e rivoluzione socialista nel materialismo, Milano 1996, p. 42.
6. Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario. 1883-1920, Torino 1965, p. 299.
7. Conferenza Mussolini per il 28 corrente, "Il Popolo d'Italia", 18 dicembre 1914.
8. Per la libertà dei popoli, per l'avvenire dell'Italia, "Il Popolo d'Italia", 17 dicembre 1914. Riprodotto in: Benito Mussolini, Dal socialismo alla nazione, Firenze-Roma 1983, pp. 81-86.
9. Aldo Emanuelli, Le osterie parmigiane, MUP, Parma 2007, p. 204.
10. Ibidem.
11. Joseph de Maistre, Le serate di Pietroburgo, Milano 1971, pp. 399-401.
12. Così lo aveva definito, nel 1899, Gustav Landauer: cfr. Aufruf zum Sozialismus, Frankfurt-Wien 1967, p. 93.
13. Ernst Nolte, I tre volti del fascismo, Milano 1971, p. 592.
14. Pierre Joseph Proudhon, La Guerre et la Paix, Bruxelles 1861, cit. in: J. Darville (É. Berth), Satellites de la ploutocratie, "Cahiers du Cercle Proudhon", settembre-dicembre 1912, p. 204.
15. Zeev Sternhell, Né destra né sinistra. La nascita dell'ideologia fascista, Napoli 1984, p. 23.
16. J. Darville, op. cit., p. 202.
17. Enzo Erra, Il fascismo tra reazione e progresso, in: AA. VV., Sei risposte a Renzo De Felice, Roma 1976, p. 70.
18. Benito Mussolini, I termini del problema, "Il Popolo d'Italia", 19 novembre 1914. Gli autori del Manifesto, in effetti, avevano insegnato che la borghesia, nella fase della sua ascesa, "per raggiungere i propri fini politici, deve metter in moto tutto il proletariato e lo può ancora. In tale stadio i proletari non combattono i loro nemici, ma i nemici dei loro nemici, gli avanzi della monarchia assoluta, i proprietari fondiari, i borghesi non industriali, i piccoli borghesi. Tutto il movimento storico è così concentrato nelle mani della borghesia; ogni vittoria così ottenuta è una vittoria della borghesia". (C. Marx - F. Engels, Il Manifesto dei Comunisti, Roma 1945, p. 28). In seguito, con il progresso dell'industria, all'isolamento degli operai sarebbe subentrata la loro unione rivoluzionaria mediante l'associazione; e a tale fase dovevano essere rimandati il tramonto della borghesia e la vittoria del proletariato.
19. Ernst Nolte, op. cit., p. 230.
20. Ernst Nolte, ibidem. L'analisi di Nolte viene sostenuta e approfondita da Renato Pallavidini, per il quale, nonostante l'indubbia presenza di influenze derivanti dalla Lebensphilosophie, il volontarismo di Mussolini sarebbe pur sempre un marxismo dialettico: "L'oggettività della storia condiziona la coscienza e l'azione umana. La coscienza, comprendendo queste dinamiche oggettive e adattandovi la propria azione, può con esse interagire, mutando nel senso voluto la realtà, trasformandola secondo le proprie esigenze e i propri schemi" (R. Pallavidini, op. cit., pp. 23-24). In particolare, per quanto concerne il periodo che qui ci interessa, nell'articolo mussoliniano della "neutralità attiva ed operante" Pallavidini evidenzia posizioni "che si troveranno apertamente teorizzate nei Quaderni filosofici di Lenin, nei Quaderni dal carcere di Gramsci e, con alcune riserve di carattere deterministico, anche negli scritti e nell'opera politica di Stalin" (R. Pallavidini, op. cit., p. 24).
21. Ernst Nolte, op. cit., p. 231.
22. Augusto Del Noce, Il problema storico del fascismo, Firenze 1970, p. 29.
23. Benito Mussolini, Audacia!, "Il Popolo d'Italia", 15 novembre 1914. Riprodotto in: Benito Mussolini, Dal socialismo alla nazione, cit., pp. 68-71.







































Inserita il 02/12/2005 alle 16:11:57      Versione stampabile della notizia      Invia la notizia ad un amico